LA RESPONSABILITA’ “PERSONALE”? ESAURITA E FUORI PRODUZIONE

Alla ricerca di “qualcosa di personale”

Una scia d’ Inverno congela l’ ultimo week end in zona rossa, la Primavera resta sospesa tra terra e cielo mentre la pandemia rispetta lo scadenzario quotidiano dei funerali a porte chiuse, indifferente all’ andamento della curva pandemica e del Rt nazionale.

L’ Italia delle regioni torna ad essere la fragile terra di stati e staterelli che, anziché unirsi, tendono a prevaricarsi. Nè draghi arrabbiati, né generali decorati, né speranze, sempre più pallide, riescono a far filtrare uno spiraglio di luce .

L’ ombra dell’ incertezza sembra dominare su tutto, sulla rassegnazione, sul caos, sulle tensioni sociali. L’ incertezza, soprattutto in democrazia, rischia di trasformarsi improvvisamente in fragilità, la fragilità in rottura.

Siamo tutti sospesi, come la Primavera, come le lezioni nelle scuole, come i collegamenti in Dad che vanno e vengono, come la somministrazione dei vaccini che sta perdendo la tracciabilità, esattamente come il virus.

Il nuovo Presidente del Consiglio, Prof. Draghi, dopo essere stato accolto come l’ uomo dei miracoli, si costringe a celebrare una conferenza stampa, giusto per ribadire che lui non è Dio ma che, se boicottano anche lui, non ci resta più nessuna carta da giocare. Si prende le colpe, da buon capro espiatorio, per salvarci da tensioni ben più pericolose senza omettere, anzi sottolineando, che le responsabilità sono anche personali.

Lui fa quello che può con quello che ha; e quello che ha è un paese in frizione perenne schiacciato tra due governi, il suo ed un’ accozzaglia di disarmonici governi regionali, talvolta investiti da eccessivo potere e visibilità.

Ma tutto è personale in questo paese. Ogni danno subito, ogni torto, ogni successo, ogni evento viene vissuto dal singolo e non dalla comunità. Tranne le colpe, quelle non appartengono a nessuno, sono endemiche al sistema, le sue zone d’ ombra, senza mai chiarire di quale “sistema si tratti”.

Oggi ho un appuntamento dal Notaio, eccezionalmente di sabato; speravo si potesse risolvere con uno scambio telematico di carteggi ma, purtroppo, le successioni richiedono la firma in presenza.

Al dolore per una perdita si associano, non si capisce per quale sadismo burocratico, una serie di pratiche, marche da bollo, tasse, appuntamenti che sembrano creati appositamente per versare sale sulle ferite. Non si può neanche morire in pace.

Andare a Piazza della Vittoria per incontrare il Notaio, fuori dalla Scala B, fingendo di non essere due coinquilini, mi mette a disagio come questo vento freddo e l’ autocertificazione quotidiana corretta in “mi reco in ufficio, ma anche dal Notaio per pratiche urgenti, torno subito. Torno subito, ma dove non l’ ho specificato, mi piace improvvisare.

Alle 17 attraverso la Piazza deserta, nubi e vento hanno favorito le ultime ore di lockdown padano. La mascherina dispensa un’ utile protezione da questo clima freddo e umido; mi lacrimano gli occhi, non so se sia il vento o quel senso di vuoto che i documenti della successione hanno riaperto come una voragine. Mi stringo nel cappotto di lana grigio, lo uso come bolla di protezione e sospensione, suono al campanello dello Studio, mi identifico e “bzzzz…”, solito sgradevole suono meccanico emesso dal palazzo grigio ed austero. Non mi soffermo nell’ atrio, volto subito a sinistra e mi infilo su per la Scala A, tre piani che mi procurano un leggero affanno e peggiorano la lacrimazione.

Quando entro nello studio devo avere un aspetto devastato, tant’ è che la segretaria perfetta mi porge un fazzoletto di carta mentre mi precede oscillando su tacchi instabili. “Si accomodi Signora, il Notaio arriva subito, gradisce un caffè’?”

Prima di risponderle mi chiedo quante volte al giorno questa donna , calata nel ruolo di segretaria perfetta, debba percorrere lo stesso corridoio, accompagnare i clienti ripetendo la stessa frase, anche al sabato. Ripetiamo a memoria un copione per la maggior parte della vita fino ad immedesimarci nel personaggio che interpretiamo perdendo la capacità e la possibilità di ottenere qualsiasi altro ruolo.

“Si, grazie, molto volentieri, un caffè mi scalderà”, le rispondo, dandole almeno la soddisfazione di terminare la scena.

Il profumo del caffè caldo precede il bicchierino di plastica ed il notaio che, con un’ improvvisazione teatrale, me lo porge gentilmente. “Buonasera, grazie, non l’ avevo sentita arrivare…”. Davanti a me non riesco più a vedere il professionista ingessato e perennemente attivo nella sua ricerca del tempo perduto, tuttavia, resto impassibile mentre continuo a lacrimare. “E’ allergica?”, mi domanda incuriosito?

“No, o forse, ormai, sono allergica a tutto, soprattutto alla burocrazia.” Stante si incupisce, cerca di rientrare immediatamente nel suo stereotipo e di usare il linguaggio congruo ad una formalità triste ma necessaria.

Prima di rileggere l’ atto si ferma, mi guarda, con un istinto quasi paterno e mi interroga, in un giorno in cui non ho studiato e non ho voglia di sforzarmi; “E’ sicura, sicura di non volersi intestare niente? Non mi pare sensato lasciare tutto a suo padre, rischia di dover pagare due volte le tasse di successione, è un uomo molto anziano, non è conveniente. Può ripensarci, se desidera.”

L’ avvertimento è giusto e professionale ma assolutamente fastidioso e riesce immediatamente ad indispormi . “Si, sono sicura. Non mi importa se dovrò tornare qui fra un mese o un anno, so che non è oggi. La casa è di mio padre, c’è tutta la sua vita dentro, perciò, per il mio Statuto personale, è sua”.

Anticipando un possibile commento; aggiungo, piccata, “le cose, le case, appartengono a chi le ha rese vive, costruite, vissute, rovinate, odiate ed amate. Inoltre ci sopravvivono, per generazioni. Quindi mi faccia firmare, nessun dubbio.”

Ha recitato il suo ruolo. Io no, la trama non regge più. Con la pacatezza e l’ equilibrio che gli appartengono di mestiere mi allunga il foglio, mi indica dove firmare, si toglie gli occhiali e finalmente permette alle sue spalle irrigidite di curvarsi. Mi riappare Stante, con le sue ali atrofizzate da cigno nero che non ha mai volato.

C’è sempre un istante imperfetto in cui rischiamo di ricordarci chi siamo e in cui ci riconosciamo. E’ l’ istante che non possiamo permetterci di attivare in una struttura dove ogni pezzo sta insieme solo per volontà ed ogni variabile rischia di scatenare terremoti emotivi.

Perciò fingiamo di essere meno umani ma più adeguati alle nostre rispettive proiezioni. Paradossalmente prendiamo tutto sul personale, pandemia, divieti, chiusure, dichiarazioni di politici che nemmeno ci rappresentano, prendiamo tutto sul personale tranne che la nostra libertà di cambiare personaggio quando non condividiamo più il copione. Preferiamo restare nell’ ombra che esporci alla luce.

Il notaio si raddrizza stanco, sembra che ogni vertebra si distenda in un effetto domino perfetto, torna ad essere un uomo alto e rigido nel suo completo british e nel suo studio, disinfettato e ordinato.

“Si avevo intuito le sue ragioni, ma era mio dovere farle presente alcune implicazioni”, sottolinea scusandosi, “abbiamo finito e spero che suo padre possa dar vita alla casa ancora per moltissimo tempo.”

Ammiro il suo tentativo di pacificazione dopo essersi ripreso dalla possibilità di entrare in discorsi “personali”; adatti, forse, alla Scala B, ma non alla scala A. Ogni pensiero ha il suo luogo.

Mi alzo come se un enorme sforzo fisico mi avesse consentito di restare ancorata alla sedia, di design ma scomoda; mi infilo il cappotto e cerco di defilarmi. Ho voglia di non pensare all’ atto, alla malinconia che mi sta minacciando dalla finestra, meglio che mi affretti.

Penso ai migliaia di atti che saranno passati tra le mani di avvocati e notai in questi 13 mesi e continueranno a passare. Saluto accennando un sorriso con gli occhi, ringrazio la mia mascherina, che impedisce a chiunque di vedere che non sorrido affatto, mi incammino velocemente verso l’ uscita. Vorrei salutare anche la segretaria perfetta che e’ già fuggita a recitare il secondo ruolo da donna, probabilmente al supermercato.

Eccolo il crocevia dell’ atrio, sono le 17.40, le nubi hanno accorciato il giorno, la luce sta calando, il mio bisogno di sospensione dal contesto cresce. Indugio un istante, ferma ad osservare il corridoio chiuso della Scala B. L’ eco di passi veloci e leggeri mi raggiunge e, prima che io possa voltarmi, il Notaio si affianca, guardiamo nella stessa direzione, camminiamo in silenzio verso il muro, l’ ascensore ci accoglie.

Saliamo insieme nei nostri rifugi alla Scala B.

“Buongiorno Stante, lo sa vero che stiamo violando le regole della Scala? Non è consentito salire in due sull’ ascensore, violare privacy ed identità. Questo è un rifugio per solitari in bilico, è il retro palco, e’ un luogo sospeso per chi ha bisogno di ritrovarsi. Seppia ci impedirà di tornare”.

Lo dico con estrema tristezza perché è salvifico, talvolta, avere uno spazio vitale inattaccabile dal tempo, dai giudizi, dai pregiudizi, dalle aspettative.

“Non stiamo violando nessuna regola, io sono qui per questo, per imparare a darmi delle regole che non siano sancite dalla struttura umana ed economica che mi circonda e governa ma, se mi sbaglio, pazienza…non si finisce mai di sbagliare.”

Mentre parla sembra convinto, deve aver percepito un fremito nelle ali; probabilmente la mia reazione, la mia storia, i miei ricordi ed il mio statuto personale devono aver smosso qualcosa nella sua storia; quella di prima, prima della laurea, del dottorato, dell’ ufficio, dell’ ascesa, dei figli, dei nipoti.

Presente, passato e futuro gli devono essere apparsi, per la prima volta, come un’ opportunità e non una conflittualità.

L’ ascensore comunque conosce le regole e si apre automaticamente al piano “T”, senza possibilità di scelta. Le mura del giardino proteggono il piccolo spazio segreto dal mondo esterno e dal vento; non sento freddo , solo profumo di foglie acerbe. Tutto è immobile, come noi; il chiosco di Seppia circondato dalle macchie gialle di forstizie, immobile il vecchio albero , vedetta a guardia della panchina verde, immobile la fioritura delle peonie, chiuse su se stesse per proteggersi dal freddo minaccioso. L’ edicola sospesa è vuota.

Dal balcone quadrato del primo piano la voce di Seppia rompe l’ immobilismo del silenzio.

“Stante e Kami, buonasera…suppongo siate arrivati da un po’, scusate, non vi avevo visto, quando scrivo tendo ad isolarmi.” E’ ovviamente una bugia, ma è il suo modo di soprassedere ad una violazione delle regole, probabilmente per il rispetto di una regola superiore che non ci è stata scritta o comunicata.

Il mio coinquilino, visibilmente sollevato, si libera dalla mascherina e dalla maschera di Notaio irreprensibile, si toglie le scarpe e, come un ragazzino dopo il suono della campanella, si sdraia sul prato, fregandosene del suo Burberry immacolato. Io mi siedo sull’ erba, avvolta nel cappotto come una chiocciola che mantiene la distanza “personale” di sicurezza. Detestavo la spartizione comunitaria del respiro molto prima delle prescrizioni anti contagio. “La vuole una sigaretta?”, gli domando, convinta che nell’ ordine preciso della sua vita il fumo sia bandito.

Inaspettatamente mi risponde senza alzarsi, “Magari… sono anni che non fumo, ma ci sono giorni in cui non desidererei altro che un bicchiere di vino rosso, un prato dove sdraiarmi e dimenticarmi di me ed una sigaretta!”. Gli porgo una Malboro ed accendino con un sorriso di complicità da ex fumatori, “non si preoccupi, ho smesso anch’ io, ma ne tengo sempre un pacchetto con me, perché ci sono attimi in cui la regola mi fa più male della trasgressione.”

Seppia mi compare di fronte sorridendo della mia affermazione, mi sembra più alto fuori dal chiosco e dalla mia seduta “parterre”. Sorride, non commenta e si accende una sigaretta elettronica, come fa lui, senza aspirarla, solo per creare nubi di fumo. Non so cosa stesse scrivendo al nostro arrivo ma, dall’ espressione distratta, deduco non si sia interrotto nemmeno ora. Mentre ci parla la sua testa continua a scrivere. “Ho tardato un attimo prima di scendere per farle una sorpresa Kami, o meglio, per andarle a prendere l’ unica cosa di cui ha bisogno oggi.”

Non ha nemmeno il tempo di finire la frase quando Ombra mi si tuffa in braccio scodinzolante. Ha il pelo di velluto morbido e odora di tabacco buono. “Ehi, piccoletto, che bello vederti, sei felice anche tu vero ?” Ombra tenta un mugolio di assenso, o forse sono solo io che voglio sentirlo, ma non importa. Condividiamo un attimo di leggerezza.

Ombra meditabondo

Abbiamo tutti tutto ciò di cui avvertivamo il bisogno oggi, senza confessarlo. Stante ha la sua libertà di sporcarsi, di dimenticare l’ agenda, di evadere gli impegni famigliari da sabato pomeriggio e di fumare una sigaretta. Io ho un piccolo animale festante che non mi chiede niente ma mi fa sorridere, Seppia ha dei segmenti privati di umanità da osservare e riscrivere. Ci mancherebbe solo il vino rosso, per suggellare l’ autenticità di un momento fuori protocollo. Seppia solleva il braccio per indicarmi l’ edicola…c’e’ una bottiglia di vino rosso con tre bicchieri sul davanzale, “Che dite, mi seguite e facciamo un brindisi ?”

Stante è già i piedi, mutato in cigno ingrigito con le ali piegate dalla dimenticanza, cammina giocando con i piedi palmati verso il chiosco; io mi alzo con Ombra in braccio, tutti sospesi e alleggeriti verso un bicchiere di Barolo.

“A cosa brindiamo Seppia?”domanda il cigno grigio, con un’ inedita spensieratezza. Io depongo delicatamente a terra il bassottino e aspetto la risposta con il bicchiere alzato .

“A niente, brindiamo e basta, al presente. Mi sembra più che sufficiente. Stando là fuori, dovreste aver capito che un attimo e’ un contenitore di infinite possibilità. Voi il tempo lo rimpiangete, lo rincorrete, lo sprecate o lo rubate e non lo vivete mai mentre c’e’. Vi consumate nel cercare una luce in fondo al tunnel senza accorgervi di passare da una galleria all’ altra. Brindiamo ad adesso e a qui. L’ unica verità.”

Alziamo i bicchieri e ripetiamo “Adesso e qui”, il vino corposo scivolando in gola sembra sangue nuovo e vivificato che ci scalda annullando il prima, il dopo, il copione, i ruoli e regalandoci un attimo, impagabile, di leggerezza e verità.

“E i nostri giornali sospesi ?”, domando ridendo, “non mi dica che oggi ha dimenticato qualche regola anche lei ?”. Seppia sfoggia la sua miglior espressione da mezzobusto televisivo con lo scoop in tasca un minuto prima della messa in onda, entra ed esce velocemente dal chiosco e ci apre a ventaglio dieci quotidiani, ma sembrano il medesimo giornale .

“Eccoli, non c’ e’ che l’ imbarazzo della scelta. Ne avevo già salvati due per voi, ma erano identici. Sono tutti uguali oggi. Riportano tutti il testo, le opinioni, le critiche, i plausi, i dissensi, i paragoni, le inesattezze del discorso di un Presidente non eletto, materializzato per farvi rinascere, per risolvere tutto: pandemia, vaccinazioni, dissensi politici, bilanci, sovvenzioni, vaticini, caos, furbetti, opposizioni regionali e comunali.

E’ evidente che non aveva niente da dire se non quello che il suo ruolo gli impone. Ed anche il suo discorso passerà alla storia solo perché qualcuno lo ha preso sul personale? E’ entrato nella parte, non era quello che tutti si aspettavano? Ed ora, ora risponde che neanche lui sa quando vedremo la luce ma, certamente, ombre intorno a se ne vede già troppe. “

Disamina perfetta, più che un leader cerchiamo tutti un mago che ci faccia le carte ed elenchi a ciascuno come volgerà il 2021, possibilmente con date certe e distinzioni di categoria. Ovviamente, se sul piano personale, non dovesse piacerci, cambieremo astrologo.

“Comunque, qualcosa ho trovato”, continua Seppia, e’ uno dei quotidiani più soggetti al macero perché la tiratura non riesce ad essere assorbita dallo zoccolo duro dei suoi lettori ma, oggi… lo salvo per il suo nome evocativo e per il titolone di prima pagina che, a mio avviso, sintetizza la solita attesa messianica del miracolo italiano, tra commedia e tragedia”

Tra le mani , perplessi, ci troviamo “Libero” di sabato 10 aprile. Titolone a piena pagina “Miracolo, Draghi si sveglia”.

Libero,10/04/2021

Ammesso che si sia mai assopito, più che svegliato deve aver capito come funziona il gioco; se tutti la prendono sul personale, lo fa anche lui. Chiede dosi di vaccino agli Stati Uniti, senza passare per Bruxelles.

Almeno ci prova e potrebbe riuscirci se non fosse che l’ Italia è un paese bizzarro dove non si comprende se e’ la classe politica a rispecchiare vizi e virtù del popolo o viceversa. Dove è tutto vero fino al minuto successivo.

I suoi richiami alla responsabilità personale serviranno a monadi singole che di personale hanno solo i diritti e qualche segreto? Qui vige la regola : “ognuno salva se stesso“, ma in segreto.

E il Presidente, salverà la sua autorevolezza negli italici giochi al massacro?

E’ temporaneo, può anche permettersi di uscire dal copione, di sbattere le ali ed alzare la voce, di lasciarci al nostro destino di sapientoni e tuttologi, senza vaccini e senza soldi. Speriamo che il prossimo titolone ad effetto di Libero non sia :”Peccato, Super Mario ci molla, ha finito i miracoli e anche i giochi di prestigio.”

Ombra azzanna il giornale per giocare, sperando non sia un presagio, Seppia si versa un secondo bicchiere, Stante si ricompone per riaddormentarsi nel suo ruolo e tornare, di malavoglia, nel sabato sera ancora rosso. Io mi fermo un’ istante e canticchio il refrain di una canzone pop : “fermo agli ostacoli, accetto miracoli…”.

Ad uso personale, se possibile.

Pubblicato da cristinabattioni

Scrivo per imparare la strada

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