“IL DOTTOR STANTE”

“Il cigno nero della Scala B”

di Cristina Battioni

“Stante come abbreviazione di Distante? Scostante?”, gli domando mentre cerco di imparare a leggerle le risposte non dette. “No, ora solo Stante, colui che sta , fermo ai crocevia.”

Tutto ciò che leggo nei suoi occhi stanchi è resa incondizionata, immobilismo esistenziale. Una stasi profondamente antitetica al suo muoversi veloce nel mondo esterno, al suo passo accelerato da un ufficio all’ altro con lo sguardo guardingo di un animale in fuga.

Qui, nel rifugio della Scala B, dove ogni sospeso può essere semplicemente ciò che è, lontano dagli sguardi e dai giudizi dei contemporanei, il notaio della Scala A rimane fermo, non sa dove deambulare e , nella paura di sbagliare, semplicemente non fa.

“Stare qui la rasserena, vero?”, mi domanda cercando di abbassarsi di qualche centimetro per non sovrastarmi. “Non so”, gli rispondo, ” io mi sento sempre di passaggio , ovunque. Non so stare”.

Deve aver gradito la risposta , lo deduco dal leggero bagliore dell’ iride e dallo sguardo che lascia trapelare un guizzo istantaneo , ma subito soffocato, di curiosità.

Il fulmineo luccichio degli occhi gli trasfigura il viso, improvvisamente si intravvede l’ uomo che era e, da troppo tempo, ha smesso di essere. Probabilmente non lo ricorda nemmeno lui. Improvvisamente gli anni contati e ricontati si sottraggono, i lineamenti delicati ma severi si ammorbidiscono, i capelli bianchi rivelano residui di un colore decappato.

Al glamour british da notaio affermato si sostituisce una semplicità confortevole ora che ha piegato il trench sotto un braccio e si gode il sole con un maglioncino grigio senza camicia; sembra un cigno che ha perso il suo piumaggio folto ed il suo lago, non certo un professionista di lungo corso.

Nei suoi minuti di anonimato e d’ aria sulla panchina del piano T abbadona la lettura del “Sole 24 ore” , mi invita ad accomodarmi abbattendo un muro di protezione, sempre a debita distanza.

” E lei, come si chiama ora?”, osa domandarmi in uno slancio di vitalità. “Non lo so , Seppia non mi ha mai chiamato per nome, non so dirle quale nome abbia scelto la Scala per me.” “La Scala non sceglie, la riconosce soltanto , per questo lei è qui, perché aveva bisogno di un identità che fuori non le riconoscono, o che le è interdetta”. Mentre cerca di spiegarmi me stessa con insolita loquacità, comincia a muovere le mani , lunghe e forti; gesticola.

Il Notaio non gesticola mai nel suo habitat, porge solo la penna per firmare e legge velocemente gli atti, un po’ qua e un po’ là, mentre nessuno lo ascolta o capisce. Quest’ uomo nuovo e antico disegna parole con le mani e picchietta il piede palmato e lungo, da cigno, che vorrebbe spostare acqua e navigare.

” Comunque io so che lei si chiama Kami, ho visto la targhetta nella scansia di Seppia dove ripone i giornali sospesi.”

“Kami come Kamikaze?!”.

Prima di rispondermi agita il lungo braccio e con la mano sembra raccogliere porzioni d’ aria, “O forse come il Vento divino del Giappone…o forse entrambi.”

Entrambi, il mio essere è sospeso tra questi due nomi; Seppia sa proprio leggere le persone senza sfogliarle. Mi sorprende però la sua scelta di conservare “Il Sole 24 ore” come giornale sospeso per un professionista in anonimato. E’ l’ unico quotidiano sostenuto da una solida base di abbonati fedeli ; commercialisti, avvocati , finanzieri, burocrati, forse l’ unico che non ha resi da macero.

Tergiverso giocherellando con un filo d’ erba, poi mi avventuro in una domanda, pentendomene contemporaneamente, “Mi scusi, ma lei legge solo quello?” gli chiedo indicando il giornale.

“No, lo leggo fuori , a casa o in ufficio, dentro ci nascondo il mio Giornale sospeso, Il Sole mi serve come contenitore anonimo”. Lo apre e mi mostra il contenuto misterioso.

“Ma è “Baudelaire!”, uno dei libri di poesia pubblicati da Repubblica e allegati all edizione domenicale…sono sorpresa e lo lascio trapelare.

Poche cose svelate mi sorprendono, quasi sempre mi annoiano.

Tutti abbiamo due vite, diceva qualcuno, non ricordo chi, una vissuta e una sognata. Io non ci credo, tutti abbiamo due vite, una prima e una dopo, non sono parallele ma solo sequenze temporali.

Ad un certo punto, in molte esistenze accade qualcosa, l'” If”, il crocevia, la caduta , un cortocircuito, qualcosa di imprevisto che ci cambia fisicamente e moralmente.

I più fortunati avvertono solo una vaga nostalgia di quello che erano abituati ad essere ed accettano lo sconosciuto in cui si sono trasformati, alcuni imparano ad amarlo. I più’ “sfortunati” rimangono nel limbo, con infinita fatica incollano i pezzi del vecchio sé, lo trasformano in un estraneo di cui non hanno stima e proseguono fingendo, imitando una noiosa e alienante parodia.

E i sospesi ? Sono nel punto di scelta, possono uscire scommettendo sul cambiamento o rimanere sospesi, con il corpo che simula l’ abitudine e la mente altrove, dissociati ma ancora possibili.

L’ ascensore della Scala B li raccoglie nell’ attimo in cui rischiano di cadere una seconda volta e farsi male o li raccoglie quando si sono già frantumati ma sanabili, plasmabili in qualcosa che contenga il vecchio ma rimbalzi sul nuovo.

La sola cura che offre consiste in un presente dilatato, in una solitudine piena di presenze da selezionare; in un tempo personale in cui elaborare un piano B da giocare nella seconda parte del viaggio, tra falsopiano e discesa. Tutti quelli che ne escono sono diversi anche quando mettono a punto una fotocopia perfetta del prima per ingannare gli altri.

Stante ha scelto la fotocopia e l’ ha realizzata con tale accuratezza da renderla formalmente quasi identica all’ originale. Nessuno nel suo studio se n’ è mai accorto, nessun collega, nessun cliente, nessun figlio, nipote o moglie. Per loro è sempre la stessa persona , grande professionista votato alla carriera, immerso nel lavoro che ama, sempre perfetto, sempre contenuto ed equilibrato, una brava persona immobile che invecchia agendo tutti i ruoli che gli altri gli attribuiscono. Affidabile e immutabile.

Nessuno si è accorto del cigno sigillato dal suo portamento; ha lasciato che il tempo lo imbiancasse per paura di scoprirsi, ed essere, un possibile cigno nero. Ha nascosto a se stesso la possibilità di poter essere un evento raro, imprevedibile ed inaspettato.

Non se lo concede nemmeno qui, in un tempo che non è accessibile agli altri, nemmeno ora con il piumaggio diradato e scolorito. Ha paura di perdere l’ unico equilibrio che conosce, anche se lo imprigiona.

Appena può’ , scende le scale in fretta e svanisce nel suo cubo della Scala B, nessuno se ne accorge, per gli altri è il tempo di una caffè, per la sua mente è un tempo vitale, è il tempo della libertà.

Vicino all’ edicola sospesa le persone, come i libri, si lasciano leggere ed interpretare. Mostrano gli incipit importanti.

Stante si e’ tolto il cappello , molti capelli si sono persi nella prima parte del suo tempo, quelli che restano sono sottili e, appena liberati, sembrano giocare con l’ aria ed il sole. Anche il pallore lascia il posto ad un colorito appena accennato, testimonianza del sangue che riprende a circolare e ad alimentare pensieri nuovi nella dimensione ritrovata di libertà.

Un cigno stropicciato che non può’ volare e non sà più nuotare, ma legge poesie. Siamo esseri meno complicati di quanto ci raccontiamo da soli.

“L’ ha già letto ? Ha trovato la poesia del giorno ?” gli domando con estrema consequenzialità. Mi guarda perplesso…”Non la consideravo la poesia del giorno, ma sì, continuo a leggere questa, a piccoli sorsi”.

Mi mostra pagina 45, “Elevazione” e comincia a leggere sussurrando e sfiorando le parole con le dita, “…Abbandonando le noie e le profonde tristezze che gravano col loro peso sulla grigia esistenza, felice chi può con un colpo d’ ala vigoroso slanciarsi verso campi luminosi e sereni”.

Ascolto senza commentare, il cigno vorrebbe volare anziché stare.

“Sono sufficienti poche parole scelte con estrema cura per raccontarsi, non è vero?” chiedo e dico a me stessa in un istante prezioso di empatia.

“Si, più’ di mille frasi vuote, ma ci vuole tempo per trovarle e, talvolta, è il tempo sbagliato. Allora le tieni dentro, al sicuro, dove chi non le comprende non può, almeno , guastarle”.

Annuisco, io le lascerò’ intatte. Stante torna distante, infila il cappello, nasconde Baudelaire nel Sole 24 ore e lascia il cigno sulla panchina mentre il notaio, suo inseparabile alter ego, torna alla Scala A, alla grigia esistenza, senza nessun fremito d’ ali .https://youtube.com/watch?v=jDrzWcAQOdc&feature=share

Mi avvicino all’ Edicola , Seppia intento a leggere sembra non essersi accorto del breve dialogo tra inquilini, sembra. Picchietto delicatamente con i polpastrelli sul davanzale, come utilizzando il codice Morse. Solleva leggermente il volto senza togliere gli occhiali, mi osserva attraverso gli occhi acuti, improvvisamente scuri e profondi.

” Non le dirò nulla Kami, oggi però non le consegno il suo Giornale sospeso, non c’ era niente ieri che possa essere utile per cambiare l’ oggi, o la sua interpretazione dell’ oggi. Ho la sensazione che, anche là fuori, il tempo , si sia ingolfato, non proceda e finga solo di trascinarsi”.

La sensazione è condivisibile. In questi giorni di nuovo Governo e rinvigorita seconda o terza ondata di pandemia regna un senso di incertezza. Sembriamo un mondo rassegnato e in attesa, tutti semoventi ma stanti.

“Le presto il libro che stavo leggendo mentre lei sbirciava Baudelaire e “altro”, lo tenga con se, potrebbe esserle utile in varie circostanze. E non si preoccupi se un nuovo lockdown le impedirà di tornare qui prossimamente, la Scala saprà venire a prenderla, disegni una B sul palmo della mano, non guardi e non tema la vertigine, la porteremo qui.”

Prendo tra le mani il libro a rendere ” Il cigno nero-Come l’ improbabile governa la nostra vita” di Nassim Taleb. Un saggio filosofico premonitore estremamente attuale ora che l’ improbabile ci governa tutti, consapevoli ed inconsapevoli.

Seppia leggeva le risposte molto prima che io ponessi le domande, capire è spesso una questione di tempismo, non capire e’ spesso una questione di opportunismo. Capire non significa necessariamente fare ma far finta di non capire significa necessariamente stare in apnea, statici, impietriti dalla paura del nostro cambiamento mentre tutto è già cambiato, senza di noi. https://youtu.be/fqi5Avx70FY

CENTOMILA LACRIME

E’ da un anno che piove…

di Cristina Battioni

E’ da un anno che piove a secco e l’ aria è sporca stasera, una leggera foschia ha velato la giornata e la sfuoca in una sera che sembra anonima .

Questa mattina dalla finestra di un ufficio al terzo piano del Servizio Veterinario si vedeva l’ accesso alla Ausl di via Vasari. Alle otto sembrava di essere nei pressi di un centro commerciale la vigilia di Natale. Decine di auto in coda disciplinate dalla polizia municipale, decine di persone in fila, tutti in attesa di un tampone.

Dopo un anno e un giorno il tempo torna a sovrapporsi. L’ aria non è pulita, miliardi di particelle invisibili si muovono sfuggendo ad un una traiettoria prestabilita, come sempre, ma oggi il caos torna ad avvicinarsi e a lasciarsi percepire.

Ci ritroviamo ad essere funamboli inesperti che barcollano su un filo sempre meno teso con un equilibrio sempre più incerto. Richiuderanno, se la giornata non inverte la rotta velocemente, richiuderanno i giorni con barriere rosso scuro, quasi viola.

L’ ignoranza non è ammessa in stato di guerra, un calo di vigilanza ci ha riportato indietro, senza la capacità di resistenza che solo l’ inizio di un conflitto genera.

Stasera si respira aria sporca e stanca.

Mi sono rifugiata nel mio cubo, quinto piano Scala B. Non era previsto ma temo che il coprifuoco delle 22 verrà anticipato e gli spostamenti ingiustificati interdetti. Ho calcolato con la massima precisione il tempo di percorrenza a piedi dal mio domicilio a Piazza della Vittoria, partendo alle 21 dovrei essere di ritorno prima dell’ ora X.

Volevo vedere il mio rifugio sospeso nel buio quando chiudono gli uffici e l’ edificio grigio ed austero sembra uno spettro nella città’ che si svuota. Piazza Della Vittoria è deserta all’ ora di cena, nessuna luce dalle vetrate, solo i lampioni sul parco immobile e silente.

Ho tolto le scarpe, ho curiosato nella credenza e ho trovato una bottiglia di rum ad aspettarmi affiancata da da una barretta di cacao 90%. Mi sono versata due dita di liquore , ho aperto la porta finestra e mi sono accovacciata sul divano. Non ho voglia di pensare stasera, la Scala lo sapeva. Ho bisogno di scaldarmi dentro e di una doccia calda tutta mia. Niente di più’. Lancio i vestiti a caso, mi concedo il lusso del disordine e mi rifugio nella cabina del bagno Piero che, inaspettatamente, ha perso l’ odore acre di vernice fresca, sostituito da un accogliente profumo di talco.

Sono un pesce che non può nuotare ma respira dalle branchie tra conchiglie del Tirreno incollate alle piastrelle. La zona doccia non è separata , forma un tutt’ uno con il resto della cabina; in pochi minuti emergo da un universo di vapore e sale.

Indosso un vecchio accappatoio di mio padre con cappuccio, mi avvolge la testa ed il viso, mi copre le mani e ogni centimetro di pelle, tranne i piedi che attraggono qualche granello di sabbia. La città ora mi sembra un entità lontana nello spazio e nel tempo, dal balcone si intravedono le sue luci come lampare nella foschia.

Galleggio nel presente, mi riconosco un puntino inerme nel tutto del tempo e dello spazio. Non essere niente è un sollievo indescrivibile.

Sta rinfrescando, è ancora inverno, mi allungo per chiudere il balcone ma non riesco, mi alzo come un mollusco e trascino le ante del balcone verso di me. Mi sorprende una musica appena percepibile, il suono di un sax… “Smoke gets in your eyes..”,i Platters, vinile originale del 1959.

https://youtube.com/watch?v=H2di83WAOhU&feature=share

E’ tra i dischi che la Scala mi ha fatto trovare qui, è roba “mia”, ma qualcuno la sta’ ascoltando in un altro cubo, a volume basso tanto da non riuscire ad individuarne la provenienza. Ballo da sola abbracciata all’ accappatoio e alla sensazione di un ricordo sfuggente…tre minuti di eterno e torna il silenzio. La misteriosa selezione musicale si interrompe. Solo silenzio, silenzio e poi risate, piene, solitarie, rumorose. Un uomo ride, si interrompe per prendere fiato e ricomincia accordando le corde vocali, sembra dar suono ad un’ espressione spontanea di gioia.

Chi ride qui questa sera? Chi non ha mai potuto ridere altrove, suppongo.

Improvvisamente l’ allegria si smorza, sparisce. Esattamente come la percezione di uno stato di grazia, svanisce prima di permetterci di prenderne coscienza. Ascolto, ascolto il silenzio per trovarci qualcosa e la trovo, o mi trova…sento delle gocce cadere, una dietro l’ altra, in fila indiana.

Ci sono molti sospesi in crisi di astinenza nella Scala stasera, probabilmente ci sono ogni sera. Vorrei inserirmi in questa messagistica di nonsense ma non saprei come.

Non ho strumenti musicali nel mio cubo, ho dimenticato come si ride di gusto senza dover forzare la voce, ho un giradischi e cinque album in vinile ma non saprei quale scegliere. Afferro un libro a caso; Pessoa, “Il tempo e l’ acqua ” , lascio scorrere il pollice sui fogli e chiudo gli occhi. Li apro su “Al di là”…sussurro un verso “Guardo il mare ondeggiare e un leggero timore prende in me il colore di voler avere una cosa migliore di quanto sia vivere…”. Silenzio assordante, nessun rumore , solo il plin …plin delle gocce che si moltiplicano. Forse sta piovendo o qualcuno ha risposto al mio messaggio in codice piangendo, senza violare l’ anonimato.

Il pianto non ha un sesso, un genere, e’ solo umano.

Forse è un suggerimento, forse oggi tutti dovremmo superare la paura e il divieto di accesso al pianto. Trattenere fa male alla salute, è risaputo. Ma le manifestazioni spontanee sono un rischio, creano dipendenza. Lo sappiamo e lo evitiamo, per non piangere sempre non piangiamo mai. Ma questa non può che essere pioggia improvvisa di quasi primavera, fredda ma delicata.

Pioggia strana in un aria infetta. Chissà se Seppia è ancora all’ edicola sospesa; con il buio e questo presagio di temporale non ci sarà’ nessuno al piano T. Riemergo dall’ accappatoio grigio extra large , verso due dita di rum in un bicchiere e infilo in tasca 3 euro, scivolo nell’ ascensore capsula e premo “T”.

Il giardino non è buio , ci sono piccole luci appese ai rami del platano, sembrano lucciole statiche. Al centro, il chiosco di Seppia , illuminato da una lampada a petrolio; l’ Edicola sospesa mi orienta come un minuscolo faro sfuocato circondato dalle lampare di pescatori di pianura sospesi.

La sagoma del guardiano del faro è appena tratteggiata, forse sta scrivendo dietro il suo davanzale. Sotto i piedi il prato è bagnato ma non freddo, lo percepisco come un tappeto di fili di cotone inumiditi dalla rugiada. Mi avvicino e busso con le dita alla finestrella . Seppia alza il volto senza scomporsi , avvicina la lampada al viso, solleva gli occhiali da scrittura notturna e mi sorride, come sempre.

“Salve, ma cosa fa qui a questo’ ora? Non ci ha mai fatto visita dopo il tramonto.”

Non saprei cosa rispondere, gli porgo il bicchiere di rum e i tre euro. Risponde lui alla domanda con una risposta migliore della mia . “Brutta giornata là fuori, suppongo, tra il riso e il pianto non si sà mai cosa scegliere, non è vero ?”. “Gia’”, sussurro, “non si sa mai.”

“Non si preoccupi, accade a molti qui”. Mentre mi parla inclina leggermente la testa verso destra. La panchina è occupata da una donna, ha un ombrello minuscolo ed inutile per proteggersi, il collo lungo di un airone proteso in alto, lo sguardo perso oltre le luci, oltre i rami, un libro tra le mani.

Seppia è sparito alla ricerca del mio Giornale sospeso mentre rimango immobile, incuriosita ed incantata da una figura eterea che sembra aver attraversato molte vite; il collo lungo e sottile continua con una curva elegante nel profilo perfetto di un viso antico , i lineamenti sono appena delineati da un pastello rosa cipria e circondati con grazia da capelli chiari, forse bianchi, raccolti in una treccia perfetta. L’ airone cinerino con il suo inutile ombrellino non mi guarda, ignora tutto e fissa il cielo, chissà cosa cerca.

Seppia riappare, respira il rum e, prima di porgermi il giornale, mi dona un piccolo ombrello tascabile. “Era un gadget di una rivista scomparsa, dopo molti maceri hanno smesso di pubblicarla. L’ ho salvato perché un ombrello può sempre servire quando la Signora Nolente piange”.

“Ma allora non è pioggia?! Qui piove quando qualcuno piange?”.

Mi risponde a modo suo, come sempre, “Certo, a volte ci sono così tante lacrime non versate da scatenare un temporale. Purtroppo però il riso non porta il sole, quasi sempre è un lampo seguito da un tuono. E’ la natura umana nei cambi di stagione.”

Il ragionamento sembra addirittura logico e scientifico, come tutto ciò che non subisce le regole dell’ ordinario. Oggi potrebbe avvenire un altro cambio di stagione.

Nolente senza età ha chiuso gli occhi con il collo d’ airone proteso verso le lampare appese ai rami; le sue lacrime bagnano il prato, il chiosco, il calicantus sprigionandone il profumo. Ha chiuso il minuscolo ombrello; assorbe la pioggia e dalle ciglia ne emana di nuova .

Con le mani incrociate sulle gambe sembra proteggere dalle gocce un libro. Non ne sono certa, ma mi sembra un libro di poesie. Seppia, che sa leggere le persone, mi anticipa “Ungaretti, dal momento in cui lo ha preso tra le mani e’ diventato parte del suo corpo. C e’ sempre qualcuno che scrive ciò che siamo o che siamo stati o da cosa stiamo fuggendo”. Concordo, solo i dis-umani non piangono e non temono le guerre perché sono stati troppo fortunati, o troppo poco, nella vita.

“Siete tutti qui stasera, tutti i sospesi, la paura richiama le paure passate e non c’ e’ barriera, lockdown, muro che possa fermarle”.

Mi allunga il bicchiere sottolineando ” Grazie ma non bevo in servizio, aspiro gli aromi, molto buono. Le ho preso il suo Giornale sospeso, vista l’ ora è un giornale di oggi le cui profezie si saranno già avverate”. Io però devo sbrigarmi, alle 22 scatta il coprifuoco e non smette di piovere. “Grazie, per il “Corriere della Sera” e per l’ ombrello, grazie di cuore”. Seppia si sporge dal faro e mi indica il cielo. “Stia tranquilla , fuori non piove, non ancora, quando saranno scese centomila gocce la notte tornerà serena anche qui, alla Scala B. La Signora Nolente lo sa, unisce le sue gocce alle altre migliaia ,le riceve e le dona, ognuna diversa dall’ altra come le emozioni che le hanno generate.

“Mi perdoni , ma Nolente e’ un cognome che le ha dato lei ?”. Seppia soppesa la pausa prima di dare suono ai pensieri, “No è il nome che le ha dato la vita , Nolente o Volente, poteva scegliere, lei ha scelto il primo.”

Quadratura perfetta, tutti dovremmo cambiare nome tra il nostro scorrere e trascorrere, un nome che ci racconti.

Rientro nel cubo, mi strizzo i capelli in uno chignon di fortuna ed esco in fretta, tengo tra le mani il giornale, potrebbe servirmi se il tempo è cambiato anche nel presente.

Mentre attraverso l ‘ androne sento dei passi svelti e pesanti scendere dalla scala A preceduti da un profumo di erba tagliata e lavanda…il Notaio Stante ha fatto tardi, o, forse, deve passare dalla Scala B prima di tornare dove deve, volente o nolente.

E’ vero, fuori l’ aria piange a secco e come tutti i pianti trattenuti minaccia tempesta di virus e di batteri. Sono le 21. 30, manca mezzo’ ora al coprifuoco , poche auto, qualche passante che affretta il passo. Camminando sbircio il Giornale sospeso per farmi compagnia ; quando leggo il Corriere cerco subito l’ editoriale, da sempre, istintivamente. Eccolo: “Una Lastra con tutti i loro nomi” di Aldo Cazzullo. Lo leggo sottovoce ” …Centomila morti sono centomila tragedie”.

Dopo un anno ed un giorno di pandemia l’ Italia supera oggi le centomila vittime, mentre i sospetti positivi stamattina invadevano via Vasari , strade limitrofe e tutto il bel Paese.

Centomila lacrime che non conosciamo, centomila storie parallele alla nostra che non abbiamo incrociato, centomila carezze negate. Ci siamo abituati, come ci si abitua ai bollettini di guerra di un paese lontano o alle devastazioni di un terremoto dall’ altra parte dell’ Oceano, o ai migliaia di profughi senza scarpe che attraversano il mondo.

Ci siamo abituati come non fosse “roba nostra”?

No, non credo. Preferiamo non capire, scegliamo di essere ottimisti e fatalisti, per questo ci sono sempre il Campionato e Sanremo, per darci l’ illusione che, in fondo, è tutto normale in un forzato status quo virale.

E invece non è normale e piove, piovono centomila lacrime prima di un temporale in arrivo.

Ci avevano avvisato ma continuiamo a dimenticare l’ ombrello, volenti e poi dolenti.

Le lacrime del mondo sono immutabili.

Non appena qualcuno si mette a piangere, un altro, chi sa dove, smette”.-Samuel Beckett (Aspettando Godot)

DONNE S.p.a. (unipersonale)

di Cristina Battioni

8 marzo 2021, la prima “Festa della Donna” senza assembramenti; l’ unica, forse, interdizione positiva in questo tempo virale. La pandemia impone misure di sicurezza sanitarie che, almeno per oggi, ci salveranno dai riti carnevaleschi, stereotipati e chiassosi in cui era scemata la giornata internazionale della donna nell’ ultimo ventennio.

Basta “tana libera tutte”, basta orde di donne rumorose nei locali, basta tavolate chilometriche nelle pizzerie invase da mimose gia avvizzite, basta banalizzazioni al ribasso. Basta anche alle solite frasi scritte per abitudine o per fare agli auguri preconfezionati, a caso e alla moltitudine.

Perciò non tedierò nessuno ricordando quanto poco abbiamo ottenuto e quante occasioni di valorizzazione abbiamo sprecato e non mi rivolgerò alle mie coetanee, vittime immolate alle incertezze di un’ epoca di transito, tra esempi materni di perfezione e nuove libertà mal gestite.

Preferisco indirizzare i miei auguri e le mie speranze alle Donne che verranno, alle bambine che vengono al mondo in un tempo nuovo, dopo la globalizzazione, dopo le estremizzazioni, dopo che le loro nonne , le loro zie e le loro madri si sono confuse tra rivendicazioni e doveri ereditati.

A voi scrivo di fare attenzione; le Donne non sono tutte uguali, è una bugia, anche l’otto marzo. Ogni donna è un entità e una variabile influenzata da un contesto e dalle esigenze culturali e, soprattutto, commerciali di quel contesto. Cercate di non farvi condizionare , è un errore che abbiamo già commesso, non copiateci.

Donna non è necessariamente una moglie, un amante, una madre, una figlia.

Donna è solo una parola che semplifica l’ appartenenza ad un genere, è uno stereotipo che fa fare due passi avanti e due indietro. Superate il concetto di genere, donne non si nasce ma si diventa e , vi prego, superate l ‘ artificiosa necessità di dover essere contemporaneamente Margherita Hack, Madre Teresa di Calcutta, Angela Merkel e Belen Rodriguez. Non ci riuscirete mai, semplicemente perché non è possibile . Sarete, vi auguro, ognuna di queste donne, a modo vostro, e in diversi momenti della vostra vita.

Vi diranno che una donna deve lottare il doppio, deve faticare il triplo, deve essere disposta ad ogni sacrificio per arrivare in alto.

Ma in alto dove?

Abbassate l’ asticella e le aspettative altrui, perseguite i vostri orizzonti, datevi il tempo di scoprirli, crescendo. E non ingaggiate sfide, non consumatevi verso una meta usando solo un punto di vista femminile, andate oltre, affrontate ogni cosa come Persona, come prima persona singolare, autonoma e senza genere. Vi aiuterà ad essere almeno meno confuse.

Le donne possono fare qualsiasi cosa, lo hanno sempre fatto, anche prima del movimento femminista. Durante le guerre hanno portato avanti famiglie, attività, città’, anche sprovviste di cultura o riconoscimenti, semplicemente con la forza di volontà e un necessario pragmatismo.

L’ unica cosa che le donne non hanno mai imparato, o introiettato, è l’ autostima, la capacità di volersi bene senza sentirsi amate da qualcun’ altro. E’ un male comune, un retaggio storico che pochissime hanno superato faticando e facendo esperienza.

Voi dovete sfruttare l’ incertezza di questo tempo che non sarà più quello di prima, tutto verrà rimesso in gioco, qualche ruolo verrà meno, qualche modello, mi auguro, fiorirà spontaneamente. Imparate a volervi bene, a contare su voi stesse, a bastarvi.

Non dovete dimostrare niente a nessuno, perché alla fine nessuno vi applaudirà , molti vi invidieranno, quasi tutti vi ignoreranno. Giudicatevi da sole, non cercate amore, datelo se volete ma non immaginatevi di avere qualcosa in cambio, amate se vi fa stare bene.

Non dovete essere madri per forza, scegliete di esserlo consapevolmente, il senso materno non è né un obbligo né una parte del Dna femminile.

Non accoppiatevi, sposatevi o accompagnatevi per paura della solitudine o perché “così fan tutte”, fatelo se è la cosa giusta per voi e, se non la è ,prendete le distanze; lo status di coppia non è più’ richiesto per essere accettati socialmente.

Imparate un mestiere, una professione, un’ arte, possibilmente qualcosa che vi piaccia, ma sforzatevi di rendere dignitoso anche quello che non vi piacerà se in cambio vi garantirà l’ autonomia, poiché la vita non è esattamente sempre una passeggiata e non lo è indipendentemente dal genere a cui si appartiene.

Amatevi e sceglietevi ogni giorno per quello che siete, che fate, che sbagliate e da cui imparate. E se nessun modello femminile intorno a voi vi rappresenta, beh… guardate altrove, anche al mondo maschile , cercatevi un paradigma di cui avete stima; non basta ma aiuta.

Mi piacerebbe essere ancora qui quando le donne di domani manderanno a quel paese gli stilisti che dettano tendenze, spesso assurde, solo per necessità di fatturato e bilancio.

Le riviste femminili, anche le migliori, non si sono evolute; ricreatele, riscrivetele, se ne sente il bisogno. Nel 2021 la bellezza si può costruire anche artificialmente, l’ intelligenza no; la prima serve a poco e può perfino essere dannosa se mal agita, la seconda non si deteriora ed è, comunque, supporto indispensabile alla prima e le sopravviverà sempre.

Amatevi prima e senza che lo facciano gli altri, non cercate l’ approvazione fuori ma dentro di voi e sfruttate la libertà per costruirvi, un pezzo alla volta, per capirvi, per perdonarvi e per ricominciare da capo, anche ogni giorno.

Scegliete sempre scarpe comode per andare lontano, toglietele se vi fanno male, sarete bellissime anche scalze se vi sentirete bene. Siate pronte ai cambiamenti, saranno sempre più veloci, siate elastiche più che resilienti e sempre sincere con voi stesse.

Tutto ciò non vi garantirà il successo, non vi è garanzia nel vivere. Non fatevi mai illudere dalla favola delle certezze. Siate il meglio di voi in ciò che fate, sarà già un successo che nessuno potrà oscurare.

Per augurarvi buona fortuna, perché anche quella serve, vi lascio con tre righe di una canzone scritta da una Signora che fu una ragazza molto autonoma e femminista ma che, come ammette lei stessa, si fece autogol proprio quando non comprese che non era dall’ amore di un altro che dipendevano la sua solidità e la sua sicurezza.

Voi sareste Donne in un tempo accelerato, capitelo prima di subire disastri inutili.

Io sono tutto l’ amore che ho dato

Tutto l’ amore incondizionato

L’imbarazzo dietro al vanto

Un sorriso dietro al pianto

Io sono tutto l’ amore che ho dato

Mare in tempesta e cielo stellato

Poco prima di uno schianto

(Ornella Vanoni)

In bocca al lupo a tutte Voi, cercate di trasformarvi da una Società unipersonale ad azioniste di una S.p.a. in cui non sia concesso perdere tempo rivaleggiando ma solo agire, per il vostro bene.

https://youtube.com/watch?v=8QiXlr2dyhg&feature=share

NON SI RINASCE TUTTE LE MATTINE

(DAL QUINTO PIANO DELLA SCALA B SI VEDE IL MARE)

a mia madrepersempre

Oggi sento il bisogno di tornare nel mio monolocale sospeso, quinto piano , Scala B.

Ho preso un giorno di ferie, dopo averne accumulati centinaia mai usati. Non servivano, mi era sufficiente isolarmi nella mia bolla sospesa e insonorizzata per non avvertire la fatica.. Oggi non e’ sufficiente , non si rinasce tutte le mattine.

La giornata si preannuncia tiepida, avamposto di una primavera acerba e precaria come tutto quello che ci circonda. Il meteo, l’ unica previsione in cui possiamo ancora credere, annuncia una coda d’inverno che ci accompagnerà, forse, in una nuova zona rossa e deserta. Dopo un anno il tempo circolare torna al punto di partenza. Sembra una nuova stagione, ma non lo è. L’aria non si è ripulita e la rassegnazione ad un nuovo modo di esistere e restire non ci ha ancora mutato .

Perfino io, che ho scelto un lockdown volontario, indipendente da ogni virus, sento il bisogno, la necessità di poter guardare un orizzonte diverso, magari dal mio balconcino del quinto piano.

Approfittando dell’ ultimo possibile giorno di semi libertà vigilata faccio emergere dalla cantina la mia bici “Dei Imperial”, nobile pezzo di antiquariato ereditato dai miei 18 anni.

La bicicletta appartiene ad un altra epoca, come me; siamo in simbiosi perfetta.

Attraverso i viali incrociando runners, madri con carrozzine, carrozzine spinte da badanti, anziani con il giornale fresco, cani che portano a spasso i padroni. Un umanità che si muove al mattino in contrapposizione a quella chiusa negli uffici , nei negozi , nei luoghi di lavoro. Sono parte di un gruppo di privilegiati che è in vacanza senza saperlo o di esodati forzati.

Nulla fa presagire che quest’ aria apparentemente pulita e questo verde precoce torneranno pericolosi ed interdetti, forse già domani.

Raggiungo con una pedalata leggera Piazza della Vittoria animata da macchie di colori; i giubbotti variopinti dei bambini, il viola delle viole, il bianco di fragili margherite in branco. Il mio palazzo all’ angolo estremo della piazza conserva il suo grigio professionale ed immobile. Lego la mia Dei ad un palo della luce e mi introduco. Un occhio alla targa austera dello Studio notarile M & SOCI , un leggero contatto con il portone e sono già dentro, oltre il crocevia, nel corridoio chiuso, oltre il muro, sull’ ascensore della Scala B.

Tolgo la Ffp2 e respiro, nella capsula che sale si percepisce un sentore evocativo di erba appena tagliata, di lavanda e sapone di Marsiglia. Il pulsante “T” lampeggia, ne deduco che due inquilini siano scesi all’ Edicola sospesa del Prof. Seppia per leggere il loro giornale personale o solo per sentire il prato morbido sotto i piedi nudi.

La porta scorrevole si apre sulla soglia del mio piccolo cubo luminoso sospeso nel tempo, indifferente al tempo. Cammino in punta di piedi tra i miei oggetti indispensabili, divano, tavolino di vetro, cabina del bagno Piero appena ridipinta, libri, foto, quadri : ogni oggetto al suo posto , il passato armonizzato con il presente .

Ma qualcosa è cambiato, il grande vaso azzurro è stato spostato verso il balcone ed è colmo di forsizie e girasoli; un esplosione di giallo che satura la stanza.

La porta finestra del balcone è aperta e lascia entrare un vento salato, leggero e fresco; esco a respirarlo e mi accorgo che anche l’ orizzonte è cambiato.

Sparita la citta’ sotto di me, sparita la periferia e le prime colline per lasciar posto al mare che si intravede in basso, oltre le casette appoggiate al pendio, oltre la ferrovia ed i lecci . Vedo la spiaggia ed il mare al mattino. Rari puntini umani si spostano sull’ arenile senza interrompere l’ armonia silenziosa. Legato alla ringhiera in ferro sento oscillare un costume da bagno blu che la mia mente aveva riposto chissà dove. Lo accarezzo, sembra consumato e sbiadito dal sale e dal sole .

Il Maestrale pulisce l’ aria e la rende trasparente. “Vedi, guarda a sinistra, si vede anche Baratti e di fronte il profilo dell’ Elba”. E’ vero, si vede il piccolo golfo , una conca in bilico tra il Ligure e il Tirreno, il promontorio etrusco e l’ Elba come una balena immobile nell’ azzurro. Nei giorni di maestrale cielo e mare hanno lo stesso colore al mattino. Sento il profumo di focaccia calda provenire dall’ interno , la cerco nella dispensa in noce…eccola, ancora avvolta nella carta del forno accanto a due “pesche” dolci.

Trovo anche una bottiglia di Morellino di Scansano, un cavatappi e due bicchieri. Non bevo mai al mattino ma la stappo senza incertezze e riempio i bicchieri. Prima di fare colazione entro nella cabina azzurra per la prima volta. Ci sono conchiglie incollate alle assi delle pareti, semplici gusci di comuni conchiglie bivalve striate, qualche pezzo di bottiglia plasmato dalle onde, instancabili soffiatrici di vetri rotti . Appesi ad una parete avvisto un telo mare rosso e blu, una maschera con boccaglio e, a terra, le tue ciabattine in gomma. Tutta la roba “mia”.

Senza rifletterci mi spoglio e indosso il costume blu, mi avvolgo nel telo morbido a due piazze e guardo lo specchio mentre lo specchio guarda me. “Mi vedi ?”, gli chiedo. “Si certo, io ti vedo sempre , non ho mai smesso di guardarti attraverso le stagioni. Sei tu che non ti vedi più’.”. .Forse è meglio non vedersi per un po’, perdersi e ritrovarsi per fare uno sgambetto al tempo, alle regole, alle certezze.

Esco dalla cabina a piedi scalzi avvertendo qualche granello di sabbia tra le dita, nonostante la porta finestra sia aperta non sento freddo, mordo un pezzo di focaccia tiepida e alzo il bicchiere rosso e profumato.

“Brindiamo al tempo, alle assenze che sono le presenze più presenti, brindiamo a favore del vento, al passato che è più che mai presente, qui ed ora, a noi che eravamo, siamo e saremo qui dove si vede Baratti , felici di un niente che poi si rivela tutto.” Il vino mi ammorbidisce, la focaccia ha su di me l’ effetto che le madeleines avevano su Proust. Mi accoccolo sul grande divano , mi attorciglio a chiocciola su me stessa , bevo ed ascolto.

C’e’ musica, entra da fuori, probabilmente dal sesto piano.

“Una casa en el cielo, un jardín en el mar. Un alondra en tu pecho..un volver a empezar”… le parole e le note mi accarezzano mentre continuo a bere vino perdendo completamente la coscienza del tempo. Qualcuno sopra di me sta’ ascoltando musica e guardando un cielo senza nubi, non so chi sia e non importa ma mi rincuora condividere uno spazio sospeso, i miei vuoti e i miei pieni con qualcuno che si è perso e si stà cercando .https://youtube.com/watch?v=vtS_PE0xnL8&feature=share.

Mi lascio andare, fuori uso il pilota automatico, fuori uso ogni orologio, assente il mio senso del dovere, mi addormento in un abbraccio caldo e sicuro che mi avvolge e mi regala il sonno.

Dormire senza sonniferi, senza pensieri che vengono a svegliarti come mosche dispettose, dormire senza rincorrere le domande senza risposta è un regalo per i sospesi. Dormire è sentirsi a casa, in una casa dove la roba tua è tutta la tua vita, ma non lo sapevi prima che la vita stessa te lo spiegasse senza addolcire la pillola.

Quando mi risveglio potrebbe essere trascorso un giorno, un’ ora, qualche minuto, non riesco a percepirlo, sento solo un senso di riposo ormai sconosciuto, il benessere dei non tempi e dei non luoghi. Sono io, in un presente inqualificato, in un giorno di marzo di qualsiasi anno, in un ora qualsiasi del 5 marzo. Non sento più’ la musica ma continuo a canticchiare il refrain…”Tiempo y silenzio…”

La bottiglia di vino è a metà, i due bicchieri vuoti, la focaccia ha perso la fragranza del forno. Assaggio una pesca dolce ed ha lo stesso sapore stucchevole di sempre. Le compravo perché mi piacevano la forma ed il colore ma, dopo un morso, le abbandonavo. Certe cose non cambiano, le più semplici non cambiano e ci accompagnano anche quando siamo noi ad essere cambiati.

Mi rivesto con calma, sistemo i bicchieri, raccolgo le briciole di quel che resta di una festa ma, infilandomi le scarpe, scorgo un bigliettino da fiorista tra i rami di forsizia da giardino.

Sulla busta qualcuno ha scritto “Per te”. La apro convinta di trovare un messaggio o un istruzione della Scala B; nulla, la busta e’ vuota e deve bastarmi quel “per te”, da dovunque arrivi.

Non sempre esistono delle risposte, anzi, spesso, le risposte sono spiegazioni preconfezionate, sono solo ciò che vogliamo far sentire. Significanti senza significato.

Ho un giorno di vacanza, non mi chiedo che ora sarà fuori, qui è ancora una luminosa e tiepida mattina di marzo e vorrei lo restasse.

Rispettosa delle regole della Scala non asporto niente, né pesche, né fiori, né costume blu, lo restituisco alla cabina azzurro cenere e alle conchiglie a cui appartiene.

Prima di scivolare nell’ ascensore, che mi aspetta sempre, guardo fuori e saluto Baratti mentre il Maestrale, per accarezzarmi, mi spettina.

Non ho ancora voglia di tornare a terra, ho il lusso del tempo, posso fermarmi al piano “T”, visto che il pulsante non lampeggia in segno di possibile accesso, ho voglia di ritirare il mio giornale sospeso e salutare il Prof. Seppia, guardiano del faro e dell’ edicola.

Quando l’ ascensore si apre al piano la mia curiosità è smorzata dalla visione di un quadro sempre identico, prato verde e morbido, platano apparentemente magro e ancora spoglio, cespuglio di calicantus e, al centro, l’ edicola con le sue litografie appese come panni al vento. Vedo il profilo di Seppia intento a leggere dentro il chiosco, sciarpa azzurra che riverbera sui capelli bianchi, folti e scomposti.

Ma c’ e’ un particolare nuovo, uno schizzo ad inchiostro che non avevo notato.

Sotto il platano, sulla panchina in ferro verde c’e’ una figura di spalle, leggermente incurvata , probabilmente per leggere meglio un giornale. Sembra una miniatura del grande albero.

Indossa un copricapo verde scuro e un burberry chiaro, benché seduto lo schizzo è lungo, i contorni suggeriscono un corpo alto e magro, le mani che sfogliano il giornale sono i rami del platano, lunghe e nervose.

Faccio finta di niente, senza scarpe e in punta di piedi cammino verso l’ edicola e Seppia si accorge di me. Apre la finestrella e affacciandosi al suo davanzale mi precede. “Bentornata, sono felice di rivederla qui in una mattina così luminosa e ossigenata dal vento, la aspettavo”.

Seppia mi appare sempre come un giornalista inquadrato a mezzobusto, con la dizione perfetta e un tono sussurrato, lo sguardo intelligente e la postura sapientemente inclinata a favore di telecamera. Perfetto nella sua improbabile mansione.

“Salve Prof. Seppia, ha ragione, si sta proprio bene qui oggi, anch’ io avevo voglia di tornare con un po’ di calma”. Dopo una breve pausa scandita da un metronomo interiore, mi risponde “Calma, certo, la calma è una forma di pazienza, è un arte che va appresa, aggiornata, curata. La calma é tutto ciò che serve quando ci si perde. Ovunque.”

Sorrido perché non amo sottolineare o rovinare delle parole che mi piacciono, quando le sento, non voglio renderle banali, ne ho cura ; potrebbero servirmi.

Con la sua innata eleganza Seppia mi porge un quotidiano senza estrarlo dalla mia mensola. Lo solleva da una teca di vetro con cura e me lo porge. “Ecco, il suo giornale sospeso, come vede è più sospeso e fragile di tutti gli altri, ne abbia cura e mi chiami solo Seppia, senza prefissi”.

Stranita dal vento e dal vino mi sono completamente dimenticata i 3 euro da consegnarli per salvare un quotidiano dal macero. Frugo nella borsa, nelle tasche del giubbotto, ma ripesco solo due monete da 50 centesimi.

“Sono mortificata Seppia, mi ero completamente scordata di preparare la moneta…che idiota!”. Seppia non sorride, ride scoprendo i denti bianchi e perfetti.

“No, no, questa volta lei non li ha preparati perché non andavano preparati. Si ricorda le regole? C’è sempre un quotidiano sospeso che qualcuno, non sappiamo quando, ha già pagato per lei. Oggi è il suo turno, è un giornale speciale, lo capirà.”

Lo prendo tra le mani e con stupore mi accorgo che è una copia della “Gazzetta di Parma” da archivio.

“Perché non si siede sul prato e la sfoglia qui, così esercita la sua “calma” e respira il presente? Le allungo una coperta da stendere così non prende freddo. Purtroppo la panchina è occupata ma oggi si sta benissimo anche sulla’ erba , al sole”.

Ha ragione, perché no?

Mi accingo a stendere il panno in prestito per sedermi sul prato e sfogliare la mia preziosa Gazzetta quando la sagoma tratteggiata si alza dalla panchina. E’ un uomo alto, come si deduceva, ha le spalle larghe ma un corpo sottile e lungo, movimenti lenti ed accurati. Sono ancora in piedi con il mio giornale tra le mani quando si volta verso di me.

Lo schizzo a matita prende materia e colore, si trasforma in una persona che , in chissà quale segmento temporale, ho incrociato. Cammina lentamente verso di me, riconosco il bagliore degli occhi amplificato dalla luce, riconosco lo sguardo malinconico, il viso sottile e la pelle chiara. Ma come può essere…è il Notaio della scala A, il mio Notaio? Ma no, è impossibile, cosa ci fa qui, tra i sospesi e i rifugiati della Scala B?

Probabilmente ho solo sovrapposto i luoghi e le persone, abbasso lo sguardo temendo , a mia volta , di essere riconosciuta.

Intuendo il mio stupore mi precede ,”Buongiorno, glielo avevo detto che ci saremmo rivisti in circostanze migliori. Ero certo che la Scala B l’ aveva trovata già prima di arrivare nel mio ufficio. La Scala sa sempre chi trovare.”

Seppia guarda la scena e rompe l’ imbarazzo scegliendo con cura poche parole.

“Non si preoccupi, qui si è, semplicemente, fuori facciamo, qui siamo. Fuori fingiamo di sapere, qui cerchiamo di capire. Il qui e ora non è inquinato dal fuori e dal dopo.”

Credo di aver capito e sorrido. Sorride anche il notaio mentre si avvia verso l’ ascensore sussurrandomi “Guardi il suo giornale sospeso, nulla è casuale qui.

Ogni cosa è quella che deve essere ,nel momento in cui deve essere”.

Guardo la persona ritornare contorno disegnato prima di dissolversi nell’ ascensore monoporzionato.

Seppia continua a leggere con estrema naturalezza, composto e concentrato, senza il minimo accenno di stupore e senza avvertire il motivo di dover fornire ulteriori spiegazioni.

Gli restituisco la coperta che profuma di rosmarino e lo saluto. “Grazie Seppia, oggi è una giornata particolare, sono scappata qui per provare a viverla a modo mio, mi sembra di esserci riuscita, non era mai accaduto prima”.

“Prima non esiste, prima è adesso e se riuscirà ad acquisire il ritmo danzerà perfettamente in qualunque tempo. La aspetto con calma, memorizzi, sempre con calma.”

Eseguo, cammino leggera e al rallentatore verso l’uscita di scena, mi fermo un istante per pettinarmi con le dita e mi lascio trasportare verso il quotidiano.

Ormai eseguo a memoria il percorso, oltrepasso il bivio, oltrepasso la scala A dello studio notarile ed esco . La piazza è intatta, stesse macchie di colore , stessa luce tiepida. Guardo l’ orologio , le 11 a.m. Ho ancora tutta la giornata davanti , una giornata speciale , una di quelle ricorrenze che mi facevano soffocare dentro la mia bolla di isolamento nel tentativo di rendermi invisibile.

Oggi è diverso, ho visto Baratti senza provare un dolore anche fisico, mi sono addormentata tra le braccia di un assenza sempre presente ma mai così forte e percepibile. Con la mascherina calata libero la mia vecchia “Dei” e, prima di riporre al sicuro il mio regalo in un borsone laterale, infilo gli occhiali per osservare la prima pagina della mia Gazzetta vintage, una stampa sopravvissuta a migliaia di maceri.

Leggo la data “5 marzo 1971”. Non è il giornale di ieri, è il giornale di oggi, di un oggi che è il mio presente, 50 anni dopo. Ne avrò estrema cura, come del tempo che custodisce per sempre. Il mio e il nostro tempo, che non ha diritto di reso, va solo riposto in una teca di vetro e maneggiato con cura. Come le cose fragili e preziose che sopravvivono e anelano al “persempre”.

“LA PRIMA DOSE NON SI SCORDA MAI”

( V-DAY PRIMO TEMPO)

di Cristina Battioni

Oggi è il Giorno. Oggi è Il ” V -DAY”, dove V sta per vaccino; l’ oggetto del desiderio, la materializzazione di una speranza faticosamente attesa dopo una gestazione di 365 giorni scanditi da solitudini, attenzioni, mascherine, disinfettanti, paure.

Finalmente oggi, 3 marzo 2021, alle ore 10.20 a.m., mio padre si appresta a ricevere la prima dose del vaccino Pfizer dispensata nel grande alveare “Pala Ponti”, 1500 metri quadri di un centro polisportivo convertito ad uso ambulatoriale con dieci celle sterilizzate, 106 api laureate in camice bianco ed ali di plexiglas preposte a pungere fino a 2400 miracolati al giorno, a gestire 12 ore di battaglia quotidiana, festivi inclusi.

Noi apparteniamo al primo turno di misericordia riservato ai “Grandi Anziani”, nati prima del 1936 ed ancora, teoricamente, autonomi. La nostra convocazione è stata fissata alle 10.20, “puntuale” e nel rispetto di quel “puntuale” sottolineato e di quell’ attesa che sembrava non dovesse finire mai, ci presentiamo all’ appuntamento con un discreto anticipo. Alle l’ alveare brulica in piena attività; grandi anziani più’ o meno stabili deambulano verso il check point in simbiosi con il parente o la badante che li accompagna. Guidati da api operose e variopinte attendono l’ accesso alle celle sterilizzate per farsi gioiosamente pungere ed ottenere quella dose di vaccino Pzifer che ha assunto, nell’ immaginario collettivo, le connotazioni mitiche di un elisir di lunga vita.

Comunque la si pensi, per persone nate prima del 1936, questa è la seconda guerra mondiale da cui tentano di uscire vive ed il momento del vaccino assume il valore di un evento storico; il 3 marzo come il 25 aprile 1945. La chiamavano liberazione, oggi la chiamano vaccinazione . Oggi come allora ci saranno altri strascichi, altri giorni in rosso, non si deporranno le armi perché il nemico non si è ritirato e non ha firmato nessun armistizio ma subisce il primo attacco da un corpo di fanteria claudicante.

Non c’ è allegria nell’ aria, nessun entusiasmo per un vaccino americano venuto a liberarci, uno ad uno, casa per casa, cella per cella. Non c’è aria di festa tra queste persone , più numerose di quanto si possa immaginare, persone intimidite che aspettano il loro turno, ogni dieci minuti, in fila e rispettando le distanze. Le mascherine nascondono i lineamenti stanchi ma non gli sguardi.

Gli sguardi ad un certo punto della vita diventano simili, chiari, quasi incolori. Gli occhi dei vecchi quando sono stanchi o tristi diventano trasparenti. Non è una fantasia, semplicemente la concentrazione di melanina nell’ iride diminuisce e anche il marrone diventa paglierino, mentre l’ azzurro diventa cielo.

Non sorridono queste decine di occhi trasparenti e stanchi, seguono le api, obbedienti e intimoriti. Hanno paura? Certo, e non delle possibili reazioni allergiche al vaccino ma, soprattutto, del tempo che dal 1945 in un battito di ciglia li ha consumati nelle cellule, nei muscoli, nelle ossa e negli affetti.

Sono tutti reduci, ultimi esponenti di una generazione cancellata dal virus, che aspettano il loro turno, non riconoscono il presente come un tempo di appartenenza; lo subiscono.

Il tempo digitale non è un galantuomo, non lo sarà mai. Paradossalmente, mentre ci accorcia la distanza dall’ orizzonte, permette all’ ombra lunga del passato di oscurare il presente. Tutti i richiamati alle armi qui riuniti cominciano a ricordare immagini, frasi, circostanze famigliari che nella loro età attiva avevano rimosso, messo via.

Oggi ognuno di loro si porta addosso un passato che sembra ieri , anche ciò che non era “bello” torna come un tesoro prezioso, la mente filtra e manipola, la nostalgia cura e candeggia le macchie. Quello che si legge nei loro sguardi, nel loro deambulare fiero ma incerto, nelle mani senza vigore è la corrosione che avvertono e che li rende fragili.

Il quadro è alleggerito dal ronzare delle api laureate in medicina, delle api infermiere specializzate, delle api multicolore volontarie che sanno rincuorare e trasmettere sicurezza, dal tono imperioso delle badanti che riescono a parlare a voce alta anche attraverso le mascherine, dalla falsa allegria dei figli o dei nipoti che devono sbrigare le formalità e ripetono, come da copione, la stessa frase che ho usato e consumato anch’ io :”Oh, ma come sono felice, andrà tutto bene… finalmente tocca a te, da oggi potrai essere più sereno”.

Più sereni? Andrà tutto bene? Ma come può essere serena una persona che fatica a camminare sulle proprie gambe o non cammina affatto, che non riesce ad ad ossigenare anche in assenza di Covid e che sa, pur avendo dimostrato di essere a lunga conservazione, di avvicinarsi ad una data di scadenza non prorogabile.

E dove andrà tutto bene? Non lo sa il grande anziano e non lo sa nessuno, ci si prova tutti a intuire almeno cosa succederà nelle prossime 24 ore, ma anche 24 ore non permettono più previsioni attendibili. Questi over 85 scelgono di vaccinarsi perché hanno paura, paura di essere ancora più soli di quanto non siano, paura di essere protagonisti di uno dei migliaia di drammi che ogni palinsesto, ogni trasmissione, ogni giornale hanno raccontato , ininterrottamente, per 365 giorni.

Hanno paura di trovarsi spogliati e spogli in una stanza d’ ospedale o in una terapia intensiva senza nessuno accanto, con la fame d’ aria, inermi e dimenticati. L’ utilizzo consueto dei tablets e delle videochiamate come trait d’ union affettivo non ha nulla di naturale o rassicurante per chi viene da così lontano, da prima del 1936.

Mentre mi oriento, rispettando il mio ruolo nella composta processione, ci avviciniamo al nostro punto di frontiera. Due api, gentilissime e sorridenti, circondano mio padre e, come solo chi è padrone del suo “mestiere” sa fare, lo tranquillizzano senza bisogno di grandi parole, trattandolo come una persona, non come un grande anziano d’ antiquariato. Io lascio i fogli compilati, sbrigo la procedura d’ accettazione e, come tutti gli accompagnatori, mi siedo in un angolo della celletta sterile sfornando l ‘ ennesima frase fatta della mattinata “Tranquillo papà, ah se potessi farlo anch’ io…”. A volte si dicono frasi di una stupidità sconcertante e, pur essendone coscienti, ci sembrano addirittura utili. Mentre parlo papà è già stato punto senza nemmeno essersene accorto.

Come da protocollo post vaccino ci parcheggiamo nell’ enorme palestra adibita ad astanteria ed aspettiamo il via libera di un’ ape infermiera.

Le attese sono sempre lunghe, non hanno un tempo digitale ma analogico. Dieci minuti si trasformano in un’ ora con un equazione temporale che sfugge ad ogni spiegazione logica. Nelle attese si consuma metà della nostra vita. Nella mia bolla sospesa canticchio una canzone di Ivano Fossati nel tentativo di dare una colonna sonora al film muto che stanno girando intorno a me.https://youtu.be/yy9Rk-F1M-o

Dalla mia prospettiva sospesa li vedo tutti, chi entra, chi esce , chi aspetta ; tutti diversi e contemporaneamente simili. Sono una generazione

Sei donne e quattro uomini sono i primi a lasciare il limbo di attesa insieme ai rispettivi accompagnatori sorridenti. Anche loro, i grandi anziani, sembrano sollevati, soprattutto di essere quasi fuori dall’ alveare operoso; ben sapendo di doverci tornare tra tre settimane, se sarà possibile, ovviamente.

Interrompo la mia colonna sonora per origliare dalla mia bolla il riassunto di una signora molto ristretta e leggermente sbilanciata in avanti ma perfettamente lucida come i suoi capelli bianchi acconciati a festa per l’ occasione.

Si rivolge al figlio , suppongo, scandendo bene le parole a voce alta , quasi pensasse, per la legge del contrappasso, che il figlio non ci senta bene. “Si, si possiamo andare, sentito niente , tutti gentili e svelti. Mi hanno detto che ci vediamo il 24… mah, non so mica, ho sentito che ne basta uno solo, anzi due fan male e poi non ci sono dosi per tutti.”

Ovviamente sarà il medesimo “dicono” a cui cercheranno di ancorarsi tutti i neo vaccinati per non tornare ma che verrà sistematicamente invalidato da precise e pazienti istruzioni parentali, ogni giorno , per 21 giorni, fino alla meta della seconda dose.

Sarà lo stesso dubbio che, insinuatosi in mio padre, dovrò cancellare e sostituire anche io ; sono preparata al contraddittorio ma, in effetti, non sono preparata per niente in materia, avrei voluto almeno imparare per spiegare con autorevolezza.

Nemmeno la scienza ha una risposta univoca da fornirmi in aiuto. Virologi, immunologi, scienziati, professori, primari da talk show, tutti dicono tutto e il contrario di tutto per poi confondersi tra di loro e rinegoziare tutto il giorno dopo. Anche se non si appartiene alla categoria grandi anziani, si fatica a capire esattamente la strategia di guerra intrapresa.

Quindi si naviga a vista, si decide di credere alla propria A.U.S.L di appartenenza , alle proprie paure e ci si adegua anche a tre richiami se resi necessari dalle “varianti”.

10.40 a.m., vedo mio padre in assetto di dimissioni, sgonfio e ripongo la mia bolla di osservazione per coordinarmi con il ritmo frusciante dell’ alveare ed accompagnarlo verso l’ uscita.

Ha gli occhi chiari, paglierini. Lo sapevo. Mi rincuoro; sembra star bene, ringagliardito dalla prova superata e desideroso di uscire in fretta da quello che lui ritiene un girone dantesco, il girone dei “vecchi vaccinati”.

Sì perché non c’è nulla che innervosisca o spaventi un anziano più’ del trovarsi circondato da un nutrito gruppo di coetanei. Ognuno di loro spera di non essere così fragile ed incerto come gli altri, non vuole guardarsi allo specchio né essere confuso con una categoria a cui non vorrebbe assolutamente appartenere. Come dargli torto?

Tutto cambia, nulla cambia ; 25 aprile 1945, 3marzo 2021; sempre in guerra siamo, sempre vittime di un tempo che ci consuma e ci corrode mentre noi crediamo di governarlo.

In una società in cui è severamente vietato invecchiare, perché il vecchio non serve e si butta via, o si nasconde, è difficile accettare la realtà per quello che è. Questo fa la vita alle persone; quando è gentile le invecchia poco a poco rendendo vani i nostri ostinati tentativi di fermarla; non c’è crema, non c’ è chirurgo, non c’è elisir o stile alimentare che possano ingannarla. Vivendo si invecchia, invecchiano le cellule, fuori e dentro, ma lo fanno come ladre silenziose ed impunite, di nascosto per anni ed anni… finché un giorno ti svegli e apprendi di non essere inserito nella categoria delle persone mature ma dei “Grandi Anziani” e, comprensibilmente, ti arrabbi perché la narrazione che ti hanno venduto ed hai introiettato era diversa.

“Vieni papa’, andiamo a casa”, gli dico nel tentativo di un abbraccio verbale. Ma non è quello che vorrei dire, vorrei solo dirgli “Vieni papà, andiamo dove vuoi, nel passato, nel futuro, dovunque tu possa sorridere e respirare la vita, anche per un istante”.

Andiamo dove vorresti essere tu, non il grande anziano, non un reduce dell’ esistenza ma una persona sicura, dove puoi essere quello che sei sempre stato e in cui ti riconosci, in guerra e in pace.

Buon V Day a tutti, comunque la pensiate.

NON CHIAMATELO FEMMINICIDIO (s.v.p)

“IL PRIMO ARTICOLO DAL GIORNALE SOSPESO”

di Cristina Battioni

Sera finalmente, tra le mura del mio domicilio in mattoni e pareti da ritinteggiare, posso uscire dalla mia bolla di sospensione e lasciarla riposare.

Devo preparare la cena ma ho urgenza di una doccia che si porti via la polvere del giorno e il peso della testa sulle spalle. Appoggio borsa, giornale, occhiali alla rinfusa e mi impossesso della mia stanza preferita; il bagno. Via le scarpe, le calze e i vestiti, svito un flacone di bagnoschiuma da grande distribuzione che promette di avvolgermi in un giardino di zagare.

Apro la doccia in anticipo sapendo che l’ antica caldaia mi offrirà acqua calda e vapore con i suoi tempi rallentati. Aspetto avvolgendomi in un accappatoio marmorizzato dai troppi lavaggi senza ammorbidente, ha la rigidità di un cartonato ma e’ immenso e riesce ad avvolgermi completamente. Mentre il calore dal box doccia comincia ad occupare la stanza, mi siedo a terra con le gambe incrociate , sciolgo i capelli e allungo la schiena come un gatto stanco.

Un vapore simile ad un blocco di nebbia satura la stanza mentre il profumo dolciastro e nauseabondo delle zagare mi satura le narici. L’ acqua della doccia e’ bollente e lascio che la cascata da acquedotto si porti via tutta l’ aria sporca che sento aderire come una pellicola alla pelle. Pochi minuti di incoscienza in un bagno turco domestico mi dissociano, lascio scollegare pensieri e azioni mentre ascolto il gorgoglio del risucchio d’ acqua e schiuma sotto di me. La patina appiccicosa della giornata se n’ è andata, dissolta da un bagnoschiuma simile ad un detersivo profumato.

Quando esco dal box la stanza è invasa da nubi basse, lo specchio appannato, fatico a respirare. Apro leggermente la porta verso il corridoio ed intravedo il quotidiano sospeso e gli occhiali, mi allungo gocciolando in punta di piedi e li afferro.

Impossibile asciugarsi, continuo a sudare e a respirare fumenti di zagare. Apro la finestra per far uscire le nubi, indosso l’ accappatoio come un cappotto e mi siedo sul tappetino che sembra un tiragraffi rosa e sfilacciato.

Penso all’ edicola sospesa e all’ aria pulita del piano T, infilo gli occhiali e sbircio “La Stampa” del giorno prima, 21 febbraio. La prima pagina, come da copione, è sovraffollata da Draghi, governo che regge ma oggi gia’ scricchiola, dichiarazioni e controdichiarazioni, curve pandemiche , dati, regioni cangianti, categorie arrabbiate, ristori, ristoratori in piazza, immagini marziane e un bel editoriale che cerca di ordinare il caos circostante.

Vado oltre, sfoglio la seconda, la terza pagina con noncuranza fino ad una foto che mi ferma; focalizzo. Mi pare l’ immagine di una saracinesca abbassata per il lockdown in qualche zona rossa circondata da manifestanti…ma no, qualcosa è fuori squadra, ci sono fiori e nastri viola, i presenti non manifestano, sono distanziati e tengono la testa bassa come in preghiera. Leggo la didascalia: “Fiori davanti al negozio di Clara Ceccarelli, 69 anni, uccisa dall’ ex compagno”.

Non capisco , Clara e non Deborah..? Ma io sono certa di aver sentito un altro nome tra i titoli del telegiornale oggi…Clara, Deborah o Rossella? Sono la stessa vittima, la stessa persona? Sì, in un certo senso. Proseguo la lettura per cercare di capire; Clara Ceccarelli uccisa a coltellate dall’ ex compagno di 59 anni che aveva lasciato quando si era accorta di essere copiosamente derubata dalla cassa del suo negozio di pantofole. Clara non l’ aveva denunciato, ci aveva provato per poi ritirare la denuncia per persecuzione e, nel frattempo, si era organizzata il suo funerale, per non dare fastidio a nessuno.

Ma Deborah e Rossella, chi sono? Esco in accappatoio ancora gocciolante e accendo Sky TG 24, leggo i roll ed eccole Deborah Saltoni e Rossella Placani, entrambe vittime oggi , 22 febbraio, di femminicidio. Comincio a comporre i tasselli della strage, il quotidiano era di ieri , questo e’ oggi ed è peggio di ieri.

Ventiquattro ore dopo la morte della Signora Clara di Genova accoltellata nel suo negozio di pantofole , la strage si amplifica con altre due vittime di femminicidio.

Deborah Saltoni , 42 anni, e’ stata massacrata con un’ accetta in casa sua, in un tranquillo paesino attaccato a Trento. Unico indagato e ricercato il suo ex compagno che, teoricamente, avrebbe dovuto essere agli arresti domiciliari.

Da un paesino in provincia di Trento lo studio si collega con l’ inviata in un altro paesino, Bondeno , nel ferrarese dove in mattinata Rossella Placati, 50 anni e due figli, e’ stata uccisa dal suo ex compagno, un quarantacinquenne che aveva messo fuori casa.

Immobile ascolto le parole di commento che continuano a usurare e ripetere la parola “femminicidio”; uno ogni 5 giorni dall’ inizio del 2021, un’ escalation inarrestabile.

Ed e’ proprio l’ imporsi di un retaggio culturale legato alla parola “femmina” in una società teoricamente evoluta, liberale, democratica ed emancipata a lasciarmi perplessa. Non mi stupisce la violenza esercitata sulle donne , è sopravvissuta ai millenni, dalle caverne ai castelli, dalle eretiche bruciate al rogo alle donne sfregiate dall’ acido.

Mi fa paura, invece, il perpetuarsi di una malattia sociale la cui curva sale costantemente , più di quella pandemica , che sfugge al tracciamento e non avrà mai una cura se non si comincerà ad agire pragmaticamente sulla preparazione culturale e psicologica di un paio di generazioni.

Clara , Deborah, Rossella e tutte le altre prima di loro non erano femmine erano Donne. “Donna” al singolare ha un valore collettivo, rappresenta l’ intera componente femminile della società, la sua spina dorsale. Madri, nonne, sorelle, colleghe, medici, infermiere, insegnanti, badanti sono Donne non femmine.

Mi ritorna in mente una risposta data dalla Professoressa Montalcini ad un giornalista che probabilmente voleva invadere la sua sfera privata, gli disse solo :”Io sono il marito di me stessa.”

Questa frase andrebbe scritta a caratteri cubitali sulle lavagne in prima elementare, il concetto che veicola dovrebbe essere passato con il latte dalle madri alle figlie.

E’ la consapevolezza di bastare a se stesse che fortifica, la coscienza di essere forti perché appagate da quello che sappiamo fare e dare che rende autonome.

Non abbiamo imparato a memoria la lezione della Montalcini e nemmeno a proteggere la nostra autostima da cui trarre la forza di contare su noi stesse sempre e senza subire il disagio di quello che dicono “gli altri “. Non abbiamo capito che dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna ma dietro una grande donna può anche non esserci nessuno.

Non lo abbiamo imparato e rischiano di non imparalo le nuove donne perché nessuno glielo insegna, nemmeno nel XXI secolo. Ci deve essere in qualche meandro dell’ apprendimento un passaggio sbagliato, qualcosa che fa preferire la paura alla libertà, l’ accettazione alla presa di coscienza. Qualcosa che confonde il silenzio con la dignità, il dare con il ricevere, pericolosamente.

Sono quasi certa che nel giornale sospeso di domani o di dopodomani troverò un altro nome di donna, altre foto con fiori e scarpe rosse , tutte con il medesimo bel sottotitolo :”Ennesimo femminicidio”. Come non capire che anche le parole sono sassi; chi ha coniato questo termine maschilista “Femminicidio”?

Perfino l’ enciclopedia Treccani fatica a definirlo e prende in prestito proprio l’ uso che ne ha fatto Roberto Lodigiani, un giornalista de “La Stampa”, il giornale sospeso, che ho tra le mani. https://www.treccani.it/vocabolario/femminicidio_%28Neologismi%29/

Femminicidio è una manipolazione linguistica , sinonimo accattivante di omicidio con aggravanti di crudeltà, vessazioni persecutorie e psicologiche agito da un essere umano contro un altro essere umano a cui, spesso e purtroppo, era legato da un rapporto parentale o di condivisione. E’ una strage di Donne , non di femmine, una strage che distrugge vite, affetti, progetti, persone. Ora che il “delitto d’ onore” appare fastidiosamente antiquato chiamiamolo “Femminicidio” e diamo spazio a un’ altro fenomeno linguisticamente contemporaneo ma aberrante ed inquietante quanto il primo.

E a seguire decine di scarpette rosse postate dalle ” femmine” per solidarietà. Ma come scarpette rosse? Sostituitele con foto di manette, sentenze di ergastoli, corsi di difesa personale, lezioni di identità e di genere dalle elementari. Basterebbe scrivere sulla lavagna la frese della Professoressa Montalcini: ” Io sono il marito di me stessa”. A sei anni c’ è speranza che il messaggio arrivi forte e chiaro e si cementi come un solido sostegno di una vita più cosciente e sicura.

Una donna che lascia un uomo si salva, forse, solo se è realmente disposta a rinunciare a tutto, casa , figli, beni in comune, mantenimento.

Perché quello che nessuno scrive o dice è che in una società, non più basata sull’ onore ma sull’ economia, è il danno economico che una separazione può provocare all’ uomo ad innescare l’ ultima miccia verso l’ esplosione della crudeltà. Comunque la si pensi, esaminando ogni triste storia, è il danno complessivo che il maschio non riesce ad elaborare ed accettare. Abbandonato si, ma anche povero e senza casa no, piuttosto la follia, la violenza, la vendetta.

Rossella, Clara, Deborah e tutte le altre Donne sono state uccise perché con loro se ne andava non solo la compagna, la colf, la solidità, la crocerossina ma anche, a mio avviso, soprattutto perché con loro se ne andavano anche la casa di famiglia, i figli, il denaro per pagare gli avvocati, il denaro per il mantenimento, il denaro per consolarsi della perdita. Questa è la parte pragmatica e triste.

Alle donne bambine va spiegato, anche se precocemente, che l’ amore, la stima e la compagnia le devono trovare in loro stesse, in ciò che realizzano , in ciò che sanno fare ; che dovranno spesso essere madri, sorelle , figlie di loro stesse quando la vita lo renderà necessario , senza cercare un compagno che le accompagni.

Purtroppo anche la prevenzione al maschile sarà compito soprattutto delle Donne, delle madri, delle nonne, delle insegnanti, delle amiche. Respirare rispetto nella culla non garantisce miracoli ma certamente non nuoce.

Seppia sapeva che mi sarei fermata su questa foto, aveva intuito che io mi sono sposata con me stessa molti anni fa e non per ermetismo ma semplicemente perché mia nonna , una Donna di inizio novecento, me l’ aveva indicata come l’ unica via sicura, nel bene e nel male. Lei lo aveva capito; nella fretta di un tempo digitale scandito da micro solitudini, noi tutte rischiamo di dimenticarlo.

Abbiate estrema cura di voi e dei vostri sentimenti, fidatevi del vostro istinto e abbandonate definitivamente la bugia del “vissero felici e contenti”, era solo ed è un espediente narrativo, un artificio commerciale, banale e consolatorio. Ricordate che siete Donne , mai più solo femmine sacrificali.

L’ EDICOLA SOSPESA

di Cristina Battioni

Ogni mattina, prima della biancheria e dei vestiti, indosso la mia bolla di sospensione , la mia impalpabile vestaglia di indifferenza e comincio a galleggiare per casa senza nessun entusiasmo, qualche centimetro sopra il quotidiano che mi attende con l’ inquietudine di sapere già il prevedibile, nel bene e nel male.

La mia invisibile protezione si sveglia presto, prende il caffè con me, si appanna quando sospiro indolente, i sospiri e i respiri la gonfiano e la coibentano trasformandola in una capsula resiliente ma invisibile. Nonostante i miei tentativi di renderla resistente ma elastica ed impermeabile alle intemperie , lei regredisce allo stato fragile ed etereo di una “bolla di sapone” ogni giorno, per pochi minuti. Ogni giorno, di ogni stagione e di ogni mese diventava iridescente e vulnerabile nel momento esatto in cui la luce naturale si ritira.

Un tempo piccolo, minuscolo in inverno, attiva la sua metamorfosi in membrana permeabile, translucente e transeunte, come me. Il cambio di passo e di riflessi tra la luce ed il buio la attraversava mentre cerca di fuggire verso l’ alto, la deforma fino a farla scoppiare ed evaporare.

Lo so, lo temo e cerco di non espormi mai a al viraggio di colori dell’ imbrunire.

Io la chiamo “Saudade del crepuscolo”, il mio tallone d’ Achille, il mio fragile punto di rottura; faccio attenzione ma non sempre riesco ad evitarla. La saudade del crepuscolo , influenzata da troppe variabili, è inattendibile, non rispetta mai un orario preciso, non è mai puntuale, mai esattamente prevedibile nel tempo digitale.

Per evitare quei pochi minuti pericolosi posso solo non guardare, se mi trovo in un interno li precedo accendendo le luci ma quando Venere appare in uno spazio esterno i colori della sera mi attraversano l’ iride provocando la dissoluzione della membrana e lasciandomi sospesa ma senza supporto; nel breve intervallo di viraggio della luce diurna precipito in un capogiro che centrifuga immagini, profumi, vuoti , assenze e presenze intangibili.

“Sul far della sera cerca di non trovarti mai sola in strada”, diceva mia nonna; aveva ragione.

Sono solo le quattro del pomeriggio di una giornata di febbraio piena di luce, potrei continuare il mio lavoro qui in ufficio, in silenzio e con i neon già accesi anzi, dovrei, pur sapendo che non c’ è più molto da sistemare. Il caos ed il disordine hanno vinto la loro partita prima che io scendessi in campo. Potrei andare a fare la spesa, passare l’ aspirapolvere o semplicemente perdermi davanti ad uno schermo acceso o spento con un Campari in mano.

No, non oggi, non ancora. Voglio tornare al mio rifugio della Scala B prima che questo chiarore primaverile scompaia, voglio sentirmi in vacanza, dimenticare il tempo digitale almeno oggi. Non voglio sentir scoppiare la mia bolla di sapone al tramonto. Chiudo tutto, scollego tutto, mi infilo il cappotto e salgo in auto.

Guido piano nel poco traffico dei viali che portano verso il centro, svolto a sinistra per infilarmi nel grande parcheggio che definisce l’ inizio della zona pedonale, a pochi metri da Piazza Della Vittoria. Estraggo il biglietto d’ accesso e lo infilo in tasca insieme a qualche euro , pronti per il pagamento.

Attraverso un piccolo parco precocemente verde, i colori e l’ odore buono di una stagione nuova invadono anche la mia bolla e oltrepassano i filtri. La piazza è quasi deserta, qualche figura mascherata la attraversa velocemente. Bar, ristoranti, negozi chiusi sembrano vuoti a perdere mentre la vita si muove blindata negli uffici contingentati. In un anno di assenze anche i palazzi, la fontana e il teatro sembrano deteriorati, pallidi come esseri umani precocemente invecchiati. Un anno divenuto un’ epoca segnata dall’ esodo di una generazione ,in bilico tra ciò che era e ciò che forse sarà. Il presente non è pervenuto, e’ assente per malattia.

L’ edificio dello Studio notarile è rimasto immobile. Immagino che anche il notaio stia facendo esattamente le stesse cose di ieri e di prima e di prima ancora con lo sguardo ceruleo dolcemente segnato e rassegnato dal senso del dovere antico che lo costringe a ripetere metodicamente fino alla nausea lo stesso ruolo, nella stessa scena, per lo stesso pubblico indifferente.

Sono le 16.20, giusto in tempo, il sole e’ ancora alto sopra l’ orizzonte. Mi tolgo la mascherina sudata e tiro un sospiro di sollievo mentre l’ elevatore monoporzionato comincia a salire e a mettere una distanza fisica tra me e la città che resta sotto.

Ma un istinto irrazionale mi impedisce di distogliere lo sguardo dal tasto a forma di “T”, l’ unico della pulsantiera. Ho tre euro in tasca e voglia di aria silenziosa e pulita, lo premo.

La mia lista delle istruzioni non descriveva il piano T, lo indicava schematicamente come il piano dell’ “Edicola sospesa” con un piccolo giardino , un albero , una panchina e la capienza massima di due inquilini. L’ ascensore scende mentre un istintiva e dimenticata curiosità’ sale.

Il piano T è un terrazzo , un piano terra senza soffitto , un grande cubo aperto verso il cielo ma chiuso agli sguardi esterni da pareti ricoperte d’ edera rampicante e gelsomini in letargo.

Il pavimento è solo prato, verde scuro, rustico, nato da quel tipo di semente che sopravvive a tutto. Un acero alla mia destra sovrasta il muro, sembra aver rimosso il tetto per farsi spazio. I rami sono ancora spogli e assomigliano a braccia che si assottigliano in mani e poi in dita che cercano la luce. Al centro un chiosco esagonale, quasi una riproduzione in scala ridotta di un edicola, a fianco un cespuglio di Calicanto in fiore con il suo profumo che abbraccia l’ inverno per consolarlo. Intorno il silenzio.

Mi immergo in questo quadro perfetto senza indugiare, come se la bolla mi avesse lasciato al sicuro e senza scarpe a camminare sulla’ erba. Nella leggerezza inconsueta dell’ istante non mi accorgo di una presenza, prima sfuocata, poi sempre più’ nitida.

Dall’ interno del chiosco incrocio un riflesso paglierino e rassicurante , mettendo a fuoco mi accorgo che sorge da due occhi marroni, vissuti e avvolgenti. Mi avvicino all’ edicola; nessun giornale esposto, solo litografie di copertine del primo novecento e un cartello scritto a mano “Qui giornale sospeso”. Come affacciato alla finestra un mezzobusto mi sorride, mi appare come un giornalista intento ad intervistarmi in un talk show. Ha un viso affilato, zigomi alti e autorevoli sdrammatizzati da uno sguardo luminoso che sembra riflettere e trattenere l’ azzurro cinerino della sciarpa e il bianco dei capelli folti e spettinati . Mi accoglie con un tono inaspettatamente famigliare “Benarrivata mia cara, lei dev’ essere la nuova inquilina del quinto piano; non abbia paura e si tolga pure la mascherina, qui siamo impermeabili a tutto ciò che accade nel tempo parallelo, là fuori. Qui l’ aria è pulita, i respiri sono puliti.”

Senza bolla, senza orologio, con il contatto morbido dell’ erba sotto i piedi sono disorientata. La cortesia sorridente mi destabilizza sempre, è cosa rara e non sempre affidabile. Ma non importa, non qui e adesso. Ritrovo un modesto equilibrio e sottovoce gli domando se posso avere il “giornale sospeso”.

“Ma certo, glielo prendo subito, l’ avevo già preparato ,guardi..”. Mi allungo appena per sbirciare con finta discrezione e lo osservo mentre con leggerezza estrae il mio giornale da un’ anta di biblioteca con sei ripiani, quattro vuoti. Restano due giornali, il mio e un giornale con inserto nel sesto ripiano. “Eccolo, come sa è un quotidiano di ieri che ho salvato dal reso e dal macero. Aspettava lei. Lo può leggere qui se desidera o portarlo altrove, anche fuori di qui. Sono certo ci troverà qualcosa di interessante.” Gli faccio scivolare nel palmo della mano i 3 euro, come da istruzioni, e lo ringrazio. “Grazie e complimenti per l’ edicola, il giardino e l’ atmosfera .” Mi risponde allungando la mano forte ma elegante. ” Mi perdoni se non mi sono presentato, io sono Il Prof. Seppia , Seppia per tutti. Mi troverà sempre qui, per il giornale, per una boccata d’ aria o per qualsiasi informazione le occorra.”

Mi porge, come fosse una pagnotta ancora calda e preziosa, “La Stampa” del giorno prima. Profuma ancora di stampa, di nuovo.

Ringrazio e sorrido trattenendo la curiosità di fare domande, non sono più abituata e temo le risposte di convenienza.

Vinco anche l’ innegabile tentazione di sedermi sulla panchina ad annusare l’ aria ed il giornale. C’ è luce , una temperatura piacevole e forse qui l’ imbrunire non mi prenderebbe a pugni ma preferisco dosare ogni rapporto e ogni sensazione. Questa è piacevole, la voglio portare via con me con il giornale e con l’ aria ossigenata che mi fa sentire meno pallida.

“La ringrazio Dott. Seppia, sono stata felice di conoscerla, si sta bene qui , con questa luce, questi profumi e questo piacevole silenzio; tornerò presto ma ora devo andare, prima che finisca il giorno.”

Seppia si sistema la sciarpa ,la gira intorno fino agli zigomi , forse è la sua protezione personale o forse solo un indumento che non gli fa sentire freddo dentro. Coglie il mio attimo di esitazione e mi saluta con un insieme di parole calibrate, scelte, come un codice creato per me “Vada attraversando il giorno in punta di piedi come è arrivata qui, non tema le ombre della sera. Finché sarà qui non verra’ mai sera. Verrà solo quando sarà lei a chiamarla. A presto.”

L’ ascensore si apre , mi volto per salutare con la mano ma Seppia si è già ritirato nel suo chiosco e nei suoi archivi, avverto uno spostamento millimetrico verso l’ alto. Sono già nel corridoio, infilo la mia mascherina stropicciata e guardo l’ orologio, le 16 e ventuno minuti. Come speravo, come sapevo. Cammino leggera, ripeto a memoria ogni passo verso il parcheggio; cerco la cassa automatica , inserisco il biglietto e aspetto la comparsa dell’ importo dimenticando di non avere più’ le monete nella tasca. Importo nullo, la fessura mi rigetta il biglietto. Entrata 16.10, uscita 16.21, importo minimo non raggiunto. Non ci avevo pensato dopo la percezione di un pomeriggio trascorso al piano “T”, un minuto percepito come un’ ora, un’ anno come un’ epoca, una vita come un rapido transito di un viaggio troppo spesso subito.

Salgo in auto e appoggiando il mio giornale sospeso sul sedile passeggero ed inaspettatamente un biglietto bianco scivola fuori dal suo nascondiglio tra la prima e la seconda pagina:

"Ci muoviamo in un pulviscolo madreperlaceo che vibra,
in un barbaglio che invischia gli occhi e un poco ci sfibra."

Montale.. se non ricordo male. Il Prof Seppia deve aver letto molto ma soprattutto ha imparato a leggere le persone senza sfogliarle e senza spogliarle. Sorrido senza volerlo, c’è ancora luce davanti e dietro di me.

https://youtube.com/watch?v=u5f5wqll0-s&feature=share

“Ogni tempo ha il suo tempo”

(Anche in lockdown)

dI Cristina Battioni

Le 7 regole della Scala B non mi sorprendono, le trovo perfettamente adeguate al mio stato di sospensione, al mio bisogno di pausa e reset. Le imparo a memoria senza doverle rileggere, come se le avessi scritte io. Sono le regole di un lockdown privato.

I ” lockdown” esistevano molto prima ed indipendentemente dalle pandemie, dai comitati tecnico scientifici o dalle decisioni governative; talvolta si chiamavano isolamenti volontari, talvolta erano e sono separazioni causate da stati di fatto immodificabili. Questa parola così inflazionata nella nuova epoca virale indica la condizione di vita quotidiana di milioni di persone ieri, oggi e domani.

Certo, il temine anglofono ha maggior impatto , così come il “coprifuoco”; evocano periodi di guerra e di paure condivise. Con il “Lockdown” di Stato si chiude in casa una società abituata al dinamismo, alla fretta, alla produttività, le si impone una prigionia forzata ma necessitante.

Tuttavia la chiusura per necessità non è molto diversa, nel suo significato, dalla sospensione, dall’ isolamento in cui moltissime persone vivono giorni, mesi, anni, vite.

Entra in isolamento sociale un malato, anche asintomatico, nel momento in cui gli viene diagnosticata la malattia; la sua posizione nel tempo e nello spazio cambiano nell’ istante di una comunicazione .

Il sano è libero, il malato viene messo in pausa. Gli ospedali sono da sempre dei non luoghi, custodi di un tempo interno diverso da quello esterno, con i minuti e le ore dilatate , con esistenze ridotte all’ essenziale. Fuori tutto continua, dentro la vita delle persona diventa l’ attesa dei pazienti. Si e’ sospesi, nel corpo e nei pensieri.

Anche le Rsa di cui nessuno si occupava prima dell’ Evento “E” sono sempre stati luoghi sospesi, non di transito ma di stasi. Luoghi in cui il presente non ha più’ importanza, il meglio se n’ è andato e del futuro che resta è meglio non occuparsene. Si aspetta senza darlo a vedere, magari fingendo di giocare a carte , leggendo un giornale vecchio o utilizzando come unico scadenzario l’ ora dei pasti o delle visite, anche quando non viene mai nessuno. In isolamento sono tutte le persone non più abili, costrette a letto da un malfunzionamento delle componenti motorie, dalle chemioterapie, dalle patologie neurologiche. E per ognuno di loro c’ è un’ altra persona che, nel tentativo di averne cura, con loro si sospende e attende. Mentre fuori tutto continua velocemente, ripetitivamente nella rincorsa del tempo, nella paura di farsi sfuggire il tempo, quasi fosse un bene razionato e , nell’ illusione di non sprecarlo lo si consuma sovraccaricandolo con qualunque cosa. Qualunque cosa è preferibile ad un tempo sospeso che spaventa, disorienta, evoca la solitudine come uno stato di smarrimento che obbliga a convivere con se stessi.

E poi ci sono i sopravvissuti, quelli che di momenti chiusi e aperti ne hanno attraversati tanti, quelli che dopo aver corso e rincorso una meta mai definita si ritrovano al centro esatto di una spirale in cui fine ed inizio coincidono. Sono le persone stanche, nessuna malattia, nessuna patologia, solo un senso di spossatezza che si intensifica giorno dopo giorno. Si entra in questa anonima categoria senza volerlo, dopo una caduta, dopo aver intrapreso la strada sbagliata ad un bivio, dopo aver preso coscienza di aver corso troppo per afferrare il momento perfetto senza accorgersi che se n’ era già andato via prima, imperfetto e senza avvisare .

Il lockdown da stanchezza è solo una pausa, una sospensione momentanea in una bolla che permette di vivere un’apparente normalità condivisa con gli altri senza esserne partecipi. Dalla bolla si osserva al rallentatore, non si sentono i rumori, si selezionano le frasi, le parole che possono entrare.

Le 7 regole della scala B sono solo un prontuario da sconfinamento volontario, sono istruzioni per l’ uso, istruzioni per l’ uso di un tempo che non sfugge, non sfugge perché non sta scappando: è’ fermo e, per una volta, è tuo, ti corrisponde, ti aspetta.

La pausa autoconcessa è una terapia ed avrà la durata necessaria a coordinarsi con un ritmo che non e’ conosciuto e sperimentato; ieri e oggi sono paralleli e domani e’ gia inglobato. Il futuro è già in divenire e si sottrae alle progettazioni stereotipate e riutilizzate, e’ gia’ qui, ora e ovunque. Gli orologi digitali accumulano secondi, minuti , ore di ritardo perché il dopo non esiste , è semplicemente ciò che già sta accadendo oggi.

Inutile correre, riempire, svuotare, accelerare, prevedere. Il meccanismo ha preso un ritmo diverso e gli stanchi cercano di adeguarsi senza fuggire. Il cubo al quinto piano della Scala B è esattamente il contenitore della pausa e, non misurandone la durata, la consente.

La mia lettera di benvenuto mi ha consentito una decelerazione favorita dalla calligrafia allungata di un corsivo manoscritto in inchiostro blu senza sbavature, un dettaglio capace di annullare un possibile stato di urgenza e vertigine sostituendolo con una piacevole sensazione di calma. Un fermo immagine nel caos.

Ora devo solo attestarne la veridicità. Stando alle istruzioni uscendo dal mio monolocale, ritornando al crocevia delle scale condominiali dovrebbero essere le tre e dieci del pomeriggio, esattamente l’ ora che segnava il mio orologio quando sono entrata per il mio appuntamento dal Notaio. Mi alzo con calma, il mio orologio e’ fermo, scomparsi anche i numeri digitali sullo smartphone, sfioro le foto appese alle pareti fino a raggiungere con la punta delle dita la porta senza chiavi e serratura.

Avverte il mio tocco e si apre. Sono nell ascensore monoporzionato e, mentre osservo il tasto “T”, la porta scorrevole si riapre sul corridoio cieco, raggiungo il centro dell’ androne, svolto a destra verso la scala A e guardo l’ orologio; le tre e dieci.

Ho tempo, posso scegliere le scale, non sono stanca, ho riposato. Mi ero dimenticata come si fa.

La porta dello Studio notarile , tecnologica e di design, si apre automaticamente e una perfetta segretaria seminascosta da una mascherina sartoriale mi accoglie sottovoce..”Prego mi segua, la faccio attendere un minuto mentre il Notaio si libera. Lei è puntualissima.” Prima di lasciarmi a riflettere su quel ” puntualissima” fa marciaindietro e con affettata cortesia mi chiede se desidero un caffè. “No, la ringrazio, gentilissima, ma bevo caffè solo al mattino”. Ovviamente non aggiungo solo al mattino perché sono così stanca che anche tutto il caffè della Nespresso non riuscirebbe a ridarmi tono, mi agiterebbe con il risultato di trasformarmi in una trottola insonne.

La saletta d’ attesa sembra piuttosto una piccola sala di rappresentanza, bel tavolo in vetro ovale senza alcun tipo di alone, gel disinfettante al profumo di cedro, quattro sedie ergonomiche e comodissime, due quadri alle pareti, ampia finestra insonorizzata affacciata su Piazza Della Vittoria.

Tutto perfetto, lucido, armonico , freddo, ordinato e santificato. I passi veloci del notaio mi raggiungono prima di lui insieme ad un fruscio di carte. E’ un uomo alto, tra i 60 e i 70 anni presumo, sobriamente elegante, molto britannico con il suo incarnato pallido e gli occhi cerulei. La compostezza quasi innaturale del suo essere è tradita solo da un ciuffo di capelli che paiono posizionarsi autonomamente controcorrente .

Si siede con calma dalla parte opposta del tavolo, appoggia i fascicoli , guarda l’ orologio e , come per prassi , comincia ad accelerare i gesti e le parole . “Dunque noi oggi dovremmo rileggere tutto, cioè leggo io e lei mi ascolta, poi firmiamo e depositiamo.”

Mi permetto di obiettare ,”Dottore forse possiamo evitare la lettura, conosco bene l’ atto, la sua segretaria me l’ ha già mandato , è perfetto. Direi che possiamo limitarci alla firma”. La mia frase , che voleva essere semplificatoria, lo irrigidisce. Come di fronte ad un opzione imprevista si disorienta un istante . Più scompigliato e meno formale guarda i fogli, poi, alzando gli occhi cerulei, mi risponde “Mah, sì, si potrebbe se lei è sicura , magari qualche riga qua e là, per prassi…” . E tra qualche riga qua e là arriviamo rapidamente alla conclusione. Mi allunga un elegante Montblanc disinfettata , sicuramente di serie limitata, e abbozzando un sorriso, aggiunge ” Ecco, prego firmi qui in fondo, poi firmo io. Non sà che favore mi ha fatto .. “.

Che favore gli avrò mai fatto da scompigliarlo ? Me lo spiega lui abbandonando , inconsciamente, la sua sedimentata compostezza professionale.

“Mi creda oggi è una giornata infernale, sono pieno di appuntamenti , poi con le norme di sicurezza sono tutti infilati alla perfezione ma non ammettono sovrapposizioni involontarie , ho mangiato un panino in cinque minuti e dopo di lei ho una riunione per una cessione di ramo d’ azienda e temo d’ essere già in ritardo”. Vorrei dirgli che non è in ritardo, che è pallido e che, dopo tutta una vita così perfettamente incasellata e maledettamente uguale , avrebbe tutto il diritto di rallentare. Ma ognuno sceglie il suo lockdown, lo capisco perfettamente. Mi alzo ed accenno una saluto per accomiatarmi come da protocollo, ma mi rallenta”no , aspetti la accompagno io , devo spostarmi nella sala riunioni, venga”

Ci salutiamo sulla porta che la segretaria ha gia aperto con un telecomando dal suo bureau di controllo . “La ringrazio per la comprensione, spero di rivederla in circostanze migliori.. ah prenda l’ ascensore subito a destra, così non deve fare le scale.”

Sorrido e rispondo solo “Arrivederci e li lasci aspettare un po’, qualche volta è utile, ogni tempo ha il suo tempo, sopratutto questo “. Chissà se avrà capito o ascoltato.

Riprendo le mie scale in discesa, riguardo bene il crocevia e il corridoio cieco della Scala B e ritorno fuori. La luce comincia a diminuire, a gennaio il giorno fortunatamente fa degli sconti . Torno in modalità’ pilota automatico verso tutte le operazioni meccaniche che il mio scadenzario , volente o nolente , mi impone.

Ero come il Notaio, affannata in un labirinto sempre identico, senza uscita, senza motivazioni o convinzioni, ero come il Notaio che si ferma e si scompiglia di fronte ad una frase fuori copione. Forse tornerò ad essere così dopo questa sospensione. Ne dubito.

Se ogni tempo ha il “suo” tempo , spero che il mio trovi me al quinto piano della Scala B. Poi decideremo insieme con la stessa velocità di crociera, analogica.

Le 7 regole della “Scala B”

Il bilocale del quinto piano è un monolocale , se non fosse per l’ altezza sembrerebbe un cubo pieno di luce densa e avvolgente.

Lo misuro usando i miei passi ma mi interrompo urtando ogni oggetto.

Qui dentro lo spazio è monoporzionato, due persone non riuscirebbero a muoversi contemporaneamente tra mobili, divano e “cose” varie ed eventuali .

Un open space interamente saturato dalla roba “mia”; divano ad angolo, cuscini a terra, una ribaltina , un tavolino in vetro e ferro , una credenza da cucina in legno scuro appoggiata alla parete destra, un’ abat-jour da comodino senza comodino e un grande vaso da fiori azzurro in un angolo.

Di fronte a me, al centro della parete di fondo, vedo l’ unica fonte di luce naturale; una porta finestra affacciata su un terrazzino minuscolo e quadrato.

Ogni oggetto è stretto all’ altro generando un’ apparente accozzaglia che emana un inaspettato senso di armonia. L’ unica anomalia e’ una cabina in legno azzurro, una cabina da spiaggia posizionata nell’ angolo tra la parete di fondo e la credenza della cucina di tanti anni fa. Il color cinerino la accorda allo strano puzzle circostante. Sembra una cabina da spiaggia simile a quelle che si affittano insieme all’ ombrellone durante le vacanze al mare. Quelle cabine usurate delle spiagge del Tirreno che venivano ridipinte ogni due o tre anni ma sembravano sempre vecchie nonostante l’ odore acre di vernice fresca. E’ la toilette, la stessa del Bagno Piero, ma pulita.

Il mio curioso tentativo di orientamento nel piccolo spazio si interrompe quando mi appare una busta bianca appoggiata al tavolino di vetro , accanto ai tre libri.

La busta non e’ roba mia , e’ scritta apparentemente a mano con una penna ad inchiostro blu. Non c’ e’ il mio nome sopra ma solo un “Benvenuta!” con il suo sottotitolo ( regole ed istruzioni). Non riconosco la calligrafia ma ha qualcosa di ingenuo ed accurato.

Mi siedo a terra, come mia abitudine quando devo concentrarmi e la apro.

All’ interno un foglio bianco ripiegato in quattro parti con precisione; lo srotolo con cura e leggo .

“Benvenuta dalla Scala B. Questo e’ il suo contenitore sospeso di 42 metri quadri dotato di balconcino e cabina . Nell’ accoglierla le diamo alcune informazioni che potranno esserle utili durante la permanenza”.

Lei è la gradita ospite del quinto piano, sopra di lei c’è il sesto appartamento, sotto di lei altri quattro. La scala ha trovato lei e quindi non le sarà richiesto nessun affitto e non le sarà addebitata nessuna utenza o spesa condominiale.

Non avrà bisogno di chiavi, come è accaduto oggi la casa la riconoscerà autonomamente e la proteggerà.

Per rimanere un’ inquilina della Scala B dovrà semplicemente rispettare 7 regole che non possono essere in alcun modo ignorate o violate.

La invitiamo ad imparale a memoria.

  1. L’ ascensore la porterà direttamente all’ interno del suo appartamento e non consentirà mai la fermata agli altri 6 piani.
  2. Non dovrà mai introdurre nulla nella casa poiché la casa stessa provvederà a farle trovare tutto ciò che le può essere indispensabile ad ogni suo ingresso.
  3. Non c’ è cucina, qui si arriva “già mangiati”, ma nella credenza troverà sempre i suoi generi di conforto e di supporto.
  4. In questo spazio il passato, il presente ed un eventuale futuro convivono serenamente; nella cassettiera troverà un giradischi, un pc ed una password per connettersi alla rete 5G. Non cambi mai la password assegnata.
  5. All’ interno della Scala B tutti gli orologi smettono automaticamente di funzionare, il tempo avrà solo un valore percettivo. Questo le consentirà di prendersi il suo tempo senza sottrarlo al tempo che non le serve ma serve al suo scadenzario esterno. Non si stupisca quando osserverà che l’ orario di entrata corrisponderà sempre all’ orario di uscita.
  6. All’ interno dell’ ascensore troverà solo un pulsante a forma di T. Schiacciandolo verrà accompagnata al piano terra, il solo al quale può, desiderandolo, accedere. Vi troverà l’ edicola del “Giornale sospeso”, un piccolissimo giardino ed una panchina.
  7. L’ accesso al piano T è consentito al massimo a due inquilini , raggiunta tale soglia il pulsante smetterà di funzionare . Se, e quando, decidesse di accedervi porti sempre con sé 3 euro e li consegni all’ edicolante. Le porgerà ” il Giornale sospeso”, che sarà sempre un quotidiano del giorno antecedente, salvato dal reso e dal macero. Non le verrà restituito il resto ma contribuirà a salvare altri giornali e a metterli a disposizione dei condomini che non dispongono momentaneamente di moneta.

Questo è tutto quello che le occorre, il resto e’ “roba sua”; la viva finché ne sentirà il desiderio, senza porsi troppe domande, le risposte sono già tutte qui.

Buon soggiorno.

La Scala B.

“Verso casa”

Il bilocale sospeso della Scala B mi trova mentre cerco il Notaio al terzo piano della Scala A in un anonimo palazzo moderno in Piazza Della Vittoria 1.

Decine di targhe, centinaia di campanelli, un puzzle ordinato di esistenze precise pensai, mentre mi innervosivo nella ricerca del pulsante giusto.

Eccolo! Trovato, affondo il dito e fulmineamente una voce mi chiede la password (banalmente il mio cognome) ed un “buzzzz..” poco accogliente mi apre il portone; accedo. Davanti a me l’ ennesimo labirinto di un androne senza portierato con un bel crocevia centrale e due targhe minimali: Scala A freccia a destra, Scala C freccia a sinistra.

Normalmente avrei inserito automaticamente il pilota automatico ed avrei svoltato rapidamente a destra alla ricerca di un ascensore per ascendere rapidamente allo Studio notarile. In orario perfetto, sempre, come da copione. E invece no…

Non posso, il crocevia mi paralizza per un istante, mi disorienta e mi ricorda il senso di nausea della vertigine. Mi proteggo nella mia bolla e, nell’ assenza di rumori o esseri in transito , scivolo avanti verso un corridoio che sembra una strada chiusa.

Come tutti i fumatori ed ex fumatori sono inconsciamente attratta dalle uscite secondarie, dai cortili nascosti nei labirinti degli edifici complicati.

In effetti il corridoio centrale non sembra, è una strada chiusa da un muro interrotto solo da una simil porta di emergenza, non allarmata, non segnalata ma verosimilmente affacciata su uno spazio esterno.

La spingo senza nessuna ragione o forse perché dopo sono sempre desaturata e ho bisogno di respirare dopo un bivio. Inaspettatamente, leggera come una membrana, la porta tagliafuoco in incognito si lascia attraversare introducendomi in un ascensore di vetro incapsulato tra tre muri ed un pannello di vetro rivolto all’ esterno. Dal vetro pulito si vedono i tetti, i palazzi, le strade , le auto in fila e oltre gli alberi, la periferia nella rassicurante luce del primo pomeriggio.

Sono una bolla dentro una bolla di vetro e acciaio che sale senza darmi il tempo di coordinare le mie azioni razionali, di reagire e schiacciare un qualsiasi pulsante per fermarmi ad un piano ed invertire il percorso.

L’ ascensore si ferma per volontà propria al quinto piano; mi preparo ad agire velocemente appena chiuse le porte per tornare giù e recuperare il ritardo accumulato tra quella variante ed il Notaio. Il mio pilota automatico non si è riattivato ed io rimango immobile , sospesa nell’ accorgermi di non essere sbarcata ad un piano ma all’ interno di un piccolo appartamento dai toni chiari, un cubo color carta da zucchero invaso da una luce e da un pulviscolo stranamente famigliari.

Faccio un passo in avanti ed allungo il collo solo per osservare meglio la straordinaria somiglianza di un quadro enorme che occupa quasi l’ intera parete alla mia destra.

Ma è il quadro delle “Peonie”! Ma è il “mio ” quadro delle Peonie, ma come è possibile?! E in fondo alla stanza c’ è la credenza in noce di mia madre con i suoi cassetti segreti e sotto di me, sotto il mio piede il tappeto persiano usurato e consumato dal tempo e dai cani e gatti che lo hanno vissuto e che mi sono sempre rifiutata di buttare!

C’ è la roba “Mia” qui dentro, risanata, ripulita dal tempo e dalla noncuranza.

IL centro del piccolo locale quadrato è quasi soffocato dal divano opulente e troppo grande, concepito da un’ illusione di ricchezza provinciale degli anni 80, ricoperto da cuscini con le bordure a nastro perfettamente ricucite. Cammino in punta di piedi e sfioro con le dita le cornici annerite in disaccordo con le foto ripulite dalla patina giallastra che custodiscono. Sento il profumo di rose e mele cotogne cotte al forno, mi sento bene, sospesa e inebetita, mi sento in un ritrovato senso di equilibrio al quinto piano di una Scala B non pervenuta, mi sento a casa , la “mia”.

Cristina Battioni

“La scala B”

                                                       FARSI TROVARE

Relativity-M.C. Escher (1953)

Per alloggiare in un bilocale della Scala B occorre essere trovati dalla Scala B.

La scala B ti trova solo quando non cerchi niente, nel momento di sospensione tra la persona che eri e quel’ essere in divenire in cui ti stai trasformando.

La fase di metamorfosi è lunga ed attraversa bizzarri periodi di transizione, interiori ed esteriori. Il cambiamento non è immediatamente percepibile dall’ esterno; apparentemente fai le stesse cose ogni giorno, come ogni giorno ti alzi, fai colazione prima di apprestarti a svolgere meccanicamente tutte le operazioni memorizzate e fossilizzate, fai tutto quello che devi fare spinto da una misteriosa forza d’inerzia; ma lo fai dall’ interno di una bolla trasparente.

La bolla ti separa dal contesto senza renderti invisibile ma amplificando la tua sensazione di estraneità da tutto ciò che è all’ esterno; è come un palloncino senza filo, quel filo che ti congiungeva ed ancorava ad un punto fermo.

Nella bolla esci dal tempo digitale, finalmente, e ti riconnetti al tuo tempo, l’analogico. Sei fuori dal tempo degli altri, sempre in anticipo o sempre in ritardo; comunque desincronizzato. Il tempo digitale da tutti condiviso, rincorso, buttato o temuto non ti appartiene più, cominci a subirlo.

Così mentre l’ udito fatica a collegare le parole che ascolti al loro senso, significante e significato si annullano nella sordità che ti conduce gradualmente al silenzio.

Cominci a faticare, non senti, non capisci, non dialoghi più scivolando nella tua fase “di poche parole” prima, quasi silente, poi. Ti sorprendi ad amare il silenzio, a non averne paura, nel non identificarlo con la solitudine ma con il ristoro.

Quando cominci a parlare con te stesso, ma non con quello di ieri perché anche i suoni di ieri hanno una partitura incomprensibile, sei già irrimediabilmente coinvolto in uno stadio avanzato del tuo mutamento. I nuovi pensieri si impongono senza sgomitare come tuo unico referente, parli con loro sempre sottovoce, bisbigliando in modo che nessuno se ne accorga. Anche il tuo aspetto comincia a mutare subdolamente, lentamente, particolare dopo particolare. Finché un giorno ti guardi allo specchio e ti chiedi chi è quel volto, a chi appartiene quel corpo riflesso? Sei tu ? Ma da quando sei tu? Io , io non me la ricordo la persona riflessa nello specchio, sì forse somiglia vagamente a una ragazza che conoscevo qualche vita fa, una nervosamente inappuntabile e maledettamente brava nel dare un fuori adeguato ad un dentro inadeguato. Nello specchio la gioventù è scomparsa con il suo luccichio insensato, la sconosciuta è più bassa, gli occhi si sono opacizzati come per effetto di un pessimo filtro, nessun sorriso.

Non affronti più i tacchi, anzi li osservi guardinga come oggetti estranei con cui non ti vuoi più confrontare. Erano “cose” di ieri, facevano rumore, avvertivano il tuo arrivare o il tuo andartene. Le scarpe basse abbassano, ti permettono di camminare velocemente, di non farti né sentire né notare , in caso di necessità.

Sono un ottimo strumento di fuga prima, di sospensione cosciente e discreta, poi.

Lo stato di sospensione ha esattamente lo scopo di passare inosservati. Non è grave e se gestito moderatamente può trasformarsi in un atto liberatorio, in un’ insperata presa di coscienza…Se gli altri non mi notano, se non mi indagano, posso mettermi in pausa, posso essere fuori dal loro raggio di giudizio o approvazione, posso permettermi il lusso di essere fuori dal loro tempo. Niente di patologico, solo distanza vitale.

In teoria.

Dietro un volontario lockdown c’è sempre una frattura, un trauma, un crocevia, una caduta; qualcosa che nell’ immediato avevi pensato di aggirare aggrappandoti alla routine, al senso del dovere, agli stereotipi che ti avevano definito prima del crocevia, prima della discesa verso un senso precario di non appartenenza. L’ Evento “E” in cui sei inciampato non ti ha mai lasciato, resta dentro i pensieri, li corrode come una goccia…plinn..plinn..fino a plasmarli con il suo scadenzario così diverso da quello delle lancette del tuo orologio.

Da abitante e proprietario assoluto del tuo centro del mondo ti ritrovi esule, un apolide rassegnato che non aderisce ad un periodo, ad un ambiente, al quotidiano socialmente condiviso che lo circonda. L’ apolide nella sua bolla non cerca di fuggire ha perso l’inquietudine giovanile propensa alla fuga spaziale, non ha l’ illusione che altrove sarà diverso. Altrove non esiste perchè il sospeso non ha un indole nomade, non ha mai imparato a scappare; è uno che resta e resta da solo con la consapevolezza di non poter contare sulla quadratura di una partita doppia in dare e avere. C’ è chi resta e chi no, niente di eroico, nessuna aspettativa.

Da non eroe cominci a cercare un rifugio temporaneo ma ben nascosto dove fermarti a rimuovere i senso di vertigine provocato dal moto di ascesa e discesa che continua a centrifugarti dopo essere inciampato al bivio. Se la salita era stata faticosa e adrenalinica, la discesa è stata veloce e violenta.

Mentre scivoli cercando di rallentare puntando i piedi ( ecco perché è meglio indossare scarpe comode) scivola anche tutto ciò che intravvedi intorno, scivolano le persone, le cose, il panorama, tutto è in discesa. E per quanto tutte le tue energie si sprechino nel tentativo di invertire la rotta ,ottengono l’ effetto opposto, ti agitano scoordinandoti mentre cadi, ruzzoli, ti sporchi, ti fai male, cambi.

Così quando ti fermi ,quando finalmente riesci ad aggrapparti a un punto di ancoraggio o ti ritrovi appallottolato in uno spazio piano, ricominci a respirare e a guardarti intorno e indietro senza riconoscere nulla. Quello che era dietro, la salita, la meta, non sono più “roba tua”,non si vedono , non esistono. Sei approdato su un altro piano, in un altro spazio.

Ed è in quel momento in cui non sei tu a cercare un rifugio ma un rifugio trova te, un rifugio sospeso, come te, un piccolo spazio che contiene la roba “tua” senza che tu l’ abbia portata o selezionata prima del trasloco.

Sei in una bolla amplificata che ti contiene ,in una casa di protezione dove ritrovare un tempo e un ritmo nuovi senza osservatori, dove parlare da soli non è sintomo di follia ma semplicemente dialogo. La casa senza orologi ma piena del tuo tempo è l’ unico luogo in cui ti puoi fermare per trovare un nuovo ritmo e capire, se e come sia possibile accordarlo con quello esterno.

Cristina Battioni

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