EQUINOZIO DI PRIMAVERA (II d.Cv.)

Ma la nuova “stagione” tarda ad arrivare

di Cristina Battioni

In questa notte di passaggio il sonno mi appare come un miraggio.

Sara’ colpa della congiunzione astrale, delle stagioni che si ostinano a cambiare mentre nulla cambia o dell’ effetto “dèjà- vu” di una Primavera che da due ore sostituisce ufficialmente l’ Inverno, la seconda Primavera d.Cv (dopo Covid), fotocopia precisa della precedente?

Nel tempo reale, che non sottostà alle nostre misure artificiose, è Primavera da 16 ore ma, nel mondo delle convenzioni, fingiamo che il Sole arrivi sempre in ritardo allo Zenit dell’ equatore, semplifichiamo e standardizziamo, come d’ abitudine.

Questa notte ha la stessa durata del giorno, le ore scure cominciano ad arretrare, l’ alba anticiperà il salvataggio di chi ha perso il sonno e non lo ha più trovato.

Il sonno si perde per strada, sbadatamente; notte dopo notte speri di sentirlo salire per le scale, lo aspetti, lo desideri come un’ amante, ma lui non torna più. Gli insonni non sognano ma i minuti sono i loro incubi. Dalle due alle cinque il tempo si dilata, non ore ma anni che si rincorrono con le loro domande urgenti di risposte da trovare, possibilmente, prima che faccia giorno.

L’ aurora è un sollievo, ti salva dai fantasmi, dai processi, dai bilanci e dalle televendite.

Questa si preannuncia una notte lunga e faticosa; bevo, apro la finestra, sudo anche se fuori è ancora freddo. Il silenzio del coprifuoco è assoluto, sembra di assistere alla replica di un film muto . Sono le due, ogni speranza di riposare è svanita, l’ orologio ha già rallentato; la paura dei miei monologhi sta per invadermi.

“Ogni notte per me è tempesta di misteri”www.aldamerini.it

Prima che la nostalgia del passato torni, nella sua forma peggiore, prima che l’ indifferenza sul futuro mi disarmi, mentre il presente è assente, decido di scrivere B sul palmo della mano.

Chiudo gli occhi, come da istruzioni di Seppia, per un istante sento freddo, poi, più niente. Quando li riapro sono nell’ ascensore della Scala B che mi conduce verso il mio cubo sospeso del quinto piano.

Entrando avverto solo la piacevole sensazione di chi torna dove è atteso. L’ abat-jour diffonde la sua luce tranquillizzante, sul tavolino trovo una tazza di latte caldo e un piattino di biscotti tiepidi, grossi ed irregolari, come fatti in casa. Mi sdraio sul divano, inzuppo un biscotto e mi infilo sotto una plaid emerso dal mio solaio ma profumato, fresco di bucato.

Guardo le foto appese alle pareti senza soluzione cronologica di continuità, apparentemente disposte in ordine sparso ma, osservandole attentamente, mi accorgo che formano un diagramma a barre.

La vita a segmenti, i giorni migliori in alto, i giorni peggiori a metà parete . Ora, metterei un like a tutti, i peggiori non erano poi tali.

Resto ipnotizzata per qualche minuto; qui, dove non esiste il tempo, il passato riempie il presente, il futuro non è una minaccia, la notte non mi fa più paura.

Tenui note riempiono con discrezione il mio piccolo spazio, le percepisco appena, non abbastanza da decifrane la provenienza. Mi concentro e si trasformano in una partitura, si armonizzano e mi permettono di tradurle in musica.

Qualcuno sta suonando la chitarra, con inesperte dita leggere fa vibrare le corde; qualcuno che ha imparato solo il primo giro di accordi di “Wish you were here”.https://youtube.com/watch?v=1tGO1Y4FGpl&feature=share

Un altro insonne si è fatto trasportare alla Scala B stanotte, almeno qui può suonare senza svegliare i “normali” sprofondati nel sonno dei giusti.

Avercelo il sonno dei giusti.

L’ arpeggio sembra una ninna nanna che culla me , i miei biscotti e le briciole che infestano il pigiama. Ogni cosa qui non è casuale, la musica fa parte dell’ alfabeto criptato di un codice emozionale. Se qualcuno suona, qualcuno risponde leggendo a se stesso una poesia di Alda Merini, qualcun’ altro fuma disperatamente in balcone. Ognuno comunica la sua solitudine come può e sfida la notte dell’ Equinozio.

Chissà se l’ Edicola al piano T è aperta in queste ore scure ? Sicuramente il giardino sarà deserto, anche nel tempo analogico il buio ed il freddo della prima notte di Primavera sono fastidiosi e poco attraenti. Mi arrotolo nel plaid scozzese e scendo a vedere.

Il giardino del piano T è avvolto dal buio , solo una piccola luce illumina il chiosco di Seppia senza Seppia. L’ edicola è chiusa ma tutti i balconi alle mie spalle sembrano mattoncini Lego sovrapposti e debolmente illuminati dalle presenze discrete degli inquilini.

Al primo piano Seppia emette nuvole di fumo , aspira la sigaretta e poi si diverte a svuotarsi i polmoni espirando una nuvola densa ed odorosa. Intanto scrive , non usa il pc ma una vecchia Olivetti, preme i tasti come un pianista nell’ eseguire una melodia di Chopin, probabilmente un Notturno.

Non mi vede e non mi sente, la sua attenzione annega in un flusso ininterrotto di parole.

Al quarto piano Stante, il notaio, continua a suonare la sua interpretazione personale dei Pink Floyd. Nolente dall’ ultimo balcone legge “Quelle come me” di Alda Merini, si interrompe sul finale, ride, poi ricomincia da capo il suo personale rosario.

Quando non piange ride; forse si riconosce nel testo e ride di se e di quella sana follia che le hanno represso e che lei chiamava “amore disperso”.https://youtube.com/watch?v=kc5dtqYCLQo&feature=share

Al secondo piano non c’ e’ nessuno, Ametista ha lasciato il lenzuolo bianco steso al balcone ma stanotte non è immacolato. Con un rossetto o un pastello rosso ha lasciato scritto un messaggio “Nessuno faceva caso ai suoi occhi, Tutti pensavano che fosse felice perché sorrideva”. E’ assente, probabilmente veglia i suoi bambini mentre dormono e tiene stretto il loro sonno affinché non li abbandoni mai. Probabilmente ha lasciato a sventolare il suo curriculum vitae; a volte bastano poche parole per riassumerci, basta saperle scegliere.

Mi siedo sulla panchina avvolta nella mia coperta pesante e osservo la vita degli altri fuggiaschi, ognuno con le sue notti sospese tra ciò che fanno e ciò che sentono e, nel vuoto tra dovere e volere, solo il buio, tra le due sponde, si fa materia trasformandosi nel grande fiume che separare il sopravvivere dal vivere.

Fa troppo freddo, l’ umidità fastidiosa e l’ assenza di Seppia mi rendendo malmostosa. Tutto quello che vorrei è una tiepida carezza famigliare che mi accompagni verso il mattino. La carezza non arriva, forse anche in Paradiso stanno riposando, ma, al suo posto, arriva un mugolio, l’ abbozzo di un breve guaito da cane di piccola taglia.

Ma non è possibile, qui non si può portare nessuno dal mondo esterno, come può esserci un cane? Probabilmente e’ rimasto imprigionato venerdì sera, dopo la chiusura degli uffici, nella Scala A del palazzo e ora, smarrito, piange.

No, non è rimasto chiuso negli uffici…il suo richiamo proviene dall’ Edicola sospesa. Mi avvicino lentamente mentre un muso marrone e puntuto si infila in uno spiraglio della piccola finestra e mi osserva.

Mi sembra un bassotto nano, gli occhi neri e svegli mi osservano curiosi mentre spinge con il muso il vetro nel tentativo, vano, di uscire…Non so se sia lecito ma lo aiuto…in un istante fa un balzo miracoloso sulle sue zampe ristrette e mi salta in braccio, lo afferro ricevendo una leccata sulla guancia e uno scodinzolo amichevole.

“E tu chi sei piccoletto , di chi sei ?” Sembra gradire il mio abbraccio che lo pone in posizione sopraelevata , un osservatorio di lusso per la sua altezza abituale. Ha un manto di velluto marrone , un collarino di velluto rosso e una medaglietta con incisione. La stanchezza oculare, l’ oscurità e l’ assenza dei miei occhiali non mi permettono di decifrare il testo.

Sentiamo entrambi uno schiocco di dita ; vuole scendere, lo adagio sul prato e lo osservo saltellare composto verso un’ ombra che esce dall’ ascensore.

E’ Seppia. Il quadrupede rasoterra gli corre incontro e cerca di scalarlo aggrappandosi ai polpacci, senza abbaiare. Il Prof. in vestaglia gli offre un bocconcino da sgranocchiare, mi indica al bassotto che si tranquillizza e lo segue come un segretario scrupoloso.

“Buona notte Kami, siete in tanti stasera per l’ Equinozio, ero nel mio cubo a riordinare; i giornali sospesi la notte sono ancora troppo freschi, nessuno scende a prenderli. Gli insonni leggono altre cose; poesie, spartiti e, soprattutto, i loro pensieri ingombranti. Mi spiace, se avessi avvertito la sua presenza sarei sceso prima”.

Mi imbarazza l’ averlo interrotto, in realtà neanch’ io volevo un giornale ma solo osservare la notte dall’ esterno, non riesco a produrre nulla se non una vaga giustificazione, “Mi scusi lei, sono scesa solo perché avevo bisogno d’aria poi ho incontrato il suo cane e mi sono fermata, non dovevo farlo uscire dal chiosco ma… sembrava chiamarmi e non ho resistito”.

Cane dal basso e presunto padrone dall’ alto mi guardano incuriositi, il primo sbadiglia , il secondo mi parla, “Ombra non è il mio cane, si infila spesso nel chiosco, gli piace l’ odore della stampa, adora dormire sulla carta e talvolta scende quando non c’ è nessuno per rotolarsi nel prato o per le sue necessità fisiologiche.”

Continua a parlare senza guardarmi, rivolgendo lo sguardo verso il basso , “Eh già Ombra, tu dormi qualche ora e poi vivi intensamente fino al successivo colpo di sonno, tu hai capito tutto .”

Ombra non risponde ma sembra approvare e mentre torna tra le mie braccia a darmi, lui, la carezza calda che desideravo, il suo presunto custode mi legge la medaglietta che ciondola dal collare scontrandosi con un campanellino : “Tutta la varietà , tutta la delizia , tutta la bellezza della vita e’ composta d’ ombra e di luce”.

Il bassotto intellettuale presumibilmente non conosceva Tolstoj ma chi ha scelto il suo nome si e conosceva le luci della ribalta e le ombre dei lockdown.

” Se vuole può’ tenerlo qui con lei, mi sembra stiate bene insieme”. E’ vero , la dolcezza e la vitalità del bassotto mi hanno fatto bene, hanno cancellato il groviglio di pensieri senza capo né coda che minacciavano di seguirmi fino all’ alba.

“La ringrazio ma temo prenda freddo anche lui, devo riporlo nel chiosco dove può scaldarsi e dormire sui giornali salvati dal macero?”

Seppia scuote la testa rimettendo in circolo odore di tabacco e aromi vari; “No, Ombra ha la sua cuccia al terzo piano, lui vive qui, è un inquilino che la Scala ha trovato mentre vagava a vuoto. Mi creda era il più sospeso di tutti quando è arrivato. Ha passato giorni raggomitolato in un angolo, sembrava l’ ombra di se stesso. Ma ora, lo vede, sta bene, la sua vita gli calza a pennello anche se non ha un padrone ha trovato il suo posto, è il padrone di se stesso e sta bene sulle sue zampe.”

Lo accarezzo per salutarlo mentre il suo custode si avvia verso l’ edicola e mi anticipa il giornale sospeso di un ieri appena superato. Lo prendo tra le mani, e’ “Il Fatto Quotidiano” del 20 marzo; strano, non è uno dei “miei” quotidiani e non l’ aveva mai tenuto per me.

Seppia ed Ombra si avviano, armonizzando il passo come buoni amici di vecchia data, verso l’ ascensore ; mi salutano entrambi con un sorriso e uno scodinzolo prima di sparire verso i loro cubi.


Scrivo B con un’ unghia sul palmo della mano, socchiudo gli occhi e non avverto nessuna vertigine nel ritorno al tempo digitale. Li riapro nel mio letto domiciliare ancora caldo, come non lo avessi mai lasciato.

Sono le Due e tre minuti, non ho sonno ma tolgo l’ orologio, spengo il cellulare e lascio che il tempo si dilati come vuole.

Tanto il mattino, tra luci ed ombre torna sempre, come la Primavera.

Sfoglio svogliatamente “Il Fatto”, non sforzo la vista provata dalla mancanza di sonno, l’ editoriale di Travaglio mi appare una colonna sfuocata ed indecifrabile. Poi pagine di Governo, sostegni, Draghi, sondaggi, vaccini, sfilata di politici nazionali ed internazionali, recensioni … tutto già visto, già scritto, già vissuto e dimenticabile.

Alda Merini

Vado all’ ultima pagina, quella che i giornali di provincia riservano ai necrologi e, con stupore, mi accorgo e c’e’ n’è uno solo, a piena pagina. Non è ovviamente un necrologio ma un “Anniversario”, un omaggio di C. Dentello ad Alda Merini che oggi avrebbe compiuto 90 anni.

L’ articolo si collega ad un’ intervista concessagli molti anni fa dalla “folle” poetessa nel caos assoluto del suo appartamento sui Navigli.

All’ intervistatore che le chiedeva quanto la fama e il dono della poesia l’ avessero riscattata da una vita dolorosa rispose :”Ma quale poesia, quale fama?..Semmai la fame. Ho bollette da pagare.”

Suppongo che anche Lei dormisse poco e scrivesse per fame, di vita.

Il giornale è di ieri ma il compleanno sarebbe oggi. Il nostro tempo è totalmente fuori squadra; il giornale di ieri celebra un compleanno di oggi, un compleanno con la festeggiata volata altrove da anni.

Le sospensioni rivelano tempismi analogici sorprendenti; ne approfitto.

“Auguri Signora Merini, ovunque Lei sia sono certa che non sta dormendo. Come certo avrà modo di osservare la follia ormai è diventata convenzionale qui, nel secondo equinozio di Primavera del d.CV. Il caos regna sovrano ma si mimetizza usando gli abiti logori della consuetudine.

Solo una condizione non è cambiata; I pensieri e gli assenti non dormono mai, fanno solo finta di riposarsi, per non essere disturbati.”

"La cosa più superba è la notte,
quando cadono gli ultimi spaventi
e l' anima si getta all' avventura.
Lui tace nel tuo grembo
come riassorbito dal sangue
che finalmente si colora di Dio
e tu preghi che taccia per sempre,
per non sentirlo come rigoglio fisso
fin dentro le pareti"-A. Merini,"Superba è la notte"1996-Einaudi

Pubblicato da cristinabattioni

Scrivo per imparare la strada

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