“CASSANDRA”

IL DIAGRAMMA CARTESIANO DI SANDRA

-Primo tempo-

Di Cristina Battioni

Ho riflettuto a lungo sull’ offerta della Scala B. Potrei trovare nell’ Edicola Sospesa un rifugio, un luogo in cui leggere, imparare, ascoltare ed ascoltarmi. Ma sarebbe una fuga ed i sospesi si nascondono ma non scappano, non ne sono capaci.

Noi stiamo, restiamo, a costo di cadere e farci male, siamo i patologici delle risalite. Abbiamo bisogno di violenti temporali di vita, di ripari momentanei, di silenzi incomprensibili per risanarci prima di tornare a scalare il diagramma sconclusionato della nostra esistenza.

Incontro Cassandra sabato mattina al Piano T. E’ il primo maggio, l’ Italia in semi-libertà festeggia i lavoratori non lavoranti ed io mi preparo ad incontrare una donna senza età in un luogo non rilevabile.

I normali come i sospesi vivono nel paradosso.

Indosso un robe manteau blu, un paio di décolleté tacco 10 e sciolgo i capelli, ho perso l’ abitudine all’ eleganza ma un incontro con il passato richiede un’ uniforme adeguata con un leggero retrogusto di naftalina e di oggetti dimenticati tra le cose inutili.

L’ essenziale femminile singolare. Mi concedo solo l’ orologio di mia madre fermo da anni sulle 15,25 e un filo di rossetto color peonia.

Arrivo a Piazza della Vittoria verso le dieci. Il mese delle rose tarda ad arrivare, al suo posto ancora nubi e aria umida gonfia di pioggia. Gli uffici sono chiusi ma i bar aperti, qualcuno sbadiglia tra cappuccini e croissant, poca gente in giro, il vento di burrasca scoraggia le passeggiate.

Prima di sfiorare il portone mi soffermo ad osservare la targa dello “Studio Notarile”.

Come può essere cominciato da lì questo mio viaggio attraverso il tempo? E quanto è durato? Settimane, mesi, anni o solo pochi istanti nascosti? Stante, il Notaio, sarà nell’ altra sua vita stamattina, sulla rotta circolare e perfetta di un orologio rotondo. Ogni giorno la sua lancetta disegna come un compasso un cerchio perfetto attorno a lui che cammina spinto da una forza d’inerzia all’ interno della circonferenza, attento a non inciampare, a tornare esattamente nella stessa posizione ogni 24 ore.

Ogni giorno uguale all’ altro, senza sbavature o ritardi, ogni battuta ed espressione immutata, la stessa rappresentazione fedele attesa da un publico che aspetta solo continue repliche rassicuranti.

Il suo diagramma e’ a torta, il mio un diagramma cartesiano a segmenti, picchi e discese repentine.

Il portone si apre come spinto da una corrente fredda, piccole gocce sul pavimento dell’ atrio indicano il recente passaggio di Cassandra e del suo ombrello perennemente intriso di pioggia. Seguo il sentiero d’ acqua fino al muro del corridoio cieco, sento il rumore di tacchi e non li riconosco ; sono i miei.

L’ ascensore mi accoglie, mentre mi sistemo il vestito avverto una piccola vertigine che mi accompagna al piano T. Mi aspettavo solo silenzio e vuoto ed invece il cubo verde ed il suo coperchio di nuvole grigie sono animati.

Una musica fluida danza con il silenzio, i gelsomini lungo i muri interni cominciano a sbocciare profumando il giardino, al posto delle forstizie piante di rose con i boccioli ancora chiusi, l’ Edicola Sospesa è aperta con le sue litografie appese; sulla panchina Marco fuma in compagnia di una vecchia signora avvolta in un impermeabile beige, non è come la immaginavo; austera ed elegante, ma solo uno scricciolo con scarpe da bambina nere che sfiorano il prato.

Si somigliano, potrebbero essere madre e figlio, stessi lineamenti delicati, stessi capelli imbiancati e lucidi, stessi occhiali da miopi. Marco mi viene incontro, ora che non ha più il suo ruolo è libero di sorridere ma non ha perso la postura elegante da primo attore.

“Buongiorno Kami, deliziosa vestita da signora, quasi non la riconoscevo…dovrebbe farlo più spesso.” Il commento gentile mi fa sentire inadeguata, non mi sento più nei miei panni, rimpiango i miei soliti jeans e gli scarponcini. Sembro un’ impalcatura instabile edificata alla meno peggio per paura di un incontro, una specie di gru che cammina goffamente verso una bambina invecchiata. Comunque cerco di camuffare il mio senso di disagio. Marco, per me ancora e sempre Seppia, percependo il mio innaturale equilibrismo mi prende inusitatamente sotto braccio, mi stabilizza . Le mie dita si aggrappano al suo maglione morbido .

“E’ la Signora Cassandra vero?” gli domando avvicinandomi alla panchina, “Si, e’ arrivata presto per visitare il chiosco e salutarmi; non si alza perché ha qualche problema di stabilità … un pò come te…”, commenta sbirciando i miei tacchi.

Già, due donne, chissà quanti gap generazionali tra noi, eppure così vicine e simili nel tempo in pausa. Cassandra si appoggia all’ ombrello e si alza nascondendo lo sforzo delle ginocchia ossute, ora posso osservare la sua figura fragile al centro del suo spazio. Sembra una bambina invecchiata, le dimensioni dell’ ombrello chiuso la sovrastano.

Uno scricciolo delicato appoggiato ad un ramo cartesiano del tempo.

Cassandra è un nome inadeguato a questa donna minuscola con piccole mani fragili e grandi occhi color cenere. Prima di parlare mi porge la sua zampina, sento le sue dita senza forza cercare di stringere la mia mano. Osservo con invidia le sue ballerine nere, vorrei togliere i tacchi, lo faccio. Ristabiliamo un equilibrio nel diagramma a barre.

Cassandra mi da la sua benedizione, “Buongiorno mia cara, ero certa lo avrebbe fatto, lo avrei fatto anch’io, e’ un peccato perdersi la sensazione del prato morbido sotto i piedi, non e’ vero?”

Ha una voce lieve ed antica accordata al profumo delicato di uno chignon di zucchero filato. Non lascia la mia mano mentre mi invita a sedermi accanto a lei. Marco appoggia sulla panchina un vassoio di paste calde ancora impacchettate, “Vi lascio queste, ne avreste bisogno entrambe; se dovesse alzarsi il vento ritorno subito, non vorrei trovarvi sui rami dell’ albero.” Sdrammatizza da bravo padrone di casa e ci lascia al nostro talk show di cui conosce già domande e risposte.

Mi accarezza il viso prima di cominciare la sua spiegazione, io mi lascio cullare. “Cara Kami, so che qui la chiamano così, come già saprà Il Prof Seppia sta per lasciare il suo ruolo di guardiano del faro, la Scala B e’ in cambio turno. In tanti anni non era mai stata cosi’ vuota.”

La dolcezza accogliente della mia sconosciuta interlocutrice mi incuriosisce, “Tanti anni quanti ?” le domando, “Troppi, ho perso il conto. Questo palazzo e l’ area circostante appartenevano alla mia famiglia, nel secolo scorso ovviamente”.

Scarto il cabaret di paste calde, glielo porgo. Cassandra illumina gli occhi quasi trasparenti e prende tra le mani una piccola pesca dolce, respira a fondo il profumo di zucchero e alchermes. “Ne assagi una la prego, la aiuterà in questo viaggio a ritroso.”; sono curiosa, lo zucchero si scioglie sulle labbra, ha il sapore malinconico delle cose perdute, la mordo lentamente mentre ascolto.

“La città era molto piccola e questa era una zona di prima periferia, solo palazzi bassi, botteghe, abitazioni di artigiani e commercianti. Esattamente qui, sotto di noi, c’ era un salumiere, all’ angolo una panetteria e dalla parte opposta il tabaccaio ed una merceria.”

Si volta e con un dito ripiegato ad angolo dall’ artrite mi indica i balconi cubici della scala; “Vedi, appena sopra di noi c’ era lo “Studio notarile” di mio padre, al piano superiore, il nostro appartamento. Il piano T era una piccola piazza interna con al centro un’ edicola in ferro battuto.”

L’ Edicola

Mentre racconta il suo spirito evocativo materializza il fantasma dell’ isolato, vedo i negozi, le signore con gonne lunghe e cesta della spesa, sento il profumo di pesche dolci e pane appena sfornato e l’ odore di stampa dei quotidiani consegnati al chiosco. C’ e’ il sole.

Cassandra ha acceso il proiettore dei ricordi, vedo attraverso le sue parole, il passato torna e supera il presente. Il tempo analogico riprende il sopravvento. La vita circolare torna a scomporsi in segmenti narrativi.

“Chi è quella bambina con le trecce che corre verso l’ edicola?” le domando. “Sono io, stai osservando i miei ricordi, gli unici che ho trattenuto. Vedi come sono felice? Adoravo il chiosco dei giornali, mia madre mi permetteva di scendere il pomeriggio e io mi rifugiavo nell’ edicola, da Marco.”

“Marco come Seppia?” domando incuriosita. “No, il vero Marco, il ragazzo dei giornali. Guardalo, era bellissimo vero ?”. Guardo e vedo la bambina in braccio ad un ragazzo in camicia. E’ molto alto, la solleva come una farfalla in volo, ridono insieme. Marco è biondo, qualche ricciolo esce dal cappellino che indossa, ha le spalle larghe , gambe lunghe ed un sorriso pieno di sole e di futuro. Insieme entrano nel chiosco ed insieme osservano i giornali, le prime riviste. Cassandra sembra stregata, le sfiora con le piccola dita, le accarezza, legge a voce alta i titoli, inciampa nelle parole, ride mentre il ragazzo dei giornali le spiega .

Insieme guardano mondi lontani.

“Sandra.. Sandra..” una voce femminile la sta chiamando. Dal balcone del terzo piano una giovane donna la riprende con dolcezza . “Sandra smettila di disturbare, vieni su, se ti va c’ e’ la cioccolata pronta…”. Sandra apre la mano, indica le 5 dita, cinque minuti, mentre la donna affacciata ribadisce il 5 con la mano. E’ bella la mamma, nel suo vestito di cotone a fiori, un mare di capelli neri si muovo seguendo il ritmo dei suoi gesti. Sembra un papavero al culmine della fioritura, le labbra rosse come petali, le pupille nere come le antere, lo stelo flessuoso .

“E’ bellissima tua madre…”, “Sì, bellissima e triste.”, mi corregge.

Come un papavero

Eppure mi sembra felice affacciata al balcone nell’ ammirare sua figlia con dolcezza e orgoglio. Cassandra abbassa gli occhi e bisbiglia, “ho trattenuto le immagini dei suoi giorni migliori , quella che vedi è una delle poche. Non la ricordo sorridere, si sforzava di farlo con me, talvolta ridevamo insieme, era felice quando camminavamo per il quartiere, quando la accompagnavo all’ edicola o a fare la spesa, sai il salumiere mi chiamava “principessa Sandra” ed io mi sentivo davvero una principessa.

Il salumiere occupa un locale del piano terra, fronte strada, sta alzando la saracinesca. E’ un uomo allegro e robusto, indossa una camicia a quadretti bianchi e rossi sotto il grembiule inamidato e un berretto bianco. Cassandra lo saluta festosa mentre rientra a casa . “Ciao Principessa, che ci fai da sola? Ti serve qualcosa da portare a mamma?”, Sandra esegue quasi un balletto con inchino e sorride, “No grazie Signor Beppe, sono stata a vedere i giornali con Marco, adesso torno su, anche se non ne ho voglia”.

Beppe entra ed esce dalla sua bottega con un tovagliolo ed una pesca dolce e gliela porge, “Per la merenda Principessa, dopo i compiti, mi raccomando…”. La principessa ringrazia con una buffa riverenza e scappa via dentro il portone tenendo la sua pesca dolce in alto, come un trofeo.

Sandra ritorna Cassandra, spalanca i suoi occhi stanchi verso il cielo. Intorno a noi torna il cubo del piano T, il passato svanisce. Siamo protette dalle mura sui quattro lati ma un vento umido si fa strada tra le fessure . “Ha freddo?”, le domando con tono famigliare, “No, quando ho caldo dentro non temo il vento.”

“Sandra perche’ siamo tornate qui, era piacevole l’ atmosfera dell’ isolato?”

“Perché i segmenti felici sono stati montati in quel decoupage dalla mia mente, il film sarebbe stata cosa diversa e noiosa. La felicità ha quei volti e quei gesti. Il resto non conta o l’ ho tagliato.”

“Ne e’ sicura?”, le nubi si abbassano, i suoi occhi celesti diventano grigi, le zampe da scricciolo si uniscono come in preghiera. Marco ci allunga una coperta senza intervenire, la stendo sulle gambe di Cassandra e le copro le mani . “Non preoccuparti, non tremo per il freddo ma per l’ età. Faceva freddo il 1 febbraio del 1939, quello sì che era un giorno freddo”.

Mi ritrovo seduta sulla panchina, l’ edicola e’ bianca, una spolverata di neve ricopre i cubetti di porfido, Beppe spazza la neve dal marciapiedi e sparge sale all’ entrata della bottega. Ha le guance rosse e sbuffa emettendo nuvolette di fiato. Marco è uscito dal chiosco, sembra raccogliere una giornale ma disegna qualcosa sulla neve fresca con un bastoncino.https://youtube.com/watch?v=RWtRV81ADgg&feature=share

C’ è un auto davanti al portone di Sandra con il motore acceso.

Sua madre avvolta in un cappotto nasconde il viso in un ampio collo di pelliccia, Sandra le tiene la mano, e’ cresciuta, lunghi riccioli biondi sfuggono al berretto in lana e le scivolano sulle sue spalle. Dietro di loro un uomo pallido, immobile ed inespressivo nel suo cappotto scuro; ordina all’ autista di caricare due valige. Ha una voce dura come i suoi lineamenti severi.

“Allora ciao, mentre scendo a Roma mi fermo da voi come d’ accordo.” Si rivolge a Sandra, nessun abbraccio, nessun sentimento, solo freddo. L’ uomo da indicazioni all’ autista e guarda le due donne immobile, solo le labbra sottili sembrano abbozzare uno spasmo controllato.

Beppe e sua moglie escono dalla bottega a passi svelti, scivolano sulla neve ghiacciata per raggiungere l’ auto; “Scusate, vi abbiamo preparato qualche panino caldo per il viaggio…Sandra mi raccomando, quando tornerai l’ inverno sarà passato, voglio vedere tutti 10 in pagella e farai da madrina a mio figlio, ti aspettiamo”.

Sandra abbassa il finestrino, non piange, piange a secco; “Grazie, mi mancherete, ne sarò onorata, sarà un maschietto, come desiderate tanto, ne sono certa.”

Sua madre accenna un saluto con la mano e piange nascosta dal collo di pelliccia.

Comincia a piovere sul piano T e su tutta la città. Seppia ci raggiunge con un impermeabile, lo infilo mentre avvolge lo scricciolo con le sue scarpe da bambina nella coperta e la aiuta a raggiungere l’ edicola sospesa. “Meglio dentro, questa non è pioggia di primavera , sembra neve sciolta”. La neve sciolta del 1 febbraio 1939.

Il chiosco ripulito e sgombrato sembra più ampio. Ci sediamo attorno alla scrivania, al posto dello sgabello c’e’ una comoda poltrona in velluto per Cassandra. Seppia sparisce di nuovo lasciando una caffettiera fumante e due tazzine.

Ritroviamo la nostra intimità sospesa, il caffè ci scalda e ridà tono alla mia interlocutrice mentre i suoi occhi tornano azzurri ma opachi, sono gli occhi di chi sa piangere a secco.

“Dove stavate andando e chi era quell’ uomo rigido ed anziano che vi avrebbe dovuto raggiungere ?”. Prima di rispondermi Cassandra appoggia la tazzina rivelando un lieve tremore, “Era il Notaio, mio padre. Non ci ha mai raggiunto dai nonni a Lucca, credo sia andato direttamente a Roma in un Ministero, lavorava per il regime, ci credeva, a suo modo.”

“Quindi non vi siete più rivisti ?”, Cassandra improvvisamente ride, “No, mia cara, ed è stato meglio così. La sua strada e quella di mia madre si erano sovrapposte per convenienza reciproca, la convenienza talvolta è necessaria ma è nemica della felicità, la convenienza si paga con la libertà e talvolta con la disperazione. Niente come ciò che ci viene venduto come conveniente si rivela sfavorevole, poi.”

Sandra è figlia di un matrimonio combinato o comunque di convenienza. La madre era un papavero in fiore sposata ad un ricco notaio di pianura già avanti con gli anni.

Si erano conosciuti a Viareggio, dove i nonni di Sandra gestivano un piccolo albergo.

Il notaio ci passava giusto qualche giorno a luglio, tutti gli anni. A inizio secolo era un lusso che pochi cittadini potevano permettersi. Lui era un uomo inespressivo e rigido ma scapolo e ricco, sua madre aveva all’ incirca trent’ anni ma il peso di qualche diceria su una presunta relazione con uno straniero di passaggio.

Bellezza e debolezza, potere ed arroganza, il connubio perfetto per un infelice vita agiata in una città di pianura. Un diagramma a torta realizzato da dati perfettamente distribuiti. Un cerchio senza uscita come una corda intorno al collo.

“Io sono nata qui, una decina di anni dopo il loro matrimonio, mio padre aveva già 60 anni, mia madre non ancora quaranta. Eravamo io e lei, siamo sempre state io e lei, il Notaio, come lo chiamavamo, rientrava raramente a casa per il pranzo e la sera quando io ero già stata depositata a dormire. Non ricordo nessun gesto di tenerezza o complicità fra loro e con me.”

“Quindi dopo la partenza non ha mai sentito la sua mancanza, non vi siete mai cercati?”; Sandra si prende una lieve pausa per dosare le parole, “No, no mia cara, sentii la mancanza delle persone con cui risuonavo, di Marco, di Beppe che mi chiamava Principessa, dell’ edicola e dei giornali che parlavano di grandi cose lontane. Non si sente nostalgia dei non amori, lasciano domande aperte, voragini, ma non nostalgia.”

“E sua madre?”, non resisto a non chiederlo, “Mia madre cominciò a sfiorire quel primo febbraio, il resto lo fece la guerra; prese il posto di nonna nella gestione della pensione, io venni spedita in collegio a Lucca fino al 1945, tornai che ero già donna e mamma definitivamente appassita nella sua malinconia”

Mi domando quale malinconia possa essere così potente da cancellare una donna, quella donna che sbocciava al balcone richiamando Sandra che rideva e leggeva nell’ edicola.

Cassandra mi offre una risposta senza aver sentito rivolgersi alcuna domanda.

“La malinconia di ciò che poteva essere e non è stato, la nostalgia di una libertà negata, la nostalgia di una felicità solo sfiorata, i silenzi e i ruoli recitati per perbenismo o convenienza, queste cose fanno appassire, siamo spesso reduci inconsapevoli di una guerra personale, non combattuta e persa a tavolino.”

Cassandra è stanca, parlare del passato, soprattutto di quello che aveva riposto nello scaffale più alto, le sottrae energia vitale.

Lo percepisco dal pallore e dal tremolio leggero che si trasmette dalle mani alle gambe ossute, cerco di scusarmi per l’ inopportuna curiosità, “Se vuole, continuiamo in un altro momento, sono stata invadente, non era mio intenzione chiedere troppe spiegazioni, mi creda.”

Le sue mani delicate mi accarezzano per la seconda volta il viso, con tenerezza, “Lo so che lei intuisce, per questo ho scelto lei, per questo devo almeno darle delle spiegazioni.”

Annuisco, prendo la sua mano per stabilizzarla e ascolto.

“Credo che mia madre sia tornata qui dopo la guerra, mio padre era morto in circostanze non chiarite. Ci recapitarono solo un telegramma. Mamma al ritorno disse solo che il palazzo si era salvato, che i commercianti del quartiere stavano riprendendo lentamente le loro attività, soprattutto Beppe non aveva mai mollato ed era fiero di suo figlio che andava bene a scuola, che sarebbe diventato un avvocato, anzi, addirittura un Notaio. Quando chiesi dell’ edicola mi disse che era stata abbandonata e di Marco nessuno aveva saputo più nulla. Mio padre lo definiva spesso un comunista libertino senza arte né parte; per me era l’ uomo più bello del mondo.”

Osservando le immagini del passato e confrontandole con quelle del presente mi accorgo che Cassandra ha i colori e la luce buona del giovane giornalaio, nulla nei suoi tratti evoca suo padre, il Notaio fascista; ma trattengo per me il dubbio. Non servirebbe. La lascio proseguire.

“Io sono tornata nel 1970, dopo la morte di mamma, si era sempre rifiutata di vendere il palazzo. Io avevo la mia vita, una carriera universitaria e solitaria, nessun desiderio di tornare in questa città. Mi chiamò il Comune per un progetto di riorganizzazione urbanistica che prevedeva una diversa fisionomia dell’ isolato, non più periferico ma ormai centrale. Firmai senza esitare, stavo per ottenere una somma importante in cambio di un vecchio palazzo che non avevo mai avvertito come una casa a cui tornare.

“Quindi i palazzi e Piazza della Vittoria nacquero su parte delle sue proprietà?”

“Esatto, chiesi solo di salvare il chiosco dell’ edicola, lo feci smontare e ne conservai le parti in un magazzino, era l’ unico luogo dove mi ero sentita a casa, anche se per poco”. Sandra non era stata felice qui ed aveva intuito che nessuno avrebbe potuto esserlo.

Nel firmare il contratto di vendita si era trasformata in Cassandra. Potevano abbattere e ricostruire, rendere il quartiere moderno ed elegante, ma lei sapeva che niente puo bonificare le atmosfere ed il vissuto che si trasforma ma non scompare.

La terra assorbe gli umori di chi l’ ha calpestata, li conserva.

“Ho venduto la terra, non il passato. Sul passato ho costruito un rifugio di guerra , la Scala B, per le persone non ancora sfiorite, come mia madre a quel balcone, per dar loro un rifugio e la possibilità di non appassire o, almeno, di prendersi una pausa dal tempo degli altri per concentrarsi sul loro. Un tempo immobile che non compromettesse le loro vite quotidiane ma che potesse esser utile per comprenderle, per uscire da un percorso circolare che può diventare stretto e soffocante. Chi arriva qui ha il tempo di scegliere una vita a segmenti, ogni segmento una rinascita che non cancella il passato ma lo elabora e consente un’ evoluzione verso il nuovo, il non scritto. Si è sempre nuovi finché si e’ vivi, c’e’ solo un modo per scoprirlo, solo che non tutti lo capiscono. “

Il diagramma di SANDRA

Visualizzo ogni sua parola, vedo il mio diagramma , tra salite e discese, ogni segmento un’ esperienza, una caduta, una rinascita; faticoso, ma non chiuso su se stesso, mai immobile.

“Mi sarebbe piaciuto offrirti il posto di Marco-Seppia all’ edicola Sospesa perché so che potrebbe essere un buon punto di osservazione, vedo la stanchezza nella mancanza di sorriso dei tuoi occhi, non permettere che si spengano, lascia che osservino e cerchino, sempre. Credo che non accetterai, non hai un romanzo da scrivere e puoi ancora provare a confrontarti con il tempo digitale ma…riflettici ora che conosci quasi tutta la storia.”

“Quasi, perché quasi?”

Cassandra riprende un inedito vigore e mi risponde con tono saggio ma autorevole, “Nessuno conosce tutto, nemmeno di se stesso, occorre coraggio e pazienza per far combaciare tutti i pezzi, anche nel non senso di questo luogo…”

Marco si avvicina, bacia lo chignon di zucchero filato di Sandra e mi porge un libro bianco, sembra una vecchia agenda .

“Kami, ora e’ meglio che Cassandra riposi un po’, deve ripartire tra poco, tu riflettici, mi troverai sempre qui fino al 2 giugno. Leggi dentro e fuori di te, senza fretta. Qui il tempo non esiste, lo hai capito, lo hai visto”.

Abbraccio delicatamente Sandra, la sento bambina fragile che volava come una farfalla tra le braccia del ragazzo dell’ edicola del 1930. Assorbo il suo profumo di borotalco ed il suo tremore e mi incammino verso la realtà.

Sono le 11, sul cemento di Piazza della vittoria piove acqua gelata. Un tacco si infila tra due lastre di marmo, mi chino per liberarmi lasciando cadere il libro bianco di Seppia. Sulla copertina un titolo manoscritto in un corsivo perfetto: “Il libro delle parole importanti”.

Il mio maledetto tacco si spacca mentre il libro si apre sulla prima pagina:

“L’ immaginazione è l’ inizio della creazione

Le persone immaginano quello che desiderano,

poi vogliono quello che immaginano, e, alla fine,

creano quello che vogliono”.

George Bernard Shaw-

PS. NON DIMENTICARLO MAI PICCOLA.

Marco.

CONTINUA ALLA SCALA B….

Pubblicato da cristinabattioni

Scrivo per imparare la strada

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