CENTOMILA LACRIME

E’ da un anno che piove…

di Cristina Battioni

E’ da un anno che piove a secco e l’ aria è sporca stasera, una leggera foschia ha velato la giornata e la sfuoca in una sera che sembra anonima .

Questa mattina dalla finestra di un ufficio al terzo piano del Servizio Veterinario si vedeva l’ accesso alla Ausl di via Vasari. Alle otto sembrava di essere nei pressi di un centro commerciale la vigilia di Natale. Decine di auto in coda disciplinate dalla polizia municipale, decine di persone in fila, tutti in attesa di un tampone.

Dopo un anno e un giorno il tempo torna a sovrapporsi. L’ aria non è pulita, miliardi di particelle invisibili si muovono sfuggendo ad un una traiettoria prestabilita, come sempre, ma oggi il caos torna ad avvicinarsi e a lasciarsi percepire.

Ci ritroviamo ad essere funamboli inesperti che barcollano su un filo sempre meno teso con un equilibrio sempre più incerto. Richiuderanno, se la giornata non inverte la rotta velocemente, richiuderanno i giorni con barriere rosso scuro, quasi viola.

L’ ignoranza non è ammessa in stato di guerra, un calo di vigilanza ci ha riportato indietro, senza la capacità di resistenza che solo l’ inizio di un conflitto genera.

Stasera si respira aria sporca e stanca.

Mi sono rifugiata nel mio cubo, quinto piano Scala B. Non era previsto ma temo che il coprifuoco delle 22 verrà anticipato e gli spostamenti ingiustificati interdetti. Ho calcolato con la massima precisione il tempo di percorrenza a piedi dal mio domicilio a Piazza della Vittoria, partendo alle 21 dovrei essere di ritorno prima dell’ ora X.

Volevo vedere il mio rifugio sospeso nel buio quando chiudono gli uffici e l’ edificio grigio ed austero sembra uno spettro nella città’ che si svuota. Piazza Della Vittoria è deserta all’ ora di cena, nessuna luce dalle vetrate, solo i lampioni sul parco immobile e silente.

Ho tolto le scarpe, ho curiosato nella credenza e ho trovato una bottiglia di rum ad aspettarmi affiancata da da una barretta di cacao 90%. Mi sono versata due dita di liquore , ho aperto la porta finestra e mi sono accovacciata sul divano. Non ho voglia di pensare stasera, la Scala lo sapeva. Ho bisogno di scaldarmi dentro e di una doccia calda tutta mia. Niente di più’. Lancio i vestiti a caso, mi concedo il lusso del disordine e mi rifugio nella cabina del bagno Piero che, inaspettatamente, ha perso l’ odore acre di vernice fresca, sostituito da un accogliente profumo di talco.

Sono un pesce che non può nuotare ma respira dalle branchie tra conchiglie del Tirreno incollate alle piastrelle. La zona doccia non è separata , forma un tutt’ uno con il resto della cabina; in pochi minuti emergo da un universo di vapore e sale.

Indosso un vecchio accappatoio di mio padre con cappuccio, mi avvolge la testa ed il viso, mi copre le mani e ogni centimetro di pelle, tranne i piedi che attraggono qualche granello di sabbia. La città ora mi sembra un entità lontana nello spazio e nel tempo, dal balcone si intravedono le sue luci come lampare nella foschia.

Galleggio nel presente, mi riconosco un puntino inerme nel tutto del tempo e dello spazio. Non essere niente è un sollievo indescrivibile.

Sta rinfrescando, è ancora inverno, mi allungo per chiudere il balcone ma non riesco, mi alzo come un mollusco e trascino le ante del balcone verso di me. Mi sorprende una musica appena percepibile, il suono di un sax… “Smoke gets in your eyes..”,i Platters, vinile originale del 1959.

https://youtube.com/watch?v=H2di83WAOhU&feature=share

E’ tra i dischi che la Scala mi ha fatto trovare qui, è roba “mia”, ma qualcuno la sta’ ascoltando in un altro cubo, a volume basso tanto da non riuscire ad individuarne la provenienza. Ballo da sola abbracciata all’ accappatoio e alla sensazione di un ricordo sfuggente…tre minuti di eterno e torna il silenzio. La misteriosa selezione musicale si interrompe. Solo silenzio, silenzio e poi risate, piene, solitarie, rumorose. Un uomo ride, si interrompe per prendere fiato e ricomincia accordando le corde vocali, sembra dar suono ad un’ espressione spontanea di gioia.

Chi ride qui questa sera? Chi non ha mai potuto ridere altrove, suppongo.

Improvvisamente l’ allegria si smorza, sparisce. Esattamente come la percezione di uno stato di grazia, svanisce prima di permetterci di prenderne coscienza. Ascolto, ascolto il silenzio per trovarci qualcosa e la trovo, o mi trova…sento delle gocce cadere, una dietro l’ altra, in fila indiana.

Ci sono molti sospesi in crisi di astinenza nella Scala stasera, probabilmente ci sono ogni sera. Vorrei inserirmi in questa messagistica di nonsense ma non saprei come.

Non ho strumenti musicali nel mio cubo, ho dimenticato come si ride di gusto senza dover forzare la voce, ho un giradischi e cinque album in vinile ma non saprei quale scegliere. Afferro un libro a caso; Pessoa, “Il tempo e l’ acqua ” , lascio scorrere il pollice sui fogli e chiudo gli occhi. Li apro su “Al di là”…sussurro un verso “Guardo il mare ondeggiare e un leggero timore prende in me il colore di voler avere una cosa migliore di quanto sia vivere…”. Silenzio assordante, nessun rumore , solo il plin …plin delle gocce che si moltiplicano. Forse sta piovendo o qualcuno ha risposto al mio messaggio in codice piangendo, senza violare l’ anonimato.

Il pianto non ha un sesso, un genere, e’ solo umano.

Forse è un suggerimento, forse oggi tutti dovremmo superare la paura e il divieto di accesso al pianto. Trattenere fa male alla salute, è risaputo. Ma le manifestazioni spontanee sono un rischio, creano dipendenza. Lo sappiamo e lo evitiamo, per non piangere sempre non piangiamo mai. Ma questa non può che essere pioggia improvvisa di quasi primavera, fredda ma delicata.

Pioggia strana in un aria infetta. Chissà se Seppia è ancora all’ edicola sospesa; con il buio e questo presagio di temporale non ci sarà’ nessuno al piano T. Riemergo dall’ accappatoio grigio extra large , verso due dita di rum in un bicchiere e infilo in tasca 3 euro, scivolo nell’ ascensore capsula e premo “T”.

Il giardino non è buio , ci sono piccole luci appese ai rami del platano, sembrano lucciole statiche. Al centro, il chiosco di Seppia , illuminato da una lampada a petrolio; l’ Edicola sospesa mi orienta come un minuscolo faro sfuocato circondato dalle lampare di pescatori di pianura sospesi.

La sagoma del guardiano del faro è appena tratteggiata, forse sta scrivendo dietro il suo davanzale. Sotto i piedi il prato è bagnato ma non freddo, lo percepisco come un tappeto di fili di cotone inumiditi dalla rugiada. Mi avvicino e busso con le dita alla finestrella . Seppia alza il volto senza scomporsi , avvicina la lampada al viso, solleva gli occhiali da scrittura notturna e mi sorride, come sempre.

“Salve, ma cosa fa qui a questo’ ora? Non ci ha mai fatto visita dopo il tramonto.”

Non saprei cosa rispondere, gli porgo il bicchiere di rum e i tre euro. Risponde lui alla domanda con una risposta migliore della mia . “Brutta giornata là fuori, suppongo, tra il riso e il pianto non si sà mai cosa scegliere, non è vero ?”. “Gia’”, sussurro, “non si sa mai.”

“Non si preoccupi, accade a molti qui”. Mentre mi parla inclina leggermente la testa verso destra. La panchina è occupata da una donna, ha un ombrello minuscolo ed inutile per proteggersi, il collo lungo di un airone proteso in alto, lo sguardo perso oltre le luci, oltre i rami, un libro tra le mani.

Seppia è sparito alla ricerca del mio Giornale sospeso mentre rimango immobile, incuriosita ed incantata da una figura eterea che sembra aver attraversato molte vite; il collo lungo e sottile continua con una curva elegante nel profilo perfetto di un viso antico , i lineamenti sono appena delineati da un pastello rosa cipria e circondati con grazia da capelli chiari, forse bianchi, raccolti in una treccia perfetta. L’ airone cinerino con il suo inutile ombrellino non mi guarda, ignora tutto e fissa il cielo, chissà cosa cerca.

Seppia riappare, respira il rum e, prima di porgermi il giornale, mi dona un piccolo ombrello tascabile. “Era un gadget di una rivista scomparsa, dopo molti maceri hanno smesso di pubblicarla. L’ ho salvato perché un ombrello può sempre servire quando la Signora Nolente piange”.

“Ma allora non è pioggia?! Qui piove quando qualcuno piange?”.

Mi risponde a modo suo, come sempre, “Certo, a volte ci sono così tante lacrime non versate da scatenare un temporale. Purtroppo però il riso non porta il sole, quasi sempre è un lampo seguito da un tuono. E’ la natura umana nei cambi di stagione.”

Il ragionamento sembra addirittura logico e scientifico, come tutto ciò che non subisce le regole dell’ ordinario. Oggi potrebbe avvenire un altro cambio di stagione.

Nolente senza età ha chiuso gli occhi con il collo d’ airone proteso verso le lampare appese ai rami; le sue lacrime bagnano il prato, il chiosco, il calicantus sprigionandone il profumo. Ha chiuso il minuscolo ombrello; assorbe la pioggia e dalle ciglia ne emana di nuova .

Con le mani incrociate sulle gambe sembra proteggere dalle gocce un libro. Non ne sono certa, ma mi sembra un libro di poesie. Seppia, che sa leggere le persone, mi anticipa “Ungaretti, dal momento in cui lo ha preso tra le mani e’ diventato parte del suo corpo. C e’ sempre qualcuno che scrive ciò che siamo o che siamo stati o da cosa stiamo fuggendo”. Concordo, solo i dis-umani non piangono e non temono le guerre perché sono stati troppo fortunati, o troppo poco, nella vita.

“Siete tutti qui stasera, tutti i sospesi, la paura richiama le paure passate e non c’ e’ barriera, lockdown, muro che possa fermarle”.

Mi allunga il bicchiere sottolineando ” Grazie ma non bevo in servizio, aspiro gli aromi, molto buono. Le ho preso il suo Giornale sospeso, vista l’ ora è un giornale di oggi le cui profezie si saranno già avverate”. Io però devo sbrigarmi, alle 22 scatta il coprifuoco e non smette di piovere. “Grazie, per il “Corriere della Sera” e per l’ ombrello, grazie di cuore”. Seppia si sporge dal faro e mi indica il cielo. “Stia tranquilla , fuori non piove, non ancora, quando saranno scese centomila gocce la notte tornerà serena anche qui, alla Scala B. La Signora Nolente lo sa, unisce le sue gocce alle altre migliaia ,le riceve e le dona, ognuna diversa dall’ altra come le emozioni che le hanno generate.

“Mi perdoni , ma Nolente e’ un cognome che le ha dato lei ?”. Seppia soppesa la pausa prima di dare suono ai pensieri, “No è il nome che le ha dato la vita , Nolente o Volente, poteva scegliere, lei ha scelto il primo.”

Quadratura perfetta, tutti dovremmo cambiare nome tra il nostro scorrere e trascorrere, un nome che ci racconti.

Rientro nel cubo, mi strizzo i capelli in uno chignon di fortuna ed esco in fretta, tengo tra le mani il giornale, potrebbe servirmi se il tempo è cambiato anche nel presente.

Mentre attraverso l ‘ androne sento dei passi svelti e pesanti scendere dalla scala A preceduti da un profumo di erba tagliata e lavanda…il Notaio Stante ha fatto tardi, o, forse, deve passare dalla Scala B prima di tornare dove deve, volente o nolente.

E’ vero, fuori l’ aria piange a secco e come tutti i pianti trattenuti minaccia tempesta di virus e di batteri. Sono le 21. 30, manca mezzo’ ora al coprifuoco , poche auto, qualche passante che affretta il passo. Camminando sbircio il Giornale sospeso per farmi compagnia ; quando leggo il Corriere cerco subito l’ editoriale, da sempre, istintivamente. Eccolo: “Una Lastra con tutti i loro nomi” di Aldo Cazzullo. Lo leggo sottovoce ” …Centomila morti sono centomila tragedie”.

Dopo un anno ed un giorno di pandemia l’ Italia supera oggi le centomila vittime, mentre i sospetti positivi stamattina invadevano via Vasari , strade limitrofe e tutto il bel Paese.

Centomila lacrime che non conosciamo, centomila storie parallele alla nostra che non abbiamo incrociato, centomila carezze negate. Ci siamo abituati, come ci si abitua ai bollettini di guerra di un paese lontano o alle devastazioni di un terremoto dall’ altra parte dell’ Oceano, o ai migliaia di profughi senza scarpe che attraversano il mondo.

Ci siamo abituati come non fosse “roba nostra”?

No, non credo. Preferiamo non capire, scegliamo di essere ottimisti e fatalisti, per questo ci sono sempre il Campionato e Sanremo, per darci l’ illusione che, in fondo, è tutto normale in un forzato status quo virale.

E invece non è normale e piove, piovono centomila lacrime prima di un temporale in arrivo.

Ci avevano avvisato ma continuiamo a dimenticare l’ ombrello, volenti e poi dolenti.

Le lacrime del mondo sono immutabili.

Non appena qualcuno si mette a piangere, un altro, chi sa dove, smette”.-Samuel Beckett (Aspettando Godot)

Pubblicato da cristinabattioni

Scrivo per imparare la strada

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