LA STAGIONE DELLE VARIANTI

Fioriscono varianti, sfioriscono le viole”

di Cristina Battioni

Questa volta lo Stop non viene da un DPC emanato a tarda notte ma da un Decreto Legge con tutti i crismi richiesti da un necessario fermo immagine nazionale.

Da domani la Padania si ferma davanti al cartellino rosso governativo che rimette in stand by il cosiddetto “motore produttivo” del Paese.

Se esistesse una cartina al tornasole sensibile alle particelle atmosferiche si colorerebbe di rosso, il rosso della combustione del gas metano degli allevamenti intensivi, il rosso dei semafori che non fermeranno migliaia di camion, camioncini, trasportatori, corrieri che la percorrono in lungo e in largo ogni giorno, il rosso dello stop agli incroci pericolosi.

Forse sarebbe stato più adatto il viola della malasorte e del lutto, il viola della rabbia di persone ed attività che sfioriscono precocemente, come le viole.

Mi concedo l’ ultima passeggiata oltre il perimetro del mio domicilio, mi proteggo con la mascherina, lascio che una bolla di sospensione e distanziamento mi protegga dallo smarrimento ; vado e vedo. Percorro i viali verso sera, la foschia impedisce all’ ultima giornata che anticipa un nuovo evento “E” di essere luminosa.

Chissà se è solo foschia o è una patina di batteri, gas, virus mutanti che come un cellofan ci mette sottovuoto tutti , in atmosfera modificata.

C’e traffico, gente che si muove , formiche che cercano di ripercorrere i loro schemi secolari ma accelerando nell’ ansia, si confondono, vanno a sbattere, fanno provviste come prima dell’ arrivo di un uragano. Donne in attesa davanti ai saloni di parrucchieri cinesi, aperti la domenica e presi d’ assalto , perché non si sa quanto sarà lunga la ricrescita da affrontare.

Non ci faccio caso, il nuovo lockdown non altera la mia chiusura totale che si perpetua da anni, per me rientra nella normalità il fare solo le cose strettamente necessarie alla sopravvivenza.

Comprendo il disagio delle donne che da domani dovranno essere madri, professoresse, lavoratrici, cuoche, infermiere, carceriere e carcerate in pochi metri quadrati.

Immagino la serranda scoraggiata che abbasseranno i piccoli negozi dopo aver apparecchiato , invano, le vetrine a festa sperando di vendere qualche articolo per la bella stagione.

Capisco soprattutto la stanchezza che scema in disinteresse, o peggio, in rabbia quando si associa allo spettro della povertà.

La rabbia può trascendere in violenza o in autolesionismo, la noia in depressione, la depressione in patologia.

Ma non c’e’ tempo. Nè per la rabbia, né per la depressione, né per la patologia.

Eppure , nessuno neanche nel nuovo esecutivo ha avuto il coraggio di accollarsi l’ onere di una semplice frase esplicativa : “Dovete stare in casa, a 10, 20, 30, 50 anni, ad ogni età, dovete stare in casa e non farci entrare nessuno, dovete evitare i contatti il più possibile se non volete non poter assistere neanche al vostro vaccino, figuriamoci ad un eventuale ricovero”.

Perché lo stato sociale esiste ma può non reggere ad ulteriori pressioni e la sanità pubblica è in overbooking.

Il nemico è molto più scaltro di noi, ci anticipa, anticipa e gabba anche i tamponi che non lo rilevano più’, si appresta a precedere i vaccini che, già scarsi, rischiano di essere anche inutili.

Questo CV 19 è il nemico mortale della socialità, degli aperitivi, delle cene in casa, delle chiacchiere a vuoto, delle lezioni di fitness, degli stadi piene e delle messe la domenica, di molte cose che riempivano il nostro tempo libero o la nostra la noia.

Si alimenta di shopping, gite ai centri commerciali, week end sui lungomare, struscii nelle vie del centro, maratone, concerti, eventi. L’ unico elemento che teme e’ la spirale della silenzio, l’ isolamento.

Ma ahimè lo teme il virus ma anche le sue potenziali vittime , come se la solitudine fosse un batterio, una minaccia, un pericolo. Lo è in effetti , o lo può diventare quando si è isolati dall’ esterno ma imprigionati a condividere la propria aria con altri .

Ogni versione di affetto contemporanea non è aggiornata a sostenere la coabitazione continua .

Il cambio radicale di abitudini e comportamenti è l’ unica mossa che può fare scacco matto ad un ospite così virulento ma è anche l’ unica pedina che fatichiamo a spostare sulla nostra scacchiera .

Arrivo a Piazza della Vittoria; stasera sembra scossa dalla paura di sentir suonare le sirene dei bombardamenti in arrivo, si muove, si agita, senza una ragione. I bar erano già vuoti, aperti solo per l’ asporto fino alle 18, i negozi in saldo perenne alternavano saracinesca a mezz’ asta o chiuse. Perfino tutto ciò che era già fermo anela ad un movimento scomposto.

Gli uffici essenziali resteranno aperti, molti lavoreranno in smart working, la vita essenziale continuerà con le dovute precauzioni ma, stasera, nell’ ansia palpabile del cartellino rosso, tutti devono asportare qualcosa, l’ ultima boccata d’ aria, l’ ultimo pacchetto di sigarette, l’ ultima scorta di Tachipirina dalla farmacia di turno. Solo gli uffici sono chiusi perché sanno di riaprire, seppur a regime ridotto, domani.

Eppure ce l’ avevano detto, senza allarmismi, avevano cercato di spiegarci l’ evoluzione naturale di un virus che a noi sembra un artificio.

Non e’ un ordigno innescato da chissà chi e chissà dove, è vivo, ci osserva, ci entra dentro e si abitua , lui sì, alla sua nuova casa, senza temere alcuna minaccia di sfratto.

Mi avvicino all’ edifico della mia Scala B con circospezione, abbasso lo sguardo per non incrociarne altri, raggiungo il corridoio ceco e salgo sull ascensore che mi risucchia veloce e mi porta sù, verso il mio cubo al quinto piano.

E’ tutto in ordine, pulito e rinfrescato; il quadro delle peonie colpito da un tramonto miserevole cangia dal rosa al viola.

Dall’ affaccio del balcone la linea dell’ orizzonte è sfuocata, non ci sono i colori, mancano il giallo, il rosso e il blu spariti in una luce opaca. Mescolando il blu e il rosso si ottiene il viola, miscelando il giallo ed il verde lo si annulla.

I complementari si annullano davanti a me, nella Zona Grigia di confine.

Mi siedo un istante accarezzando l’ immenso divano , nel punto esatto dove si sedeva mia madre, forse è solo una mia allucinazione, ma ne avverto la presenza.

Sono quasi contenta che non debba respirare questo tempo inquinato e angosciante , penso a lei, ai nostri lockdown che ignoravano le stagioni, alla canzone che ancora cantiamo insieme, almeno qui, poco intonante e confondendo le note ma assenze e presenze riescono sempre, sottovoce, ad accordarsi.https://youtube.com/watch?v=K5OWyBUvlZc&feature=share

Mentre canticchiamo mi sorprende la porta dell’ ascensore spalancata, non avevo ancora espresso il desiderio di scendere…non dovrebbe essere al piano.

Mi volto di scatto e vedo solo un qualcosa di verde a terra, sembra muschio.

Solo salendo a bordo per raccoglierlo mi accorgo che e’ un mazzetto di viole mammole trattenuto da un elastico per capelli. Devono provenire dal piano T, probabilmente la Scala B ha chiesto a Seppia di mandarli sù avvertendo la mia rassegnata tristezza . Graziose e fragili; le infilo in un bicchiere d’ acqua e le libero dall’ elastico che infilo al polso per restituirlo.

Ho il rosso del Decreto ministeriale, ho il verde e il viola, mi manca il giallo per ricomporre il cerchio dei colori ed eliminare il grigio.

“T”, il giallo può essere al piano “T”, devo scendere a cercarlo. Mi infilo nell’ ascensore e in un istante di vertigine sono davanti al piccolo giardino, l’ Edicola Sospesa sempre al centro , ma sorprendentemente sopraffatta dai cespugli di fostizie in fiore . I cespugli sono esplosi, la ricoprono su ogni lato, lasciando liberi solo la finestrella di Seppia ed il tetto spiovente del chiosco, in lamiera verde.

Il cerchio di Itten è completo; il giallo dei fiori e il verde del chiosco non annullano il colore vivace delle viole spontanee, ogni cosa coesiste e si illumina. Il piano T è zona pulita e la natura, indifferente ai lockdown e ai decreti, esplode seguendo il suo indiscutibile istinto.

Seppia non e’ al suo posto nel chiosco, la sua assenza mi destabilizza ; cercandolo con lo sguardo osservo per la prima volta i balconcini cubici ed incolonnati della Scala B. Se mi allontano fino alla parete estrema del giardino riesco a vederli tutti, anche il mio con il costume blu legato alla ringhiera in ferro. Gli atri sono esattamente uguali, spogli, eccetto il balcone del secondo piano.

C’è un lenzuolo bianco appeso, un lenzuolo singolo, sembra una bandiera bianca.

Dietro la bandiera indovino la scia fumosa di una barretta d’ incenso. L’ aria porta l’ odore melenso fino a me. Intravvedo solo la figura di una ragazza immobile sulla soglia della porta finestra. Forse mi sta guardando.

Nella luce bassa distinguo la sagoma scura di una donna minuta, fianchi strettissimi e spalle larghe. I capelli mossi e ribelli sembrano una piccola criniera. Abbasso lo sguardo, fingo di non averla vista, qui la discrezione è sopravvivenza, simulo disattenzione camminando rasente alla barriera gialla dei cespugli intorno all edicola, fino al davanzale di Seppia.

Ametista

Non c’e’.

Trovo al suo posto trovo un foglio appiccicato al vetro dall’ interno :”Torno adesso”.

Non era mai successo, era sempre qui, intento a leggere o a scrivere i suoi pensieri. Non so che fare ma mi fido del cartello; “Adesso” qui vuol dire ” torno quando c’ e’ bisogno di me”.

E infatti Seppia spunta da un cespuglio nell’ inedito ruolo di giardiniere; indossa un salopette di jeans, una felpa grigia , due guanti esagerati da giardinaggio e stringe in una mano delle cesoie per potatura.

Ha perso la staticità fotogenica da mezzobusto, ora lo vedo tutto intero, dinoccolato e scomposto tra ciuffi di fiori gialli mentre particelle multicolori si nascondono tra i capelli arruffati.

Il Prof. fuori dalla sua edicola sembra un ragazzino che si rotola nei prati con dei coriandoli tra i capelli. Il passato e il presente si sovrappongono sempre nel tempo analogico, giocano fra loro.

Lui non ci fa caso, si sfila i guantoni , si scrolla qualche insetto dai capelli e mi saluta “Salve Kami, scusi stavo cercando di liberare almeno la porta laterale , i cespugli stanotte si sono moltiplicati e mi hanno ostruito l’ unico accesso , ho fatto un po’ di dècoupage .” Si giustica e ride come un bambino divertito, scoprendo i 32 denti bianchi e perfetti.

Nascondo il mio sorriso eccessivo e lo scuso “Lei sa fare proprio tutto, ma al di la’ della scomodità devo dire che l’ edicola circondata dal giallo è perfetta, perfetta per un quadro post- impressionista. ”

Quando mi risponde è gia rientrato in postazione e affacciato al davanzale a favore di regia , “No, no, io so solo leggere e scrivere, sono obbligato ad eseguire lavori manuali quando la natura prende il sopravvento e, come vede, ha già preso il sopravvento. Qui le stagioni sono puntuali, non come là fuori.”

Là fuori non c’ è più niente di naturale e puntuale, vorrei rispondergli, ma suppongo sia informato, gli restituisco invece l’ elastico che legava il mio mazzolino.

“Grazie per il bouquet di viole, suppongo le fosse avanzato dal suo dècoupage, delizioso, grazie davvero”.

Seppia scuote la testa , illumina gli occhi scuri che leggono i pensieri altrui e chiarisce, “No, mia cara, non li ho inviati io, li ha inviati Ametista, io li ho solo messi sull ascensore per lei. E’ molto solitaria e non scende mai se c’e’ qualcuno ma deve averla sentita cantare , le ha raccolte e mi ha pregato di inviarle alle voci che sentiva. L’ elastico è suo, ma lo lasci pure a me, lo metto insieme al suo giornale sospeso che non ha ritirato”.

Sbircio tra i rametti e vedo il secondo ripiano in cui Seppia depone l’ elastico su una rivista a colori :“Journal of Ethnopharmacology”, ritengo sia rara e molto più costosa dei nostri quotidiani sospesi.

Ametista, secondo ripiano e secondo piano , quindi ha un nome la sagoma femminile nascosta da un filo di fumo e da una bandiera bianca stesa al sole.

Vorrei poter ricambiare in qualche modo il suo gesto gentile ma anche la sua ombra è sparita, rimane solo l’ odore di bruciato e un lenzuolo candido che riflette i colori del giardino.

Chiedo a Seppia un foglio di carta e una penna con la stessa naturalezza con cui avrei chiesto lo zucchero ad un vicino di casa. Mi offre un intero block notes e una matita, precisando ” Uso solo le mine, sperando di non lasciare traccia duratura di ciò che scrivo o penso, detesto rileggermi o essere riletto”.

Con una matita compongo due righe provvisorie per Ametista : ” Grazie, ovunque protegga la grazia nel suo cuore, è cosa rara. Con affetto, Kami”.

Affido il bigliettino al guardiano del chiosco certa che, se lo riterrà opportuno, lo consegnerà con l’ elastico e il periodo o lascerà che la traccia a matita si cancelli da sola.

“Si, certo glielo conservo, vede lo metto qui con la sua rivista sospesa”. Quindi Ametista non ha come tutti noi un giornale sospeso ma un periodico, ed e’ l’ unica, fino ad ora, a cui la Scala abbia dato un nome senza ambivalenze.

Cercando di non fare troppe domande e di non violare la solitudine dell’ inquilina del secondo piano , mi permetto solo una riflessione parlata, “Deve essere una persona speciale, il nome è speciale ed il suo scaffale è l’ unico con una rivista, scientifica e in inglese.”

Seppia non risponde, guarda verso il secondo piano e racconta, narra .

“Gli inquilini del secondo piano sono sempre speciali, sono solo di passaggio, non sono sospesi, sono attaccati alla vita con le radici e per non essere sradicati vengono qui, il tempo sufficiente per riposare e non mostrare agli altri i segni di una malattia o di una cura, poi, appena riescono a sorridere e a recuperare le forze tornano alla loro vita fuori.”

Quindi gli inquilini del secondo piano sono qui per evitare che gli altri cadano. Trascorrono qui il tempo di una quarantena sanitaria o di una cura per nasconderla all’ attenzione di chi li circonda. Non temono più’ la caduta ma desiderano la salita , qualunque essa sia, salvano chi amano dalla vertigine.

” Ora ha capito perché si chiama solo Ametista?”, mi domanda Seppia con un tono quasi solenne.

“Si, ritengo di sì”, gli rispondo senza allegria, ” l’ ametista è la pietra della spiritualità, dell’ unione degli opposti, il suo viola purifica i pensieri, nasce dall’ unione tra il rosso dell amore e il blu della saggezza.”

Seppia non risponde ma continua a narrare, ” E’ il colore della metamorfosi, della magia che noi non comprendiamo ma Ametista si, la sente e la studia; per questo necessita di un giornale diverso, senza scadenza quotidiana , senza rischio di reso e che , al contrario, va prenotato e atteso.”

Ecco perché ci chiudono a zone rosse o arancioni fuori, perché il viola non lo saprebbero gestire, eppure sarebbe il colore più attinente alla realtà che cambia continuamente. Invece di subirla potremmo cominciare ad interpretarla, a sentirla anziché tentare di imbrogliarla.

Ma è tutto troppo complicato e nel digitale che scorre non c’e’ molto tempo per capire, solo per digerire.

Forse la nuova variante del Virus, quella che ancora non sequenziamo , è viola, cambia mentre ci invade, prende qualcosa di noi senza restituirlo. Ci fa sentire tutti uguali mentre ci differenzia, impara a conoscerci più di quanto non sappiamo fare noi e usa i nostri punti deboli per propagarsi.

Usa la nostra paura della solitudine per migliorarsi e contemporaneamente per metterci di fronte al nostro spettro, l’ essere soli.

Seppia mi legge i sottotitoli, li interpreta , li corregge e me li restituisce.

” Siamo tutti soli, lo siamo da prima dei virus e delle varianti, cerchiamo di coordinarci , di fare gruppo per non pensarci, ma siamo soli prima o poi. Può essere una condizione insopportabile o un opportunità, dipende. Talvolta è solo una condizione con cui dobbiamo scendere a patti, niente di più”.

Mi sta suggerendo che non si muore di solo Covid?“, oso domandare. ” Si muore e basta, si guasta un pezzo del meccanismo imperfetto, si interrompe un circuito, si spezza un giunto e … l’ eternità svanisce.”

Siamo molto meno di ciò che pensiamo di essere, soli o accompagnati, pre e post Sars.

Siamo tutte varianti di un essere imperfetto, migliori, peggiori, resistenti o fragili, solo varianti non sequenziate , tutti diversi e perciò soli in un mondo che ci avvicina per similitudini esterne.

Mentre rifletto Seppia mi porge il mio Giornale sospeso e si rimette i guantoni da giardinaggio.

“Si ricordi, se, e quando vuole, scriva B sul palmo della mano, arriverà qui senza passare per strade e corridoi e senza dover indossare la mascherina. Ma la prego, ricordi che le sospensioni non salvano, offrono solo una visuale diversa, proteggono dal caos o dall’ ingestibile del quotidiano ma non dalle variabili, né virali né personali. Faccia attenzione e abbia cura di se e non solo della grazia nel suo cuore.”

Chino la testa per ringraziarlo e salutarlo, ogni parola sarebbe superflua e ho parlato più’ del dovuto e più’ di quanto io sia abituata a fare.

Guardo il balcone del secondo piano, Ametista ha ritirato il lenzuolo bianco, non si è arresa.

Posso andare anche’ io , con il mio “Domani” di ieri sotto braccio e il titolo a tutta pagina ” Arriva la stretta più severa. I numeri peggioreranno ancora” esemplificato da una cartina geografica prevalentemente rosso scuro, Sardegna grigia, per fortuna il Mediterraneo è ancora azzurro.

Domani sta avvenendo, il mio orologio torna a funzionare tra le vie e le auto ,tutti a rincorrere qualcosa che ci ha già superato e che noi crediamo di doppiare sul circuito della zona “quasi” rossa di domani.

Buona adattamento a tutti , sperando di sequenziare una variante positiva di noi stessi.

Pubblicato da cristinabattioni

Scrivo per imparare la strada

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