BABY BOOM? NO, GRAZIE. E’ TEMPO DI “PET” BOOM.

Gli animali da affezione sono i “nuovi figli”

https://youtube.com/watch?v=FkXUYu7nsx4&feature=share

di Cristina Battioni

“E tu hai figli?”, quante volte vi avranno fatto questa domanda, magari incontrando un conoscente o un ex compagno di scuola perso di vista.

Se, fino a qualche anno fa, la risposta sarebbe stata :”No, non sono venuti”, seguita da una serie di spiegazioni e giustificazioni, spesso fastidiose, non richieste e non dovute; ora la risposta più comune è: “No, ma ho un cane fantastico”. Naturalmente la parola cane può essere sostituita da gatto, coniglio, furetto o qualsiasi “animale da affezione”; dal pesce rosso al cavallo.

Il dettaglio interessante non consiste tanto nell’ affermazione di essere l’ orgoglioso proprietario di un cane o di un animale, a cui si è particolarmente affezionati, ma nel sostituirlo, a tutti gli effetti, ad un famigliare. E’ ovviamente preferibile questa risposta al sentirsi obbligati a giustificare l’ assenza di figli o legami parentali, soprattutto a perfetti estranei, ma è sorprendente il fenomeno che sottende.

I dati del Censis rivelano la presenza di 32 milioni di animali domestici nelle case italiane, veri e propri residenti nel 52% delle nostre abitazioni, soprattutto in quelle di separati e divorziati (68%) e di single (54%). Con 53,1 animali da compagnia ogni 100 abitanti, l’ Italia si colloca al primo posto in Europa.

I nostri “nuovi figli” sono 12,9 milioni di volatili, 7,5 milioni di gatti, 7 milioni di cani, 1,8 milioni di criceti e conigli, 1,6 milioni di pesci, 1,3 milioni di rettili, oltre ad una quantità non specificata di “vario” (furetti, topolini, tartarughe, papere, asini e oche).

Nell’ indagine condotta da Eurispes emerge che, in questo tempo di crisi, per garantire il benessere e l’ alimentazione dei propri figli adottivi, la maggioranza dei proprietari affronta una spesa di circa 50 euro al mese, mentre il 35% si ferma attorno ai 30 euro. L’ associazione consumatori Adoc, considerando solo cani e gatti, ha calcolato per un cane di taglia piccola una spesa media di 1800 euro l’anno, per un micio di quasi 800 euro. E’ il 70% in più rispetto a dieci anni fa.

Stiamo sviluppando un rapporto sempre più simbiotico e parentale con i nostri animali. In alcuni casi si tratta di un legame salvifico, soprattutto per le persone più anziane, come dimostra uno studio condotto da Senior Italia Federazioni; per 9 over 65 su 10 vivere con un animale domestico migliora la qualità della vita, riduce la sensazione di solitudine ed aumenta quella di serenità, induce a muoversi di più e a sentirsi meglio.

L’ unico rischio consiste nell’ eccessiva enfatizzazione della relazione con i propri animali sostenuta dall’ ingenuità, dalla purezza, dai sentimenti di tenerezza da questi evocati tanto da essere, di fatto, adottati da persone sole in subconscia sostituzione dei figli che non hanno potuto avere, o che sono lontani.

Ma l’ amore genitoriale verso un animaletto non è un’ esclusiva della fascia dei grandi anziani soli. Nella nostra società è in costante aumento il numero di persone che, più che amare, hanno un enorme bisogno di ricevere affetto incondizionato.

Il pet boom ed i consumi connessi, rivelano aspetti di fragilità e solitudine della società contemporanea, vuoti sentimentali ed affettivi, bisogni inespressi o irrealizzabili.

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LA RESPONSABILITA’ “PERSONALE”? ESAURITA E FUORI PRODUZIONE

Alla ricerca di “qualcosa di personale”

Una scia d’ Inverno congela l’ ultimo week end in zona rossa, la Primavera resta sospesa tra terra e cielo mentre la pandemia rispetta lo scadenzario quotidiano dei funerali a porte chiuse, indifferente all’ andamento della curva pandemica e del Rt nazionale.

L’ Italia delle regioni torna ad essere la fragile terra di stati e staterelli che, anziché unirsi, tendono a prevaricarsi. Nè draghi arrabbiati, né generali decorati, né speranze, sempre più pallide, riescono a far filtrare uno spiraglio di luce .

L’ ombra dell’ incertezza sembra dominare su tutto, sulla rassegnazione, sul caos, sulle tensioni sociali. L’ incertezza, soprattutto in democrazia, rischia di trasformarsi improvvisamente in fragilità, la fragilità in rottura.

Siamo tutti sospesi, come la Primavera, come le lezioni nelle scuole, come i collegamenti in Dad che vanno e vengono, come la somministrazione dei vaccini che sta perdendo la tracciabilità, esattamente come il virus.

Il nuovo Presidente del Consiglio, Prof. Draghi, dopo essere stato accolto come l’ uomo dei miracoli, si costringe a celebrare una conferenza stampa, giusto per ribadire che lui non è Dio ma che, se boicottano anche lui, non ci resta più nessuna carta da giocare. Si prende le colpe, da buon capro espiatorio, per salvarci da tensioni ben più pericolose senza omettere, anzi sottolineando, che le responsabilità sono anche personali.

Lui fa quello che può con quello che ha; e quello che ha è un paese in frizione perenne schiacciato tra due governi, il suo ed un’ accozzaglia di disarmonici governi regionali, talvolta investiti da eccessivo potere e visibilità.

Ma tutto è personale in questo paese. Ogni danno subito, ogni torto, ogni successo, ogni evento viene vissuto dal singolo e non dalla comunità. Tranne le colpe, quelle non appartengono a nessuno, sono endemiche al sistema, le sue zone d’ ombra, senza mai chiarire di quale “sistema si tratti”.

Oggi ho un appuntamento dal Notaio, eccezionalmente di sabato; speravo si potesse risolvere con uno scambio telematico di carteggi ma, purtroppo, le successioni richiedono la firma in presenza.

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PARMA, DA PICCOLA PARIGI DEI FARNESE A “DISCOUNT” MADE IN IOWA

Tardini: la “riqualificazione”dello stadio e il declassamento della città.

di Cristina Battioni

E’ “Lo stadio più bello del mondo” l’ ultimo regalo che la giunta Pizzarotti vuole fare a questa città. Un dono costoso, non propriamente prioritario, reso magicamente possibile dal definire “riqualificazione” quella che sarà la depauperazione di un lotto non edificabile di 36.725 mq, posto esattamente in uno dei quartieri più belli e centrali di Parma.

La suddetta “riqualificazione” si sta trasformando, in realtà, nella realizzazione di un’ astronave monolitica in cemento e acciaio di 7 piani, pronta ad ospitare un vero e proprio centro commerciale, dotato di parcheggi sotterranei ed aperto 7 giorni su 7.

“Lo stadio più’ bello del mondo”, stando alle dichiarazioni di Kyle Krause, neo proprietario e presidente del Parma Calcio 1913, sarà parte di un progetto ecosostenibile, studiato per migliorare ed abbellire il quartiere tra i grandi viali, la Cittadella ed il Lungo Parma.

L’ elaborazione, blindatissima, affidata all’ architetto Alessandro Doppini, prevede la creazione di 20.000 mq di spazi pubblici, parcheggi sotterranei, ristoranti, bar, negozi, markets, shops e chi più ne ha più ne metta. Il progetto, solo narrato, ma mai reso pubblico nei dettagli, è già stato presentato in Consiglio comunale ed entro un mese dovrebbe divenire definitivo. A fronte di un investimento di 70 milioni di euro il Comune garantirà al Gruppo Krause la concezione d’ uso dell’ area per i prossimi 40 anni, indipendentemente dalle alterne fortune, o sfortune, della squadra di calcio cittadina.

Un vero benefattore Mister Krause, verrebbe da pensare; volato dal centro dell’ Iowa per rilevare il 90% della Parma Calcio 1913 srl da noti imprenditori locali (Guido Barilla, Giampaolo Dallara, Mauro Del Rio, Marco Ferrari, Angelo Gandolfi, Paolo e Pietro Pizzarotti ) in un momento di difficoltà economica e, conseguentemente, per rilanciare la squadra verso traguardi ambiziosi.

Benefattore che ha anche acquisito il 99% del Progetto Stadio Parma srl, società nata per la riqualificazione dello stadio e rilevata da Krause solo per regalare alla città quello che lui stesso definisce “lo stadio più’ bello, prima d’ Italia, poi del mondo”. Un monumento personale e sempiterno, un saggio di modernità e vivibilità omaggiato della sua famiglia a tutta la cittadinanza. Quanta generosità, verrebbe da dire.

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“LE LACRIME DI GIOBBE”

Seconda Resurrezione d.Cv. (Sospesi tra sacro e profano.)

Dedicata a “F.” e a tutti gli arrivederci..https://youtube.com/watch?v=kNWX_XWsNYY&feature=share

di Cristina Battioni

Venerdì Santo, due giorni a Pasqua, la seconda Pasqua d.Cv, la seconda Resurrezione dopo l’evento con la “E” maiuscola; non la nostra, purtroppo.

La Primavera è risorta dall’ Inverno in un esplosione precoce ed incontenibile, quasi si rifiutasse di restare, anche lei, in lockdown.

Il caldo improvviso ha ingannato anche le Peonie, rose perfette senza spine che si illuminavano con le lucciole di maggio. E’ tutto in anticipo, come se non ci fosse tempo, quasi la Natura avvertisse l’ urgenza di svegliarsi e correre.

Quando tutto diventa veloce, i sospesi rallentano. Si smarriscono. La bellezza dei giardini, dei colori, della luce disorienta, la bellezza è pericolosa perché implica un desiderio di condivisione. Mi fa male vedere i petali della magnolia cadere come barchette rosa su un mare verde, mi ricordano chi l’ ha piantata.

Ogni cosa meravigliosa in natura ed indipendente dalla nostra volontà sottolinea l’ assenza di qualcuno.

Il mondo visto da una prospettiva solitaria può offrire immagini perfette ma non attimi perfetti. E’ il limite della solitudine, anche della più collaudata o desiderata; l’ impossibilità di condividere la bellezza e da quella condivisione provare un istante, seppur fuggevole, di gioia.

Nonostante i divieti c’é tanta gente in giro, a piedi, in bicicletta, sui monopattini, le prime braccia nude nei parchi, runners che corrono, bambini che giocano; c’è tutta un umanità in fermento tra approvvigionamenti alimentari, uova di cioccolato, auguri via sms. Ci stiamo abituando, forse, alla nuova normalità, avremo mascherine colorate e feste distanziate ma, con grande determinazione, proviamo ad essere esattamente come prima.

Ma prima era prima, ieri il bollettino di guerra indicava 3.681 persone impegnate in una via Crucis pronata nelle terapie intensive e 481 decessi non destinati alla resurrezione. Vorrei avere “la fede”, ci sono giorni in cui la desidererei come un dono prezioso. Vorrei entrare in una chiesa, pregare piano, sentire sollievo. Ma non sono capace, l’ ho scordato o, forse, non ne ho mai avuto la reale predisposizione.

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NO NEWS IS GOOD NEWS?

L’ ASSENZA DI NOTIZIE E’ UNA NOTIZIA

di Cristina Battioni

Provate a fare una sintetica rassegna stampa in questi giorni pre- pasquali; prendete a caso i quotidiani più venduti, sintonizzatevi sui principali telegiornali, sbirciate nei canali all news o nelle testate on line.

Potrete facilmente osservare come in prima pagina sia tornato, fastidiosamente, il predominio della politica interna, o meglio, degli scontri tra correnti interne alla maggioranza o ai partiti stessi; come vengano dedicati ripetuti articoli al redivivo On. Renzi che fa il “turista per caso” negli Emirati Arabi, alla “faida” tra donne del Pd che si accusano a vicenda per una poltrona; mentre tendono, proporzionalmente, a ridursi le notizie sulla pandemia, se non limitatamente alle polemica riguardanti i ritardi delle campagne vaccinali o agli scandali regionali.

Tornano alla mente le parole di Scalfari che, negli anni 70, riuniva la redazione di Repubblica ripetendo il suo celebre mantra: “bene, se non ci sono notizie, riempiamo le pagine di politica interna”.

Lezione mai dimenticata se osserviamo le pagine interne dei giornali:, beghe nel PD mai risorto e semmai già affondato dalle proposte, quasi burlesche, del Prof. Letta : “diamo il voto ai sedicenni e potere nel partito alle donne”, donne che già si strappano i capelli tra loro. Tre pagine servite. Il sempiterno Salvini con le sue uscite da campagna elettorale e qualche amico discutibile. Altre due pagine stampate. Il nuovo partito di Conte e la diaspora dei Cinque Stelle, che non si sa cosa sia, altra pagina pronta. Il resto si riempie con le lotte a coltello tra i Governatori di Regione che, nel loro splendore, si denigrano a vicenda.

Seguono altre pagine interne dedicate al gigantesco cargo, con foto quasi a dimensione reale, che si è messo di traverso, per puro scherzo del destino, tappando il Canale di Suez e riducendolo ad un ingorgo ferragostano. Nei telegiornali si susseguono ripetizioni infinite di misure già prese e spiegate sul modesto lockdown di Pasqua, caratterizzato più da quel che si può fare, che non da quello che non si può fare.

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“LA CORRESPONDANCE”

Lidia e Amedeo, 2008-2021

Eravamo insieme e tutto il resto l’ ho scordato”

“L’ amore non esiste, non come ce lo siamo raccontati”, mi sussurra Nolente senza smettere di fissare il cielo. La pelle sottile del collo lascia intravvedere le linee delle vene, fragili rilievi azzurro polvere, in nuance con il suo lungo abito di mohair.

Ricorda un airone cinerino senza piume, elegante ma spogliato dalle molte età che ha sorvolato. E’ ancora bella, di quelle bellezze che il tempo rispetta, si limita ad eliminarne il superfluo, senza intaccarne l’ essenza.

L’ essenza della sua grazia è disegnata nel taglio degli occhi, nella lunghezza delle ciglia sottili che imprigionano ogni singola lacrima, ogni minuscolo cristallo caleidoscopio che regala bagliori improvvisi al suo sguardo rassegnato. La sua essenza è nel profumo di fiori che emanano i capelli quando, liberati dall’ austera treccia, sembrano onde di un mare lontano.

La consumata eleganza di Nolente sopravvive nelle linee del suo corpo, negli angoli acuti di un volto che non subisce la forza di gravità, nelle leve lunghe di braccia e gambe sottili ancorate ad un busto che sembra potersi spezzare al primo colpo di vento. Nolente è un essere grigio e celeste, incatenato alla terra ma tendente al cielo.

Oggi non stringe tra le mani un libro di poesie ma una copia di “Repubblica” del 21 marzo, un giornale sospeso che Seppia deve averle consegnato solo oggi.

Me la porge, senza abbassare lo sguardo, “Vede, ogni 21 marzo io cerco questo piccolo trafiletto, non e’ mai mancato, mai”. Mi siedo accanto a lei e noto un piccolo inserto nascosto in una pagina interna dell’ edizione romana del quotidiano. Sembra un necrologio ma leggendolo perde l’ aura scura e si rivela un delicato messaggio in codice per Lidia Giordani : “Eravamo insieme, tutto il resto l’ ho dimenticato. Amedeo”.

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VACCINAZIONI:IL GIRONE DEI “GRANDI FRAGILI”

#NESSUNOSPRECHIUNVACCINO

25 MARZO 2021, ritorno al centro vaccinale Palaponti.

Dopo tre settimane esatte dalla somministrazione della prima dose vaccinale, il girone “Grandi Anziani” delle 10.30 si ricompone all’ ingresso del centro polisportivo trasformato in hub vaccinale.

Ma qualcosa è cambiato. L’ accesso alle auto private è bloccato, si entra a piedi o in carrozzina. Possono oltrepassare il cancello solo le ambulanze o i mezzi adibiti al trasporto dei cosiddetti disabili “gravi”. Siamo in tanti stamattina, si percepisce una breve coda fluire nel viale.

Le panchine sono occupate dagli over 86, ciascuno con il suo accompagnatore, che osservano sfilare i componenti di un altro girone, quello dei “grandi inabili”. Sommandoli si ottiene un pallido ed inedito puzzle.

Due generazioni lontane nel tempo ma mai così vicine nello spazio; i fragili si fondono generando un mondo a parte, da maneggiare con cura. Mio padre osserva altri padri, uno tiene a braccetto un figlio disorientato e scardinato, qualcuno spinge una carrozzina, tutti in bilico tra consapevolezza ed inconsapevolezza. Tutti in coda, tutti affiancati, aggrappati, educati e silenziosi. La sfilata dei nipoti pallidi inibisce qualsiasi lamentela o commento sull’ attesa da parte dei nonni putativi.

Sono rari i luoghi dove si percepisce così concretamente la fragilità umana. In uno spazio aperto, fortunatamente illuminato da un sole generoso e tiepido, si rivela, senza sfumature, quella parte di mondo che preferiamo non osservare troppo e, non solo, per discrezione.

Sono tutti diversi i convocati delle 10.30 ma tutti caratterizzati da un pallore che testimonia un lockdown esistenziale preesistente a quello ministeriale. Sono tutti malati in questi due gironi che si sfiorano per confluire nello stessa fragile categoria; i “grandi anziani” sono stati aggrediti e consumati dalle salite della vita, “i grandi disabili” sono nati lottando in salita. Entrambi non sono autonomi ; dipendono, hanno perso o non hanno mai conosciuto la libertà.

I fragili sono schiavi della disabilità, sono bloccati da un corpo nemico che diventa carcere , da sinapsi difettose o da una misteriosa ed inspiegabile trisomia dei cromosomi.

Con qualche minuto di ritardo, rispetto alla tabella di marcia, la sicurezza filtra gli ingressi, dopo numerose e vane chiamate rivolte al “personale scolastico”, assente ingiustificato, procede con il check in del girone “Grandi fragili delle 10.30”.

All’ interno del padiglione ci moltiplichiamo, i corridoi di distanziamento pre e post vaccino sono quasi pieni; disabili, anziani e accompagnatori si mescolano creando, involontariamente, l’ immagine di un piccolo circo itinerante. I volenterosi volontari, con le loro maglie colorate e le mascherine decorate con grandi sorrisi da clown, creano macchie di colore che interrompono il pallore ; il brusio di fondo è interrotto a tratti da piccole urla o risate; gli addetti alla sicurezza sembrano i controllori del pubblico prima di uno spettacolo, “Che numero avete? Perfetto, seguitemi e accomodatevi lì,… due poltrone in quarta fila.”

intanto il turnover vaccinale procede, numero 130; eccomi, supero velocemente l’ accettazione e ricevo un nuovo numero, 138, per il colloquio ambulatoriale ; torno al mio posto, sempre guidata a distanza di sicurezza. A tratti si avverte una repentina spinta sull’ acceleratore; tutti cercano di essere piu’ veloci, di vaccinare più’ persone, sfidando una difficoltà incrementata. Purtroppo vaccinare un grande disabile non sempre è possibile e, soprattutto, non sempre è facile.

C’è chi va via spingendo una carrozzina e spiegando al conduttore di ambulanza in attesa che : “No, purtroppo non si può fare…”. Sentendo quel “non si può fare” pronunciato con equilibrio e dolcezza, senza rabbia o risentimento; sprofondo io, sprofonda mio padre, sprofondiamo tutti nella nostra inadeguatezza.

Ma chi sono i “grandi disabili”? La miglior risposta l’ ho trovata in un libro, “Caregiving famigliare e disabilità gravissima. Una ricerca fatta a Torino“. Le autrici (Cecilia Marchisio e Natascha Curto)” li definiscono “Persone che necessitano di assistenza continua , 24 ore su 24, l’ interruzione della quale, anche per un periodo molto breve, può portare a complicanze gravi o anche alla morte”.

Persone che vivono perché qualcuno le tiene costantemente per mano, in simbiosi con una madre, un padre, un fratello, un pedagogista, un volontario; esattamente quello che sta avvenendo ora e qui, non in teoria.

L’ Istat, nell’ ultimo studio del 2015, stima in 3,1 milioni gli italiani con limitazioni funzionali gravi dai 15 anni in su, di cui 1.153.000 non percepiscono l’ indennità di accompagnamento. Si deduce facilmente come e perché la mano che li tiene in vita sia quella di un famigliare.

La disabilità grave colpisce quasi 9 milioni di famiglie, prima del Covid, durante la pandemia e, purtroppo, non verrà sconfitta da una dose vaccinale. Esiste una parte di umanità costantemente messa alla prova e costretta a contare solo sulle proprie forze, su quelle dell’ amore incondizionato e sulla solidarietà. Paradossalmente e’ una parte silenziosa, dignitosa e rispettosa delle regole.

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SCANZI, FURBETTO DA GIORNALINO ?

DOPO IL VACCINO CHIEDE GLI APPLAUSI

di Cristina Battioni

Andrea Scanzi, 47enne giornalista de ” Il Fatto quotidiano “, ottiene il vaccino AstraZenica sabato 20 marzo presso La Hub Vaccinale di Arezzo.

Tutto regolare, sostiene l’ interessato, in qualche modo legittimo; essendo iscritto nelle file dei “panchinari” è stato convocato nel tardo pomeriggio per non sprecare le dosi inutilizzate a causa delle defezioni.

Diamo per buona la versione, benché queste liste di attesa dei “panchinari”, compilate dai medici di base esistono, probabilmente, solo in alcune località. Per rispetto di quanto dichiarato dal medesimo, la somministrazione gli era dovuta, in quanto figlio unico di due genitori fragili.

Nulla da obiettare e massima comprensione. Sebbene in Italia esistano migliaia di care givers che non sono stati ancora iscritti in nessun elenco vaccinale. Tra loro anch’ io. Ma si sa, l’ Italia è ancora un paese di Stati e staterelli, come diceva Macchiavelli e le regole variano da Governatore a Governatore.

Nessuno mette in dubbio la liceità della somministrazione ricevuta da Scanzi, benché sia esattamente agli antipodi di quanto suggerito dal Presidente Mattarella che ha pubblicamente atteso il suo turno recandosi, come il più normale dei cittadini, presso l’ Hub di Pratica di Mare, con la sobrietà che, solitamente, va a braccetto con l’ autorevolezza.

Il Dott. Scanzi, se chiamato dalla AUSL competente, ha fatto benissimo a vaccinarsi ma ha fatto malissimo a dimenticarsi il suo ruolo di giornalista rampante per una testata, “II Fatto quotidiano”, che ha basato la sua crescente popolarità sull’ essere dichiaratamente priva di sovvenzioni pubbliche, fuori dal coro e, teoricamente, non schierata politicamente. Cosa sulla quale si potrebbe lungamente discutere.

Comunque sia, il social- giornalista ha cavalcato quella che poteva essere una notizia a suo favore al contrario. Forse è stato vittima di una delle impreviste reazioni del vituperato vaccino che, nel suo caso, ha sdoganato i freni inibitori di un super ego, già molto presente nel suo organismo.

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EQUINOZIO DI PRIMAVERA (II d.Cv.)

Ma la nuova “stagione” tarda ad arrivare

di Cristina Battioni

In questa notte di passaggio il sonno mi appare come un miraggio.

Sara’ colpa della congiunzione astrale, delle stagioni che si ostinano a cambiare mentre nulla cambia o dell’ effetto “dèjà- vu” di una Primavera che da due ore sostituisce ufficialmente l’ Inverno, la seconda Primavera d.Cv (dopo Covid), fotocopia precisa della precedente?

Nel tempo reale, che non sottostà alle nostre misure artificiose, è Primavera da 16 ore ma, nel mondo delle convenzioni, fingiamo che il Sole arrivi sempre in ritardo allo Zenit dell’ equatore, semplifichiamo e standardizziamo, come d’ abitudine.

Questa notte ha la stessa durata del giorno, le ore scure cominciano ad arretrare, l’ alba anticiperà il salvataggio di chi ha perso il sonno e non lo ha più trovato.

Il sonno si perde per strada, sbadatamente; notte dopo notte speri di sentirlo salire per le scale, lo aspetti, lo desideri come un’ amante, ma lui non torna più. Gli insonni non sognano ma i minuti sono i loro incubi. Dalle due alle cinque il tempo si dilata, non ore ma anni che si rincorrono con le loro domande urgenti di risposte da trovare, possibilmente, prima che faccia giorno.

L’ aurora è un sollievo, ti salva dai fantasmi, dai processi, dai bilanci e dalle televendite.

Questa si preannuncia una notte lunga e faticosa; bevo, apro la finestra, sudo anche se fuori è ancora freddo. Il silenzio del coprifuoco è assoluto, sembra di assistere alla replica di un film muto . Sono le due, ogni speranza di riposare è svanita, l’ orologio ha già rallentato; la paura dei miei monologhi sta per invadermi.

“Ogni notte per me è tempesta di misteri”www.aldamerini.it

Prima che la nostalgia del passato torni, nella sua forma peggiore, prima che l’ indifferenza sul futuro mi disarmi, mentre il presente è assente, decido di scrivere B sul palmo della mano.

Chiudo gli occhi, come da istruzioni di Seppia, per un istante sento freddo, poi, più niente. Quando li riapro sono nell’ ascensore della Scala B che mi conduce verso il mio cubo sospeso del quinto piano.

Entrando avverto solo la piacevole sensazione di chi torna dove è atteso. L’ abat-jour diffonde la sua luce tranquillizzante, sul tavolino trovo una tazza di latte caldo e un piattino di biscotti tiepidi, grossi ed irregolari, come fatti in casa. Mi sdraio sul divano, inzuppo un biscotto e mi infilo sotto una plaid emerso dal mio solaio ma profumato, fresco di bucato.

Guardo le foto appese alle pareti senza soluzione cronologica di continuità, apparentemente disposte in ordine sparso ma, osservandole attentamente, mi accorgo che formano un diagramma a barre.

La vita a segmenti, i giorni migliori in alto, i giorni peggiori a metà parete . Ora, metterei un like a tutti, i peggiori non erano poi tali.

Resto ipnotizzata per qualche minuto; qui, dove non esiste il tempo, il passato riempie il presente, il futuro non è una minaccia, la notte non mi fa più paura.

Tenui note riempiono con discrezione il mio piccolo spazio, le percepisco appena, non abbastanza da decifrane la provenienza. Mi concentro e si trasformano in una partitura, si armonizzano e mi permettono di tradurle in musica.

Qualcuno sta suonando la chitarra, con inesperte dita leggere fa vibrare le corde; qualcuno che ha imparato solo il primo giro di accordi di “Wish you were here”.https://youtube.com/watch?v=1tGO1Y4FGpl&feature=share

Un altro insonne si è fatto trasportare alla Scala B stanotte, almeno qui può suonare senza svegliare i “normali” sprofondati nel sonno dei giusti.

Avercelo il sonno dei giusti.

L’ arpeggio sembra una ninna nanna che culla me , i miei biscotti e le briciole che infestano il pigiama. Ogni cosa qui non è casuale, la musica fa parte dell’ alfabeto criptato di un codice emozionale. Se qualcuno suona, qualcuno risponde leggendo a se stesso una poesia di Alda Merini, qualcun’ altro fuma disperatamente in balcone. Ognuno comunica la sua solitudine come può e sfida la notte dell’ Equinozio.

Chissà se l’ Edicola al piano T è aperta in queste ore scure ? Sicuramente il giardino sarà deserto, anche nel tempo analogico il buio ed il freddo della prima notte di Primavera sono fastidiosi e poco attraenti. Mi arrotolo nel plaid scozzese e scendo a vedere.

Il giardino del piano T è avvolto dal buio , solo una piccola luce illumina il chiosco di Seppia senza Seppia. L’ edicola è chiusa ma tutti i balconi alle mie spalle sembrano mattoncini Lego sovrapposti e debolmente illuminati dalle presenze discrete degli inquilini.

Al primo piano Seppia emette nuvole di fumo , aspira la sigaretta e poi si diverte a svuotarsi i polmoni espirando una nuvola densa ed odorosa. Intanto scrive , non usa il pc ma una vecchia Olivetti, preme i tasti come un pianista nell’ eseguire una melodia di Chopin, probabilmente un Notturno.

Non mi vede e non mi sente, la sua attenzione annega in un flusso ininterrotto di parole.

Al quarto piano Stante, il notaio, continua a suonare la sua interpretazione personale dei Pink Floyd. Nolente dall’ ultimo balcone legge “Quelle come me” di Alda Merini, si interrompe sul finale, ride, poi ricomincia da capo il suo personale rosario.

Quando non piange ride; forse si riconosce nel testo e ride di se e di quella sana follia che le hanno represso e che lei chiamava “amore disperso”.https://youtube.com/watch?v=kc5dtqYCLQo&feature=share

Al secondo piano non c’ e’ nessuno, Ametista ha lasciato il lenzuolo bianco steso al balcone ma stanotte non è immacolato. Con un rossetto o un pastello rosso ha lasciato scritto un messaggio “Nessuno faceva caso ai suoi occhi, Tutti pensavano che fosse felice perché sorrideva”. E’ assente, probabilmente veglia i suoi bambini mentre dormono e tiene stretto il loro sonno affinché non li abbandoni mai. Probabilmente ha lasciato a sventolare il suo curriculum vitae; a volte bastano poche parole per riassumerci, basta saperle scegliere.

Mi siedo sulla panchina avvolta nella mia coperta pesante e osservo la vita degli altri fuggiaschi, ognuno con le sue notti sospese tra ciò che fanno e ciò che sentono e, nel vuoto tra dovere e volere, solo il buio, tra le due sponde, si fa materia trasformandosi nel grande fiume che separare il sopravvivere dal vivere.

Fa troppo freddo, l’ umidità fastidiosa e l’ assenza di Seppia mi rendendo malmostosa. Tutto quello che vorrei è una tiepida carezza famigliare che mi accompagni verso il mattino. La carezza non arriva, forse anche in Paradiso stanno riposando, ma, al suo posto, arriva un mugolio, l’ abbozzo di un breve guaito da cane di piccola taglia.

Ma non è possibile, qui non si può portare nessuno dal mondo esterno, come può esserci un cane? Probabilmente e’ rimasto imprigionato venerdì sera, dopo la chiusura degli uffici, nella Scala A del palazzo e ora, smarrito, piange.

No, non è rimasto chiuso negli uffici…il suo richiamo proviene dall’ Edicola sospesa. Mi avvicino lentamente mentre un muso marrone e puntuto si infila in uno spiraglio della piccola finestra e mi osserva.

Mi sembra un bassotto nano, gli occhi neri e svegli mi osservano curiosi mentre spinge con il muso il vetro nel tentativo, vano, di uscire…Non so se sia lecito ma lo aiuto…in un istante fa un balzo miracoloso sulle sue zampe ristrette e mi salta in braccio, lo afferro ricevendo una leccata sulla guancia e uno scodinzolo amichevole.

“E tu chi sei piccoletto , di chi sei ?” Sembra gradire il mio abbraccio che lo pone in posizione sopraelevata , un osservatorio di lusso per la sua altezza abituale. Ha un manto di velluto marrone , un collarino di velluto rosso e una medaglietta con incisione. La stanchezza oculare, l’ oscurità e l’ assenza dei miei occhiali non mi permettono di decifrare il testo.

Sentiamo entrambi uno schiocco di dita ; vuole scendere, lo adagio sul prato e lo osservo saltellare composto verso un’ ombra che esce dall’ ascensore.

E’ Seppia. Il quadrupede rasoterra gli corre incontro e cerca di scalarlo aggrappandosi ai polpacci, senza abbaiare. Il Prof. in vestaglia gli offre un bocconcino da sgranocchiare, mi indica al bassotto che si tranquillizza e lo segue come un segretario scrupoloso.

“Buona notte Kami, siete in tanti stasera per l’ Equinozio, ero nel mio cubo a riordinare; i giornali sospesi la notte sono ancora troppo freschi, nessuno scende a prenderli. Gli insonni leggono altre cose; poesie, spartiti e, soprattutto, i loro pensieri ingombranti. Mi spiace, se avessi avvertito la sua presenza sarei sceso prima”.

Mi imbarazza l’ averlo interrotto, in realtà neanch’ io volevo un giornale ma solo osservare la notte dall’ esterno, non riesco a produrre nulla se non una vaga giustificazione, “Mi scusi lei, sono scesa solo perché avevo bisogno d’aria poi ho incontrato il suo cane e mi sono fermata, non dovevo farlo uscire dal chiosco ma… sembrava chiamarmi e non ho resistito”.

Cane dal basso e presunto padrone dall’ alto mi guardano incuriositi, il primo sbadiglia , il secondo mi parla, “Ombra non è il mio cane, si infila spesso nel chiosco, gli piace l’ odore della stampa, adora dormire sulla carta e talvolta scende quando non c’ è nessuno per rotolarsi nel prato o per le sue necessità fisiologiche.”

Continua a parlare senza guardarmi, rivolgendo lo sguardo verso il basso , “Eh già Ombra, tu dormi qualche ora e poi vivi intensamente fino al successivo colpo di sonno, tu hai capito tutto .”

Ombra non risponde ma sembra approvare e mentre torna tra le mie braccia a darmi, lui, la carezza calda che desideravo, il suo presunto custode mi legge la medaglietta che ciondola dal collare scontrandosi con un campanellino : “Tutta la varietà , tutta la delizia , tutta la bellezza della vita e’ composta d’ ombra e di luce”.

Il bassotto intellettuale presumibilmente non conosceva Tolstoj ma chi ha scelto il suo nome si e conosceva le luci della ribalta e le ombre dei lockdown.

” Se vuole può’ tenerlo qui con lei, mi sembra stiate bene insieme”. E’ vero , la dolcezza e la vitalità del bassotto mi hanno fatto bene, hanno cancellato il groviglio di pensieri senza capo né coda che minacciavano di seguirmi fino all’ alba.

“La ringrazio ma temo prenda freddo anche lui, devo riporlo nel chiosco dove può scaldarsi e dormire sui giornali salvati dal macero?”

Seppia scuote la testa rimettendo in circolo odore di tabacco e aromi vari; “No, Ombra ha la sua cuccia al terzo piano, lui vive qui, è un inquilino che la Scala ha trovato mentre vagava a vuoto. Mi creda era il più sospeso di tutti quando è arrivato. Ha passato giorni raggomitolato in un angolo, sembrava l’ ombra di se stesso. Ma ora, lo vede, sta bene, la sua vita gli calza a pennello anche se non ha un padrone ha trovato il suo posto, è il padrone di se stesso e sta bene sulle sue zampe.”

Lo accarezzo per salutarlo mentre il suo custode si avvia verso l’ edicola e mi anticipa il giornale sospeso di un ieri appena superato. Lo prendo tra le mani, e’ “Il Fatto Quotidiano” del 20 marzo; strano, non è uno dei “miei” quotidiani e non l’ aveva mai tenuto per me.

Seppia ed Ombra si avviano, armonizzando il passo come buoni amici di vecchia data, verso l’ ascensore ; mi salutano entrambi con un sorriso e uno scodinzolo prima di sparire verso i loro cubi.


Continua a leggere “EQUINOZIO DI PRIMAVERA (II d.Cv.)”

ASTRAZENECA E PFIZER : IL DIAVOLO E L’ ACQUASANTA?

Dopo il vaccino Pfizer stanno tutti bene?

di Cristina Battioni

Alla memoria delle perone che ci hanno lasciato, senza poter scegliere un vaccino-18/03/2021https://youtube.com/watch?v=NQ8zfRJfUuc&feature=share

In attesa delle decisioni definitive promesse da AIFA , la vaccinazione tramite fiale AstraZeneca è stata bloccata in 14 nazioni, tra cui l’ Italia, con un conseguente dannoso ritardo sulla campagna di immunità di massa che, mai come ora, avverrebbe bisogno di un’ accelerazione costante, al culmine delle terza ondata e in un momento di chiusure e distanziamenti.

Nonostante le rassicurazioni dell’ OMS sulla sicurezza del prodotto, nonostante le spiegazioni date dal Ministro della Salute riguardo il nesso di casualità tra vaccinazione e decessi, l’ opinione pubblica ormai ha avuto il suo imprinting.

L’ Imprinting dei volti , dei nomi e delle storie di persone decedute dopo essersi sottoposte al vaccino AstraZenica; di Anna Maria Mantile , insegnante napoletana (61 anni), del Maresciallo siciliano Giuseppe Maniscalco (54 anni), di Sandro Togliatti, docente musicale di Biella (57 anni).

Il comune denominatore di queste vite, drammaticamente interrotte, è l’ aver ricevuto il vaccino incriminato ma , soprattutto, l’ età.

Involontariamente o volontariamente è la loro “giovane età” ad aver alimentato le notizie, ad aver, fin da subito, occupato le aperture dei telegiornali, ad aver diffuso il panico prima che fossero a disposizione informazioni scientifiche e dettagliate.

E’ stato sufficiente rendere pubblici tre volti, tre nomi ed i corrispettivi dati anagrafici per far leva , irresponsabilmente, sulle paure collettive che sono più forti e radicate nel subconscio di qualsiasi assoluzione oggettiva ma tardiva.

Qualunque sarà la decisione dell’ OMS, appoggiata da prove scientifiche e dai referti delle autopsie, basterà a tranquillizzare milioni di persone già in lista per ricevere il vaccino Killer?

Perché mai nessuna prima pagina dei quotidiani o nessuna apertura di telegiornale ha elencato i decessi avvenuti dopo la somministrazione del vaccino Pfizer? Stanno tutti bene, godono tutti di ottima salute?

La Gran Bretagna ha diffuso i suoi dati ufficiali tramite il Ministro della Salute Hancock; su 20 milioni di persone vaccinate si sono osservati 275 decessi di cittadini immunizzati con dosi AstraZeneca e 227 decessi di immunizzati con vaccini Pfizer. In entrambi i casi si e’ spiegato che i decessi sono riconducibili solo ad una consequenzialità temporale, al caso, e non agli effetti collaterali dei suddetti preparati.

E in Italia? Stando al dashboard del Governo sono state vaccinate 1.093.800, almeno con una prima dose. La fascia dei “grandi anziani”, over 86 anni, sta completando il ciclo con la seconda somministrazione entro fine mese . Di loro nessuna notizia . Nessun decesso, nessuna trombosi, nessun problema circolatorio? Tutti risanati, senza effetti collaterali, da un’ acqua santa in fialette congelate?

La logica ci suggerirebbe che il vaccino Pfizer non è un “cocoon” e che, come purtroppo normalmente avviene in situazioni non pandemiche, i decessi, oltre una certa età, si possono verificare improvvisamente ed indipendentemente dalla somministrazione di farmaci.

Quindi, si potrebbe dedurre che anche qualcuno fra loro sia mancato nella discrezione assoluta ma nessuno ne parla, non fanno notizia.

La morte di un anziano non viene nemmeno considerata come reazione avversa ma come fatto naturale; nessun parente denuncia il caso alla procura, nessun giornale manda un inviato ad occuparsene. Il caso non sussiste.

Anzi, il commento comune utilizzato per commentare queste uscite di scena assomiglia ad una frase di circostanza…”Poveretto, e pensare che aveva fatto in tempo anche a vaccinarsi.”

Non si muore di solo Covid o di immunoprofilassi.

Nessuno ne ha parlato tranne il ministro britannico Hancock che ha reso pubblici e spiegato, dati alla mano, i 227 decessi avvenuti dopo, e non a causa, delle somministrazioni di vaccino con acqua santa Pfizer e i 275 avvenuti dopo le somministrazioni del killer Astrazeneca. Non ha creato allarmismo dando spiegazioni logiche; gli infarti, le trombosi e le malattie cardiache provocavano, provocano e provocheranno tristi perdite, di egual misura, indipendentemente dal diavolo, dall’ acqua santa o dal Covid.

I media, non sempre oggettivamente utili ed esplicativi, hanno cavalcato lo scoop della “morte giovane” che fa notizia, provoca sempre sconcerto, paura e panico.

Panico che resterà anche dopo il probabile via libera dell’ EMA , il presunto colpevole verrà scagionato ma non convincerà ,nell’ immediato, gli inseriti nelle liste del vaccino Astrazenica a recarsi ai punti di profilassi.

Si può già scommette su molte defezioni, su decine di cancellazioni , magari nell’ attesa dell’ arrivo di Johnson & Johson che ha comunque un nome più rassicurante rispetto a quello da militare turco del prodotto anglo-svedese

E intanto il piano vaccinale rallenta, i contagi non scendono e non scenderanno drasticamente prima di Pasqua, come ci si auspicava, il bollettino dei morti continuerà a segnalare la scomparsa di centinaia di persone senza nome, le rianimazioni supereranno il 30% di presenze Covid.

Basta un attimo , una foto, l’ inflessione dubitativa nella voce di un giornalista per attivare il meccanismo della paura, dell’ incertezza, della revoca di fiducia, a scapito di tutta la comunità.

Per chiarezza, sarebbe utile considerare che il diavolo Astrazenica ha un costo di 1,78 € a dose, l’ acquasanta Pfizer di 12€, il rassicurante Jhonson & Jhonson è venduto ora a 8,50 dollari.

Il vaccino più economico, prodotto dalla meno nota delle aziende farmaceutiche, è anche un killer , un attivatore di trombi sfuggito ai trials clinici e alla rigida lentezza dell’ EMA?

O, non sarà forse, in un mondo che vive ancora di finanza ed economia, un prodotto scomodo , da sconsigliare all’ utenza a vantaggio di altri ?

Non sempre avremo risposte alle domande, ma è sempre bene porsele.

Intanto tra diavolo acquasanta e nell’ attesa di Johnson e Johnson, che non è una mono dose di baby shampoo, per l’ ennesima volta la guerra al Virus perde tempo mentre il Virus vince l’ ennesima battaglia a tavolino e procede, con tutta calma, il suo processo di cambiamenti non sequenziati.

Presagio esatto fu dunque il corto di Tornatore realizzato per incentivare la campagna vaccinale italiana. Nel suo dimenticabile spot ,”La stanza degli abbracci “, la giovane protagonista continuava a ripetere: “Ho dubbi.”

Il funesto spot funesto è stato, fortunatamente, sospeso ma i dubbi sono arrivati e hanno fatto danno.

LA SANITA’ ITALIANA SALVA TUTTI (ECCETTO SE STESSA)

Il Servizio sanitario nazionale : pubblico ed universale… Ma per quanto ?

di Cristina Battioni

Questa è la storia vera di “E” e di tutti i sans papiers emersi, senza salvagente, dalle onde di una pandemia senza passaporto , dei tanti naufraghi del lavoro sommerso tratti in salvo dalle scialuppe del Servizio sanitario nazionale che, nel frattempo, cola a picco.

Mentre il Titanic affondava l’ orchestra continuava a suonare; mentre gli ospedali vengono depredati ed affondati da tagli e contagi, i medici continuano a curare.

“E” ha 53 anni ma è una donna senza età, assomiglia a una matrioska , la terza di tre sorelle , il seme nascosto. Ha un volto paffuto e le guance rosa, un corpo piccolo e compatto, un approccio gentile che manifesta ripetendo sempre la prima frase in italiano che ha imparato: ” Grazie, mia cara/o”; è il suo slogan, anche quando non c’è nessun motivo di ringraziare.

Ha lavorato in Russia fino al giorno in cui è diventata per la Russia una colf troppo anziana, non sufficientemente atletica, non sufficientemente tecnologica e nemmeno abbastanza forte. Così è tornata in Moldavia con la sua insufficienza anagrafica e nessuna voglia di ripartire. Ad attenderla non ha trovato una famiglia festante ma i debiti non ancora estinti, una casa da sistemare e un libretto di risparmio lasciato, precocemente, in eredità ai figli.

Per sopravvivere è entrata nel gioco delle sostituzioni. Ogni giorno a Parma, come in molte città italiane, arrivano e partono decine di donne dell’ Est ; per una che torna a casa c’è né una che arriva a prendere il suo posto a tempo determinato; due, tre mesi al massimo. “E” è rientrata in Italia a giugno, nel momento in cui tutto sembrava ripartire verso la normalità , ma lei non è ripartita.

Terminata la sostituzione estiva ha continuato a rimpiazzare colleghe che si ammalavano o non riuscivano a tornare in Italia, nemmeno imbarcandosi su autarchici pulmini allenati ad eludere controlli e frontiere con estenuanti percorsi alternativi, mescolando ed accatastando persone e merci.

Come tutte le “sostitute” che restano è diventata una delle 200.000 invisibili , senza permesso di soggiorno e senza contratto di lavoro. Il gioco sembrava ormai collaudato , abituale, scontato dopo anni di routine.

Collaudato e abituale fino al 26 febbraio quando il Covid bussa alle porte del suo corpo; qualche linea di febbre, qualche colpo di tosse e le ossa stanche; ma per una matrioska sono dettagli, è abituata a lavorare con la febbre e la spossatezza di un passato ingombrante sulle spalle.

Lei non si ferma e non si lamenta perché fermarsi vuol dire non guadagnare, non guadagnare significa non poter pagare i debiti o una stanza in affitto, non sopravvivere.

Non dice niente a nessuno, comincia a fare come le altre, si fa di Tachipirina e antibiotici a largo spettro e medicinali di fortuna, ereditati o prestati ; minimizza con le sorelle , con le coinquiline, sperando che tutto passi, come una banale influenza.

“E” è una delle migliaia di badanti che la pandemia ha colpito, prima economicamente, poi anche fisicamente. I dati pubblicati da Assindatcolf dimostrano come la morte di migliaia di anziani ed il peggioramento delle condizioni economiche abbiano costretto 2.400 famiglie italiane a licenziare il 30% delle persone assunte a tutela dei loro cari.

Le previsioni per l’ anno corrente stimano un 41,7% di licenziamenti degli oltre 865.000 collaboratori domestici assunti e regolarizzati. Un mondo di care givers composto, quasi esclusivamente, da donne straniere. Alcune sono tornate a casa; altre, pur di lavorare, hanno accettato turni h/24 per evitare contatti con il mondo esterno e non diventare potenziali veicoli di contagio; molte sono diventate collaboratrici delle pulizie domestiche saltuarie, dove e quando capita, sempre e comunque in nero.

” E” capisce di essere stata contagiata ma , essendo un fantasma, si nasconde; non ha un medico, non ha una residenza ufficiale ed è assolutamente certa di non avere nessun diritto.

Decide si fermarsi e sparire tra le coperte del suo letto. Lascia i lavoretti di pulizia alle sostitute che giustificano la sua assenza inventando la solita scusa della partenza improvvisa per gravi motivi famigliari.

Il 6 marzo, dopo nove giorni di latitanza febbricitante, la paura di essere un fantasma clandestino lascia il posto, per un attimo, all’ istinto di sopravvivenza. Qualcuno chiama il 118 e, finalmente, un’ ambulanza la trasporta al Pronto Soccorso . E’ sola, come tutti gli 87 pazienti in attesa di diagnosi, non riesce a spiegarsi e a comprendere i termini tecnici di una lingua che non le appartiene.

Ha paura, paura dei suoi polmoni che la stanno tradendo ma, soprattutto, ha paura di essere messa alla porta dopo essere stata segnalata alle autorità, come accadrebbe nel suo paese.

Dal suo cellulare chiede aiuto alle matrioske maggiori e regolari ma nessuno può raggiungerla e nessuno sa, esattamente, come aiutarla.

La aiuta il Servizio sanitario pubblico, dove il significato di “pubblico” viene interpretato ed agito nel rispetto assoluto delle intenzioni di chi lo ha concepito per dar vita ad un sistema di cure aperto a tutti, a tutta la comunità intesa come totalità sociale.

Benché sembri un’ utopia è una realtà italiana che mette al sicuro anche “E” nella sua inconsapevolezza, lei è una sans papiers ma, al suo fianco, i medici, i radiologi, le infermiere sono tutti “sans frontieres”.

Forse al triage l’ hanno informata di essere protetta da un codice regionale STP (straniero temporaneamente presente) ma nessuno in un Pronto Soccorso stravolto dall’ emergenza virale ha il tempo di spiegare o tradurre con calma, tutti hanno solo il tempo di fare, tamponare, salvare.

Dal momento del suo accesso “E” non è più un ospite indesiderata ma una paziente della AUSL regionale che assicura il diritto di cura ai cittadini extra-Ue, anche se irregolarmente presenti sul territorio nazionale.

Nel primo pomeriggio è già stata sottoposta a tac e ad un primo tampone, le hanno richiesto solo i suoi dati anagrafici e fatto firmare un’ autocertificazione di indigenza che le permetterà di essere curata, senza aggiungere debiti ai debiti che l’ hanno portata qui.

Alle 22 con il referto del del secondo tampone, che conferma la sua positività, arrivano anche le spiegazioni del medico responsabile che si appresta ad uscire, finalmente, per il cambio turno. Le espone la sua diagnosi e la tranquillizza sottolineando che non deve tremare o scappare poiché nessuno la segnalerà alla polizia, non avendo commesso o subito alcun reato ;usa parole semplici e concrete : “Lei è solo l’ ennesima vittima di un Covid trascurato, che non distingue tra regolari e irregolari “.

Poche parole non guariscono ma la fanno rinascere. Nella fatica del respiro riesce ad essere felice, a percepirsi come un essere umano privilegiato, forse per la prima volta nella sua vita. Non è sola, sarà curata, avrà i farmaci e le dosi corrette e, per sei mesi, verrà seguita ed aiutata nel suo percorso di auspicabile guarigione.

La sua voce gracchia nel telefono della sorella e, indipendentemente dalle parole che pronuncia faticosamente, si percepisce solo una gratitudine stupefatta ed una gioia che contagia tutti i presenti, anche me.

Dopo tanto tempo mi sento orgogliosa di appartenere ad un’ Italia piena di errori, scorrettezze, negligenze, furbetti e corrotti ma, ciononostante, capace di realizzare piccoli miracoli.

Ma per quanto ancora?

La piccola matrioska è stata salvata ma la Sanità italiana che l’ ha accolta no, viene lasciata sola e maltrattata , talvolta accusata dai medesimi che l’ hanno depredata negli ultimi dieci anni.

Tra XIII e XVIII legislatura ben 11 governi le hanno sistematicamente sottratto 37 miliardi di euro; tutti i governi, in rapida successione, hanno attinto alla spesa sanitaria per esigenze di finanza pubblica, sgretolando progressivamente la più grande opera mai realizzata in Italia.

Nessuno si è opposto, nessuno ha invaso le piazze sventolando camici al posto di sardine, tutti hanno fatto finta di non esserci, di non vedere o, peggio, hanno tentato di dissimulare criticando una “malasanità” che, pur essendo tale in alcune realtà del paese , è stata deformata da interessi e disinteresse, da connivenze e convenienze politiche o personali.

L’ emergenza Covid ha solo speronato una nave abbandonata e indebolita da vecchie falle ; l’ assenza di piani pandemici, la carenza di materiali e personale specializzato non sono una novità ,la affondavano prima dell’ ultimo squarcio causato da un iceberg virale.

La “malapolitica” , l’ assenza di fondi, di investimenti in ricerca , di preparazione e motivazione del personale medico e paramedico stanno affondando l’ ammiraglia della flotta del nostro Stato sociale; finite le scialuppe e le zattere di salvataggio, gettato a mare il patrimonio professionale ed umano ancora a bordo, quale orchestra di primari, medici ed infermieri continuerà a suonare e a salvare sul ponte di una Sanità pubblica che affonda?

Temo nessuno.

Senza un’ immediato ed energico supporto economico e progettuale, non suoneranno più nemmeno le sirene delle ambulanze.https://youtube.com/watch?v=l_k3e1Zft-4&feature=share

LA STAGIONE DELLE VARIANTI

Fioriscono varianti, sfioriscono le viole”

di Cristina Battioni

Questa volta lo Stop non viene da un DPC emanato a tarda notte ma da un Decreto Legge con tutti i crismi richiesti da un necessario fermo immagine nazionale.

Da domani la Padania si ferma davanti al cartellino rosso governativo che rimette in stand by il cosiddetto “motore produttivo” del Paese.

Se esistesse una cartina al tornasole sensibile alle particelle atmosferiche si colorerebbe di rosso, il rosso della combustione del gas metano degli allevamenti intensivi, il rosso dei semafori che non fermeranno migliaia di camion, camioncini, trasportatori, corrieri che la percorrono in lungo e in largo ogni giorno, il rosso dello stop agli incroci pericolosi.

Forse sarebbe stato più adatto il viola della malasorte e del lutto, il viola della rabbia di persone ed attività che sfioriscono precocemente, come le viole.

Mi concedo l’ ultima passeggiata oltre il perimetro del mio domicilio, mi proteggo con la mascherina, lascio che una bolla di sospensione e distanziamento mi protegga dallo smarrimento ; vado e vedo. Percorro i viali verso sera, la foschia impedisce all’ ultima giornata che anticipa un nuovo evento “E” di essere luminosa.

Chissà se è solo foschia o è una patina di batteri, gas, virus mutanti che come un cellofan ci mette sottovuoto tutti , in atmosfera modificata.

C’e traffico, gente che si muove , formiche che cercano di ripercorrere i loro schemi secolari ma accelerando nell’ ansia, si confondono, vanno a sbattere, fanno provviste come prima dell’ arrivo di un uragano. Donne in attesa davanti ai saloni di parrucchieri cinesi, aperti la domenica e presi d’ assalto , perché non si sa quanto sarà lunga la ricrescita da affrontare.

Non ci faccio caso, il nuovo lockdown non altera la mia chiusura totale che si perpetua da anni, per me rientra nella normalità il fare solo le cose strettamente necessarie alla sopravvivenza.

Comprendo il disagio delle donne che da domani dovranno essere madri, professoresse, lavoratrici, cuoche, infermiere, carceriere e carcerate in pochi metri quadrati.

Immagino la serranda scoraggiata che abbasseranno i piccoli negozi dopo aver apparecchiato , invano, le vetrine a festa sperando di vendere qualche articolo per la bella stagione.

Capisco soprattutto la stanchezza che scema in disinteresse, o peggio, in rabbia quando si associa allo spettro della povertà.

La rabbia può trascendere in violenza o in autolesionismo, la noia in depressione, la depressione in patologia.

Ma non c’e’ tempo. Nè per la rabbia, né per la depressione, né per la patologia.

Eppure , nessuno neanche nel nuovo esecutivo ha avuto il coraggio di accollarsi l’ onere di una semplice frase esplicativa : “Dovete stare in casa, a 10, 20, 30, 50 anni, ad ogni età, dovete stare in casa e non farci entrare nessuno, dovete evitare i contatti il più possibile se non volete non poter assistere neanche al vostro vaccino, figuriamoci ad un eventuale ricovero”.

Perché lo stato sociale esiste ma può non reggere ad ulteriori pressioni e la sanità pubblica è in overbooking.

Il nemico è molto più scaltro di noi, ci anticipa, anticipa e gabba anche i tamponi che non lo rilevano più’, si appresta a precedere i vaccini che, già scarsi, rischiano di essere anche inutili.

Questo CV 19 è il nemico mortale della socialità, degli aperitivi, delle cene in casa, delle chiacchiere a vuoto, delle lezioni di fitness, degli stadi piene e delle messe la domenica, di molte cose che riempivano il nostro tempo libero o la nostra la noia.

Si alimenta di shopping, gite ai centri commerciali, week end sui lungomare, struscii nelle vie del centro, maratone, concerti, eventi. L’ unico elemento che teme e’ la spirale della silenzio, l’ isolamento.

Ma ahimè lo teme il virus ma anche le sue potenziali vittime , come se la solitudine fosse un batterio, una minaccia, un pericolo. Lo è in effetti , o lo può diventare quando si è isolati dall’ esterno ma imprigionati a condividere la propria aria con altri .

Ogni versione di affetto contemporanea non è aggiornata a sostenere la coabitazione continua .

Il cambio radicale di abitudini e comportamenti è l’ unica mossa che può fare scacco matto ad un ospite così virulento ma è anche l’ unica pedina che fatichiamo a spostare sulla nostra scacchiera .

Arrivo a Piazza della Vittoria; stasera sembra scossa dalla paura di sentir suonare le sirene dei bombardamenti in arrivo, si muove, si agita, senza una ragione. I bar erano già vuoti, aperti solo per l’ asporto fino alle 18, i negozi in saldo perenne alternavano saracinesca a mezz’ asta o chiuse. Perfino tutto ciò che era già fermo anela ad un movimento scomposto.

Gli uffici essenziali resteranno aperti, molti lavoreranno in smart working, la vita essenziale continuerà con le dovute precauzioni ma, stasera, nell’ ansia palpabile del cartellino rosso, tutti devono asportare qualcosa, l’ ultima boccata d’ aria, l’ ultimo pacchetto di sigarette, l’ ultima scorta di Tachipirina dalla farmacia di turno. Solo gli uffici sono chiusi perché sanno di riaprire, seppur a regime ridotto, domani.

Eppure ce l’ avevano detto, senza allarmismi, avevano cercato di spiegarci l’ evoluzione naturale di un virus che a noi sembra un artificio.

Non e’ un ordigno innescato da chissà chi e chissà dove, è vivo, ci osserva, ci entra dentro e si abitua , lui sì, alla sua nuova casa, senza temere alcuna minaccia di sfratto.

Mi avvicino all’ edifico della mia Scala B con circospezione, abbasso lo sguardo per non incrociarne altri, raggiungo il corridoio ceco e salgo sull ascensore che mi risucchia veloce e mi porta sù, verso il mio cubo al quinto piano.

E’ tutto in ordine, pulito e rinfrescato; il quadro delle peonie colpito da un tramonto miserevole cangia dal rosa al viola.

Dall’ affaccio del balcone la linea dell’ orizzonte è sfuocata, non ci sono i colori, mancano il giallo, il rosso e il blu spariti in una luce opaca. Mescolando il blu e il rosso si ottiene il viola, miscelando il giallo ed il verde lo si annulla.

I complementari si annullano davanti a me, nella Zona Grigia di confine.

Mi siedo un istante accarezzando l’ immenso divano , nel punto esatto dove si sedeva mia madre, forse è solo una mia allucinazione, ma ne avverto la presenza.

Sono quasi contenta che non debba respirare questo tempo inquinato e angosciante , penso a lei, ai nostri lockdown che ignoravano le stagioni, alla canzone che ancora cantiamo insieme, almeno qui, poco intonante e confondendo le note ma assenze e presenze riescono sempre, sottovoce, ad accordarsi.https://youtube.com/watch?v=K5OWyBUvlZc&feature=share

Mentre canticchiamo mi sorprende la porta dell’ ascensore spalancata, non avevo ancora espresso il desiderio di scendere…non dovrebbe essere al piano.

Mi volto di scatto e vedo solo un qualcosa di verde a terra, sembra muschio.

Solo salendo a bordo per raccoglierlo mi accorgo che e’ un mazzetto di viole mammole trattenuto da un elastico per capelli. Devono provenire dal piano T, probabilmente la Scala B ha chiesto a Seppia di mandarli sù avvertendo la mia rassegnata tristezza . Graziose e fragili; le infilo in un bicchiere d’ acqua e le libero dall’ elastico che infilo al polso per restituirlo.

Ho il rosso del Decreto ministeriale, ho il verde e il viola, mi manca il giallo per ricomporre il cerchio dei colori ed eliminare il grigio.

“T”, il giallo può essere al piano “T”, devo scendere a cercarlo. Mi infilo nell’ ascensore e in un istante di vertigine sono davanti al piccolo giardino, l’ Edicola Sospesa sempre al centro , ma sorprendentemente sopraffatta dai cespugli di fostizie in fiore . I cespugli sono esplosi, la ricoprono su ogni lato, lasciando liberi solo la finestrella di Seppia ed il tetto spiovente del chiosco, in lamiera verde.

Il cerchio di Itten è completo; il giallo dei fiori e il verde del chiosco non annullano il colore vivace delle viole spontanee, ogni cosa coesiste e si illumina. Il piano T è zona pulita e la natura, indifferente ai lockdown e ai decreti, esplode seguendo il suo indiscutibile istinto.

Seppia non e’ al suo posto nel chiosco, la sua assenza mi destabilizza ; cercandolo con lo sguardo osservo per la prima volta i balconcini cubici ed incolonnati della Scala B. Se mi allontano fino alla parete estrema del giardino riesco a vederli tutti, anche il mio con il costume blu legato alla ringhiera in ferro. Gli atri sono esattamente uguali, spogli, eccetto il balcone del secondo piano.

C’è un lenzuolo bianco appeso, un lenzuolo singolo, sembra una bandiera bianca.

Dietro la bandiera indovino la scia fumosa di una barretta d’ incenso. L’ aria porta l’ odore melenso fino a me. Intravvedo solo la figura di una ragazza immobile sulla soglia della porta finestra. Forse mi sta guardando.

Nella luce bassa distinguo la sagoma scura di una donna minuta, fianchi strettissimi e spalle larghe. I capelli mossi e ribelli sembrano una piccola criniera. Abbasso lo sguardo, fingo di non averla vista, qui la discrezione è sopravvivenza, simulo disattenzione camminando rasente alla barriera gialla dei cespugli intorno all edicola, fino al davanzale di Seppia.

Ametista

Non c’e’.

Trovo al suo posto trovo un foglio appiccicato al vetro dall’ interno :”Torno adesso”.

Non era mai successo, era sempre qui, intento a leggere o a scrivere i suoi pensieri. Non so che fare ma mi fido del cartello; “Adesso” qui vuol dire ” torno quando c’ e’ bisogno di me”.

E infatti Seppia spunta da un cespuglio nell’ inedito ruolo di giardiniere; indossa un salopette di jeans, una felpa grigia , due guanti esagerati da giardinaggio e stringe in una mano delle cesoie per potatura.

Ha perso la staticità fotogenica da mezzobusto, ora lo vedo tutto intero, dinoccolato e scomposto tra ciuffi di fiori gialli mentre particelle multicolori si nascondono tra i capelli arruffati.

Il Prof. fuori dalla sua edicola sembra un ragazzino che si rotola nei prati con dei coriandoli tra i capelli. Il passato e il presente si sovrappongono sempre nel tempo analogico, giocano fra loro.

Lui non ci fa caso, si sfila i guantoni , si scrolla qualche insetto dai capelli e mi saluta “Salve Kami, scusi stavo cercando di liberare almeno la porta laterale , i cespugli stanotte si sono moltiplicati e mi hanno ostruito l’ unico accesso , ho fatto un po’ di dècoupage .” Si giustica e ride come un bambino divertito, scoprendo i 32 denti bianchi e perfetti.

Nascondo il mio sorriso eccessivo e lo scuso “Lei sa fare proprio tutto, ma al di la’ della scomodità devo dire che l’ edicola circondata dal giallo è perfetta, perfetta per un quadro post- impressionista. ”

Quando mi risponde è gia rientrato in postazione e affacciato al davanzale a favore di regia , “No, no, io so solo leggere e scrivere, sono obbligato ad eseguire lavori manuali quando la natura prende il sopravvento e, come vede, ha già preso il sopravvento. Qui le stagioni sono puntuali, non come là fuori.”

Là fuori non c’ è più niente di naturale e puntuale, vorrei rispondergli, ma suppongo sia informato, gli restituisco invece l’ elastico che legava il mio mazzolino.

“Grazie per il bouquet di viole, suppongo le fosse avanzato dal suo dècoupage, delizioso, grazie davvero”.

Seppia scuote la testa , illumina gli occhi scuri che leggono i pensieri altrui e chiarisce, “No, mia cara, non li ho inviati io, li ha inviati Ametista, io li ho solo messi sull ascensore per lei. E’ molto solitaria e non scende mai se c’e’ qualcuno ma deve averla sentita cantare , le ha raccolte e mi ha pregato di inviarle alle voci che sentiva. L’ elastico è suo, ma lo lasci pure a me, lo metto insieme al suo giornale sospeso che non ha ritirato”.

Sbircio tra i rametti e vedo il secondo ripiano in cui Seppia depone l’ elastico su una rivista a colori :“Journal of Ethnopharmacology”, ritengo sia rara e molto più costosa dei nostri quotidiani sospesi.

Ametista, secondo ripiano e secondo piano , quindi ha un nome la sagoma femminile nascosta da un filo di fumo e da una bandiera bianca stesa al sole.

Vorrei poter ricambiare in qualche modo il suo gesto gentile ma anche la sua ombra è sparita, rimane solo l’ odore di bruciato e un lenzuolo candido che riflette i colori del giardino.

Chiedo a Seppia un foglio di carta e una penna con la stessa naturalezza con cui avrei chiesto lo zucchero ad un vicino di casa. Mi offre un intero block notes e una matita, precisando ” Uso solo le mine, sperando di non lasciare traccia duratura di ciò che scrivo o penso, detesto rileggermi o essere riletto”.

Con una matita compongo due righe provvisorie per Ametista : ” Grazie, ovunque protegga la grazia nel suo cuore, è cosa rara. Con affetto, Kami”.

Affido il bigliettino al guardiano del chiosco certa che, se lo riterrà opportuno, lo consegnerà con l’ elastico e il periodo o lascerà che la traccia a matita si cancelli da sola.

“Si, certo glielo conservo, vede lo metto qui con la sua rivista sospesa”. Quindi Ametista non ha come tutti noi un giornale sospeso ma un periodico, ed e’ l’ unica, fino ad ora, a cui la Scala abbia dato un nome senza ambivalenze.

Cercando di non fare troppe domande e di non violare la solitudine dell’ inquilina del secondo piano , mi permetto solo una riflessione parlata, “Deve essere una persona speciale, il nome è speciale ed il suo scaffale è l’ unico con una rivista, scientifica e in inglese.”

Seppia non risponde, guarda verso il secondo piano e racconta, narra .

“Gli inquilini del secondo piano sono sempre speciali, sono solo di passaggio, non sono sospesi, sono attaccati alla vita con le radici e per non essere sradicati vengono qui, il tempo sufficiente per riposare e non mostrare agli altri i segni di una malattia o di una cura, poi, appena riescono a sorridere e a recuperare le forze tornano alla loro vita fuori.”

Quindi gli inquilini del secondo piano sono qui per evitare che gli altri cadano. Trascorrono qui il tempo di una quarantena sanitaria o di una cura per nasconderla all’ attenzione di chi li circonda. Non temono più’ la caduta ma desiderano la salita , qualunque essa sia, salvano chi amano dalla vertigine.

” Ora ha capito perché si chiama solo Ametista?”, mi domanda Seppia con un tono quasi solenne.

“Si, ritengo di sì”, gli rispondo senza allegria, ” l’ ametista è la pietra della spiritualità, dell’ unione degli opposti, il suo viola purifica i pensieri, nasce dall’ unione tra il rosso dell amore e il blu della saggezza.”

Seppia non risponde ma continua a narrare, ” E’ il colore della metamorfosi, della magia che noi non comprendiamo ma Ametista si, la sente e la studia; per questo necessita di un giornale diverso, senza scadenza quotidiana , senza rischio di reso e che , al contrario, va prenotato e atteso.”

Ecco perché ci chiudono a zone rosse o arancioni fuori, perché il viola non lo saprebbero gestire, eppure sarebbe il colore più attinente alla realtà che cambia continuamente. Invece di subirla potremmo cominciare ad interpretarla, a sentirla anziché tentare di imbrogliarla.

Ma è tutto troppo complicato e nel digitale che scorre non c’e’ molto tempo per capire, solo per digerire.

Forse la nuova variante del Virus, quella che ancora non sequenziamo , è viola, cambia mentre ci invade, prende qualcosa di noi senza restituirlo. Ci fa sentire tutti uguali mentre ci differenzia, impara a conoscerci più di quanto non sappiamo fare noi e usa i nostri punti deboli per propagarsi.

Usa la nostra paura della solitudine per migliorarsi e contemporaneamente per metterci di fronte al nostro spettro, l’ essere soli.

Seppia mi legge i sottotitoli, li interpreta , li corregge e me li restituisce.

” Siamo tutti soli, lo siamo da prima dei virus e delle varianti, cerchiamo di coordinarci , di fare gruppo per non pensarci, ma siamo soli prima o poi. Può essere una condizione insopportabile o un opportunità, dipende. Talvolta è solo una condizione con cui dobbiamo scendere a patti, niente di più”.

Mi sta suggerendo che non si muore di solo Covid?“, oso domandare. ” Si muore e basta, si guasta un pezzo del meccanismo imperfetto, si interrompe un circuito, si spezza un giunto e … l’ eternità svanisce.”

Siamo molto meno di ciò che pensiamo di essere, soli o accompagnati, pre e post Sars.

Siamo tutte varianti di un essere imperfetto, migliori, peggiori, resistenti o fragili, solo varianti non sequenziate , tutti diversi e perciò soli in un mondo che ci avvicina per similitudini esterne.

Mentre rifletto Seppia mi porge il mio Giornale sospeso e si rimette i guantoni da giardinaggio.

“Si ricordi, se, e quando vuole, scriva B sul palmo della mano, arriverà qui senza passare per strade e corridoi e senza dover indossare la mascherina. Ma la prego, ricordi che le sospensioni non salvano, offrono solo una visuale diversa, proteggono dal caos o dall’ ingestibile del quotidiano ma non dalle variabili, né virali né personali. Faccia attenzione e abbia cura di se e non solo della grazia nel suo cuore.”

Chino la testa per ringraziarlo e salutarlo, ogni parola sarebbe superflua e ho parlato più’ del dovuto e più’ di quanto io sia abituata a fare.

Guardo il balcone del secondo piano, Ametista ha ritirato il lenzuolo bianco, non si è arresa.

Posso andare anche’ io , con il mio “Domani” di ieri sotto braccio e il titolo a tutta pagina ” Arriva la stretta più severa. I numeri peggioreranno ancora” esemplificato da una cartina geografica prevalentemente rosso scuro, Sardegna grigia, per fortuna il Mediterraneo è ancora azzurro.

Domani sta avvenendo, il mio orologio torna a funzionare tra le vie e le auto ,tutti a rincorrere qualcosa che ci ha già superato e che noi crediamo di doppiare sul circuito della zona “quasi” rossa di domani.

Buona adattamento a tutti , sperando di sequenziare una variante positiva di noi stessi.

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