“IL DOTTOR STANTE”

“Il cigno nero della Scala B”

di Cristina Battioni

“Stante come abbreviazione di Distante? Scostante?”, gli domando mentre cerco di imparare a leggerle le risposte non dette. “No, ora solo Stante, colui che sta , fermo ai crocevia.”

Tutto ciò che leggo nei suoi occhi stanchi è resa incondizionata, immobilismo esistenziale. Una stasi profondamente antitetica al suo muoversi veloce nel mondo esterno, al suo passo accelerato da un ufficio all’ altro con lo sguardo guardingo di un animale in fuga.

Qui, nel rifugio della Scala B, dove ogni sospeso può essere semplicemente ciò che è, lontano dagli sguardi e dai giudizi dei contemporanei, il notaio della Scala A rimane fermo, non sa dove deambulare e , nella paura di sbagliare, semplicemente non fa.

“Stare qui la rasserena, vero?”, mi domanda cercando di abbassarsi di qualche centimetro per non sovrastarmi. “Non so”, gli rispondo, ” io mi sento sempre di passaggio , ovunque. Non so stare”.

Deve aver gradito la risposta , lo deduco dal leggero bagliore dell’ iride e dallo sguardo che lascia trapelare un guizzo istantaneo , ma subito soffocato, di curiosità.

Il fulmineo luccichio degli occhi gli trasfigura il viso, improvvisamente si intravvede l’ uomo che era e, da troppo tempo, ha smesso di essere. Probabilmente non lo ricorda nemmeno lui. Improvvisamente gli anni contati e ricontati si sottraggono, i lineamenti delicati ma severi si ammorbidiscono, i capelli bianchi rivelano residui di un colore decappato.

Al glamour british da notaio affermato si sostituisce una semplicità confortevole ora che ha piegato il trench sotto un braccio e si gode il sole con un maglioncino grigio senza camicia; sembra un cigno che ha perso il suo piumaggio folto ed il suo lago, non certo un professionista di lungo corso.

Nei suoi minuti di anonimato e d’ aria sulla panchina del piano T abbadona la lettura del “Sole 24 ore” , mi invita ad accomodarmi abbattendo un muro di protezione, sempre a debita distanza.

” E lei, come si chiama ora?”, osa domandarmi in uno slancio di vitalità. “Non lo so , Seppia non mi ha mai chiamato per nome, non so dirle quale nome abbia scelto la Scala per me.” “La Scala non sceglie, la riconosce soltanto , per questo lei è qui, perché aveva bisogno di un identità che fuori non le riconoscono, o che le è interdetta”. Mentre cerca di spiegarmi me stessa con insolita loquacità, comincia a muovere le mani , lunghe e forti; gesticola.

Il Notaio non gesticola mai nel suo habitat, porge solo la penna per firmare e legge velocemente gli atti, un po’ qua e un po’ là, mentre nessuno lo ascolta o capisce. Quest’ uomo nuovo e antico disegna parole con le mani e picchietta il piede palmato e lungo, da cigno, che vorrebbe spostare acqua e navigare.

” Comunque io so che lei si chiama Kami, ho visto la targhetta nella scansia di Seppia dove ripone i giornali sospesi.”

“Kami come Kamikaze?!”.

Prima di rispondermi agita il lungo braccio e con la mano sembra raccogliere porzioni d’ aria, “O forse come il Vento divino del Giappone…o forse entrambi.”

Entrambi, il mio essere è sospeso tra questi due nomi; Seppia sa proprio leggere le persone senza sfogliarle. Mi sorprende però la sua scelta di conservare “Il Sole 24 ore” come giornale sospeso per un professionista in anonimato. E’ l’ unico quotidiano sostenuto da una solida base di abbonati fedeli ; commercialisti, avvocati , finanzieri, burocrati, forse l’ unico che non ha resi da macero.

Tergiverso giocherellando con un filo d’ erba, poi mi avventuro in una domanda, pentendomene contemporaneamente, “Mi scusi, ma lei legge solo quello?” gli chiedo indicando il giornale.

“No, lo leggo fuori , a casa o in ufficio, dentro ci nascondo il mio Giornale sospeso, Il Sole mi serve come contenitore anonimo”. Lo apre e mi mostra il contenuto misterioso.

“Ma è “Baudelaire!”, uno dei libri di poesia pubblicati da Repubblica e allegati all edizione domenicale…sono sorpresa e lo lascio trapelare.

Poche cose svelate mi sorprendono, quasi sempre mi annoiano.

Tutti abbiamo due vite, diceva qualcuno, non ricordo chi, una vissuta e una sognata. Io non ci credo, tutti abbiamo due vite, una prima e una dopo, non sono parallele ma solo sequenze temporali.

Ad un certo punto, in molte esistenze accade qualcosa, l'” If”, il crocevia, la caduta , un cortocircuito, qualcosa di imprevisto che ci cambia fisicamente e moralmente.

I più fortunati avvertono solo una vaga nostalgia di quello che erano abituati ad essere ed accettano lo sconosciuto in cui si sono trasformati, alcuni imparano ad amarlo. I più’ “sfortunati” rimangono nel limbo, con infinita fatica incollano i pezzi del vecchio sé, lo trasformano in un estraneo di cui non hanno stima e proseguono fingendo, imitando una noiosa e alienante parodia.

E i sospesi ? Sono nel punto di scelta, possono uscire scommettendo sul cambiamento o rimanere sospesi, con il corpo che simula l’ abitudine e la mente altrove, dissociati ma ancora possibili.

L’ ascensore della Scala B li raccoglie nell’ attimo in cui rischiano di cadere una seconda volta e farsi male o li raccoglie quando si sono già frantumati ma sanabili, plasmabili in qualcosa che contenga il vecchio ma rimbalzi sul nuovo.

La sola cura che offre consiste in un presente dilatato, in una solitudine piena di presenze da selezionare; in un tempo personale in cui elaborare un piano B da giocare nella seconda parte del viaggio, tra falsopiano e discesa. Tutti quelli che ne escono sono diversi anche quando mettono a punto una fotocopia perfetta del prima per ingannare gli altri.

Stante ha scelto la fotocopia e l’ ha realizzata con tale accuratezza da renderla formalmente quasi identica all’ originale. Nessuno nel suo studio se n’ è mai accorto, nessun collega, nessun cliente, nessun figlio, nipote o moglie. Per loro è sempre la stessa persona , grande professionista votato alla carriera, immerso nel lavoro che ama, sempre perfetto, sempre contenuto ed equilibrato, una brava persona immobile che invecchia agendo tutti i ruoli che gli altri gli attribuiscono. Affidabile e immutabile.

Nessuno si è accorto del cigno sigillato dal suo portamento; ha lasciato che il tempo lo imbiancasse per paura di scoprirsi, ed essere, un possibile cigno nero. Ha nascosto a se stesso la possibilità di poter essere un evento raro, imprevedibile ed inaspettato.

Non se lo concede nemmeno qui, in un tempo che non è accessibile agli altri, nemmeno ora con il piumaggio diradato e scolorito. Ha paura di perdere l’ unico equilibrio che conosce, anche se lo imprigiona.

Appena può’ , scende le scale in fretta e svanisce nel suo cubo della Scala B, nessuno se ne accorge, per gli altri è il tempo di una caffè, per la sua mente è un tempo vitale, è il tempo della libertà.

Vicino all’ edicola sospesa le persone, come i libri, si lasciano leggere ed interpretare. Mostrano gli incipit importanti.

Stante si e’ tolto il cappello , molti capelli si sono persi nella prima parte del suo tempo, quelli che restano sono sottili e, appena liberati, sembrano giocare con l’ aria ed il sole. Anche il pallore lascia il posto ad un colorito appena accennato, testimonianza del sangue che riprende a circolare e ad alimentare pensieri nuovi nella dimensione ritrovata di libertà.

Un cigno stropicciato che non può’ volare e non sà più nuotare, ma legge poesie. Siamo esseri meno complicati di quanto ci raccontiamo da soli.

“L’ ha già letto ? Ha trovato la poesia del giorno ?” gli domando con estrema consequenzialità. Mi guarda perplesso…”Non la consideravo la poesia del giorno, ma sì, continuo a leggere questa, a piccoli sorsi”.

Mi mostra pagina 45, “Elevazione” e comincia a leggere sussurrando e sfiorando le parole con le dita, “…Abbandonando le noie e le profonde tristezze che gravano col loro peso sulla grigia esistenza, felice chi può con un colpo d’ ala vigoroso slanciarsi verso campi luminosi e sereni”.

Ascolto senza commentare, il cigno vorrebbe volare anziché stare.

“Sono sufficienti poche parole scelte con estrema cura per raccontarsi, non è vero?” chiedo e dico a me stessa in un istante prezioso di empatia.

“Si, più’ di mille frasi vuote, ma ci vuole tempo per trovarle e, talvolta, è il tempo sbagliato. Allora le tieni dentro, al sicuro, dove chi non le comprende non può, almeno , guastarle”.

Annuisco, io le lascerò’ intatte. Stante torna distante, infila il cappello, nasconde Baudelaire nel Sole 24 ore e lascia il cigno sulla panchina mentre il notaio, suo inseparabile alter ego, torna alla Scala A, alla grigia esistenza, senza nessun fremito d’ ali .https://youtube.com/watch?v=jDrzWcAQOdc&feature=share

Mi avvicino all’ Edicola , Seppia intento a leggere sembra non essersi accorto del breve dialogo tra inquilini, sembra. Picchietto delicatamente con i polpastrelli sul davanzale, come utilizzando il codice Morse. Solleva leggermente il volto senza togliere gli occhiali, mi osserva attraverso gli occhi acuti, improvvisamente scuri e profondi.

” Non le dirò nulla Kami, oggi però non le consegno il suo Giornale sospeso, non c’ era niente ieri che possa essere utile per cambiare l’ oggi, o la sua interpretazione dell’ oggi. Ho la sensazione che, anche là fuori, il tempo , si sia ingolfato, non proceda e finga solo di trascinarsi”.

La sensazione è condivisibile. In questi giorni di nuovo Governo e rinvigorita seconda o terza ondata di pandemia regna un senso di incertezza. Sembriamo un mondo rassegnato e in attesa, tutti semoventi ma stanti.

“Le presto il libro che stavo leggendo mentre lei sbirciava Baudelaire e “altro”, lo tenga con se, potrebbe esserle utile in varie circostanze. E non si preoccupi se un nuovo lockdown le impedirà di tornare qui prossimamente, la Scala saprà venire a prenderla, disegni una B sul palmo della mano, non guardi e non tema la vertigine, la porteremo qui.”

Prendo tra le mani il libro a rendere ” Il cigno nero-Come l’ improbabile governa la nostra vita” di Nassim Taleb. Un saggio filosofico premonitore estremamente attuale ora che l’ improbabile ci governa tutti, consapevoli ed inconsapevoli.

Seppia leggeva le risposte molto prima che io ponessi le domande, capire è spesso una questione di tempismo, non capire e’ spesso una questione di opportunismo. Capire non significa necessariamente fare ma far finta di non capire significa necessariamente stare in apnea, statici, impietriti dalla paura del nostro cambiamento mentre tutto è già cambiato, senza di noi. https://youtu.be/fqi5Avx70FY

Pubblicato da cristinabattioni

Scrivo per imparare la strada

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