NON SI RINASCE TUTTE LE MATTINE

(DAL QUINTO PIANO DELLA SCALA B SI VEDE IL MARE)

a mia madrepersempre

Oggi sento il bisogno di tornare nel mio monolocale sospeso, quinto piano , Scala B.

Ho preso un giorno di ferie, dopo averne accumulati centinaia mai usati. Non servivano, mi era sufficiente isolarmi nella mia bolla sospesa e insonorizzata per non avvertire la fatica.. Oggi non e’ sufficiente , non si rinasce tutte le mattine.

La giornata si preannuncia tiepida, avamposto di una primavera acerba e precaria come tutto quello che ci circonda. Il meteo, l’ unica previsione in cui possiamo ancora credere, annuncia una coda d’inverno che ci accompagnerà, forse, in una nuova zona rossa e deserta. Dopo un anno il tempo circolare torna al punto di partenza. Sembra una nuova stagione, ma non lo è. L’aria non si è ripulita e la rassegnazione ad un nuovo modo di esistere e restire non ci ha ancora mutato .

Perfino io, che ho scelto un lockdown volontario, indipendente da ogni virus, sento il bisogno, la necessità di poter guardare un orizzonte diverso, magari dal mio balconcino del quinto piano.

Approfittando dell’ ultimo possibile giorno di semi libertà vigilata faccio emergere dalla cantina la mia bici “Dei Imperial”, nobile pezzo di antiquariato ereditato dai miei 18 anni.

La bicicletta appartiene ad un altra epoca, come me; siamo in simbiosi perfetta.

Attraverso i viali incrociando runners, madri con carrozzine, carrozzine spinte da badanti, anziani con il giornale fresco, cani che portano a spasso i padroni. Un umanità che si muove al mattino in contrapposizione a quella chiusa negli uffici , nei negozi , nei luoghi di lavoro. Sono parte di un gruppo di privilegiati che è in vacanza senza saperlo o di esodati forzati.

Nulla fa presagire che quest’ aria apparentemente pulita e questo verde precoce torneranno pericolosi ed interdetti, forse già domani.

Raggiungo con una pedalata leggera Piazza della Vittoria animata da macchie di colori; i giubbotti variopinti dei bambini, il viola delle viole, il bianco di fragili margherite in branco. Il mio palazzo all’ angolo estremo della piazza conserva il suo grigio professionale ed immobile. Lego la mia Dei ad un palo della luce e mi introduco. Un occhio alla targa austera dello Studio notarile M & SOCI , un leggero contatto con il portone e sono già dentro, oltre il crocevia, nel corridoio chiuso, oltre il muro, sull’ ascensore della Scala B.

Tolgo la Ffp2 e respiro, nella capsula che sale si percepisce un sentore evocativo di erba appena tagliata, di lavanda e sapone di Marsiglia. Il pulsante “T” lampeggia, ne deduco che due inquilini siano scesi all’ Edicola sospesa del Prof. Seppia per leggere il loro giornale personale o solo per sentire il prato morbido sotto i piedi nudi.

La porta scorrevole si apre sulla soglia del mio piccolo cubo luminoso sospeso nel tempo, indifferente al tempo. Cammino in punta di piedi tra i miei oggetti indispensabili, divano, tavolino di vetro, cabina del bagno Piero appena ridipinta, libri, foto, quadri : ogni oggetto al suo posto , il passato armonizzato con il presente .

Ma qualcosa è cambiato, il grande vaso azzurro è stato spostato verso il balcone ed è colmo di forsizie e girasoli; un esplosione di giallo che satura la stanza.

La porta finestra del balcone è aperta e lascia entrare un vento salato, leggero e fresco; esco a respirarlo e mi accorgo che anche l’ orizzonte è cambiato.

Sparita la citta’ sotto di me, sparita la periferia e le prime colline per lasciar posto al mare che si intravede in basso, oltre le casette appoggiate al pendio, oltre la ferrovia ed i lecci . Vedo la spiaggia ed il mare al mattino. Rari puntini umani si spostano sull’ arenile senza interrompere l’ armonia silenziosa. Legato alla ringhiera in ferro sento oscillare un costume da bagno blu che la mia mente aveva riposto chissà dove. Lo accarezzo, sembra consumato e sbiadito dal sale e dal sole .

Il Maestrale pulisce l’ aria e la rende trasparente. “Vedi, guarda a sinistra, si vede anche Baratti e di fronte il profilo dell’ Elba”. E’ vero, si vede il piccolo golfo , una conca in bilico tra il Ligure e il Tirreno, il promontorio etrusco e l’ Elba come una balena immobile nell’ azzurro. Nei giorni di maestrale cielo e mare hanno lo stesso colore al mattino. Sento il profumo di focaccia calda provenire dall’ interno , la cerco nella dispensa in noce…eccola, ancora avvolta nella carta del forno accanto a due “pesche” dolci.

Trovo anche una bottiglia di Morellino di Scansano, un cavatappi e due bicchieri. Non bevo mai al mattino ma la stappo senza incertezze e riempio i bicchieri. Prima di fare colazione entro nella cabina azzurra per la prima volta. Ci sono conchiglie incollate alle assi delle pareti, semplici gusci di comuni conchiglie bivalve striate, qualche pezzo di bottiglia plasmato dalle onde, instancabili soffiatrici di vetri rotti . Appesi ad una parete avvisto un telo mare rosso e blu, una maschera con boccaglio e, a terra, le tue ciabattine in gomma. Tutta la roba “mia”.

Senza rifletterci mi spoglio e indosso il costume blu, mi avvolgo nel telo morbido a due piazze e guardo lo specchio mentre lo specchio guarda me. “Mi vedi ?”, gli chiedo. “Si certo, io ti vedo sempre , non ho mai smesso di guardarti attraverso le stagioni. Sei tu che non ti vedi più’.”. .Forse è meglio non vedersi per un po’, perdersi e ritrovarsi per fare uno sgambetto al tempo, alle regole, alle certezze.

Esco dalla cabina a piedi scalzi avvertendo qualche granello di sabbia tra le dita, nonostante la porta finestra sia aperta non sento freddo, mordo un pezzo di focaccia tiepida e alzo il bicchiere rosso e profumato.

“Brindiamo al tempo, alle assenze che sono le presenze più presenti, brindiamo a favore del vento, al passato che è più che mai presente, qui ed ora, a noi che eravamo, siamo e saremo qui dove si vede Baratti , felici di un niente che poi si rivela tutto.” Il vino mi ammorbidisce, la focaccia ha su di me l’ effetto che le madeleines avevano su Proust. Mi accoccolo sul grande divano , mi attorciglio a chiocciola su me stessa , bevo ed ascolto.

C’e’ musica, entra da fuori, probabilmente dal sesto piano.

“Una casa en el cielo, un jardín en el mar. Un alondra en tu pecho..un volver a empezar”… le parole e le note mi accarezzano mentre continuo a bere vino perdendo completamente la coscienza del tempo. Qualcuno sopra di me sta’ ascoltando musica e guardando un cielo senza nubi, non so chi sia e non importa ma mi rincuora condividere uno spazio sospeso, i miei vuoti e i miei pieni con qualcuno che si è perso e si stà cercando .https://youtube.com/watch?v=vtS_PE0xnL8&feature=share.

Mi lascio andare, fuori uso il pilota automatico, fuori uso ogni orologio, assente il mio senso del dovere, mi addormento in un abbraccio caldo e sicuro che mi avvolge e mi regala il sonno.

Dormire senza sonniferi, senza pensieri che vengono a svegliarti come mosche dispettose, dormire senza rincorrere le domande senza risposta è un regalo per i sospesi. Dormire è sentirsi a casa, in una casa dove la roba tua è tutta la tua vita, ma non lo sapevi prima che la vita stessa te lo spiegasse senza addolcire la pillola.

Quando mi risveglio potrebbe essere trascorso un giorno, un’ ora, qualche minuto, non riesco a percepirlo, sento solo un senso di riposo ormai sconosciuto, il benessere dei non tempi e dei non luoghi. Sono io, in un presente inqualificato, in un giorno di marzo di qualsiasi anno, in un ora qualsiasi del 5 marzo. Non sento più’ la musica ma continuo a canticchiare il refrain…”Tiempo y silenzio…”

La bottiglia di vino è a metà, i due bicchieri vuoti, la focaccia ha perso la fragranza del forno. Assaggio una pesca dolce ed ha lo stesso sapore stucchevole di sempre. Le compravo perché mi piacevano la forma ed il colore ma, dopo un morso, le abbandonavo. Certe cose non cambiano, le più semplici non cambiano e ci accompagnano anche quando siamo noi ad essere cambiati.

Mi rivesto con calma, sistemo i bicchieri, raccolgo le briciole di quel che resta di una festa ma, infilandomi le scarpe, scorgo un bigliettino da fiorista tra i rami di forsizia da giardino.

Sulla busta qualcuno ha scritto “Per te”. La apro convinta di trovare un messaggio o un istruzione della Scala B; nulla, la busta e’ vuota e deve bastarmi quel “per te”, da dovunque arrivi.

Non sempre esistono delle risposte, anzi, spesso, le risposte sono spiegazioni preconfezionate, sono solo ciò che vogliamo far sentire. Significanti senza significato.

Ho un giorno di vacanza, non mi chiedo che ora sarà fuori, qui è ancora una luminosa e tiepida mattina di marzo e vorrei lo restasse.

Rispettosa delle regole della Scala non asporto niente, né pesche, né fiori, né costume blu, lo restituisco alla cabina azzurro cenere e alle conchiglie a cui appartiene.

Prima di scivolare nell’ ascensore, che mi aspetta sempre, guardo fuori e saluto Baratti mentre il Maestrale, per accarezzarmi, mi spettina.

Non ho ancora voglia di tornare a terra, ho il lusso del tempo, posso fermarmi al piano “T”, visto che il pulsante non lampeggia in segno di possibile accesso, ho voglia di ritirare il mio giornale sospeso e salutare il Prof. Seppia, guardiano del faro e dell’ edicola.

Quando l’ ascensore si apre al piano la mia curiosità è smorzata dalla visione di un quadro sempre identico, prato verde e morbido, platano apparentemente magro e ancora spoglio, cespuglio di calicantus e, al centro, l’ edicola con le sue litografie appese come panni al vento. Vedo il profilo di Seppia intento a leggere dentro il chiosco, sciarpa azzurra che riverbera sui capelli bianchi, folti e scomposti.

Ma c’ e’ un particolare nuovo, uno schizzo ad inchiostro che non avevo notato.

Sotto il platano, sulla panchina in ferro verde c’e’ una figura di spalle, leggermente incurvata , probabilmente per leggere meglio un giornale. Sembra una miniatura del grande albero.

Indossa un copricapo verde scuro e un burberry chiaro, benché seduto lo schizzo è lungo, i contorni suggeriscono un corpo alto e magro, le mani che sfogliano il giornale sono i rami del platano, lunghe e nervose.

Faccio finta di niente, senza scarpe e in punta di piedi cammino verso l’ edicola e Seppia si accorge di me. Apre la finestrella e affacciandosi al suo davanzale mi precede. “Bentornata, sono felice di rivederla qui in una mattina così luminosa e ossigenata dal vento, la aspettavo”.

Seppia mi appare sempre come un giornalista inquadrato a mezzobusto, con la dizione perfetta e un tono sussurrato, lo sguardo intelligente e la postura sapientemente inclinata a favore di telecamera. Perfetto nella sua improbabile mansione.

“Salve Prof. Seppia, ha ragione, si sta proprio bene qui oggi, anch’ io avevo voglia di tornare con un po’ di calma”. Dopo una breve pausa scandita da un metronomo interiore, mi risponde “Calma, certo, la calma è una forma di pazienza, è un arte che va appresa, aggiornata, curata. La calma é tutto ciò che serve quando ci si perde. Ovunque.”

Sorrido perché non amo sottolineare o rovinare delle parole che mi piacciono, quando le sento, non voglio renderle banali, ne ho cura ; potrebbero servirmi.

Con la sua innata eleganza Seppia mi porge un quotidiano senza estrarlo dalla mia mensola. Lo solleva da una teca di vetro con cura e me lo porge. “Ecco, il suo giornale sospeso, come vede è più sospeso e fragile di tutti gli altri, ne abbia cura e mi chiami solo Seppia, senza prefissi”.

Stranita dal vento e dal vino mi sono completamente dimenticata i 3 euro da consegnarli per salvare un quotidiano dal macero. Frugo nella borsa, nelle tasche del giubbotto, ma ripesco solo due monete da 50 centesimi.

“Sono mortificata Seppia, mi ero completamente scordata di preparare la moneta…che idiota!”. Seppia non sorride, ride scoprendo i denti bianchi e perfetti.

“No, no, questa volta lei non li ha preparati perché non andavano preparati. Si ricorda le regole? C’è sempre un quotidiano sospeso che qualcuno, non sappiamo quando, ha già pagato per lei. Oggi è il suo turno, è un giornale speciale, lo capirà.”

Lo prendo tra le mani e con stupore mi accorgo che è una copia della “Gazzetta di Parma” da archivio.

“Perché non si siede sul prato e la sfoglia qui, così esercita la sua “calma” e respira il presente? Le allungo una coperta da stendere così non prende freddo. Purtroppo la panchina è occupata ma oggi si sta benissimo anche sulla’ erba , al sole”.

Ha ragione, perché no?

Mi accingo a stendere il panno in prestito per sedermi sul prato e sfogliare la mia preziosa Gazzetta quando la sagoma tratteggiata si alza dalla panchina. E’ un uomo alto, come si deduceva, ha le spalle larghe ma un corpo sottile e lungo, movimenti lenti ed accurati. Sono ancora in piedi con il mio giornale tra le mani quando si volta verso di me.

Lo schizzo a matita prende materia e colore, si trasforma in una persona che , in chissà quale segmento temporale, ho incrociato. Cammina lentamente verso di me, riconosco il bagliore degli occhi amplificato dalla luce, riconosco lo sguardo malinconico, il viso sottile e la pelle chiara. Ma come può essere…è il Notaio della scala A, il mio Notaio? Ma no, è impossibile, cosa ci fa qui, tra i sospesi e i rifugiati della Scala B?

Probabilmente ho solo sovrapposto i luoghi e le persone, abbasso lo sguardo temendo , a mia volta , di essere riconosciuta.

Intuendo il mio stupore mi precede ,”Buongiorno, glielo avevo detto che ci saremmo rivisti in circostanze migliori. Ero certo che la Scala B l’ aveva trovata già prima di arrivare nel mio ufficio. La Scala sa sempre chi trovare.”

Seppia guarda la scena e rompe l’ imbarazzo scegliendo con cura poche parole.

“Non si preoccupi, qui si è, semplicemente, fuori facciamo, qui siamo. Fuori fingiamo di sapere, qui cerchiamo di capire. Il qui e ora non è inquinato dal fuori e dal dopo.”

Credo di aver capito e sorrido. Sorride anche il notaio mentre si avvia verso l’ ascensore sussurrandomi “Guardi il suo giornale sospeso, nulla è casuale qui.

Ogni cosa è quella che deve essere ,nel momento in cui deve essere”.

Guardo la persona ritornare contorno disegnato prima di dissolversi nell’ ascensore monoporzionato.

Seppia continua a leggere con estrema naturalezza, composto e concentrato, senza il minimo accenno di stupore e senza avvertire il motivo di dover fornire ulteriori spiegazioni.

Gli restituisco la coperta che profuma di rosmarino e lo saluto. “Grazie Seppia, oggi è una giornata particolare, sono scappata qui per provare a viverla a modo mio, mi sembra di esserci riuscita, non era mai accaduto prima”.

“Prima non esiste, prima è adesso e se riuscirà ad acquisire il ritmo danzerà perfettamente in qualunque tempo. La aspetto con calma, memorizzi, sempre con calma.”

Eseguo, cammino leggera e al rallentatore verso l’uscita di scena, mi fermo un istante per pettinarmi con le dita e mi lascio trasportare verso il quotidiano.

Ormai eseguo a memoria il percorso, oltrepasso il bivio, oltrepasso la scala A dello studio notarile ed esco . La piazza è intatta, stesse macchie di colore , stessa luce tiepida. Guardo l’ orologio , le 11 a.m. Ho ancora tutta la giornata davanti , una giornata speciale , una di quelle ricorrenze che mi facevano soffocare dentro la mia bolla di isolamento nel tentativo di rendermi invisibile.

Oggi è diverso, ho visto Baratti senza provare un dolore anche fisico, mi sono addormentata tra le braccia di un assenza sempre presente ma mai così forte e percepibile. Con la mascherina calata libero la mia vecchia “Dei” e, prima di riporre al sicuro il mio regalo in un borsone laterale, infilo gli occhiali per osservare la prima pagina della mia Gazzetta vintage, una stampa sopravvissuta a migliaia di maceri.

Leggo la data “5 marzo 1971”. Non è il giornale di ieri, è il giornale di oggi, di un oggi che è il mio presente, 50 anni dopo. Ne avrò estrema cura, come del tempo che custodisce per sempre. Il mio e il nostro tempo, che non ha diritto di reso, va solo riposto in una teca di vetro e maneggiato con cura. Come le cose fragili e preziose che sopravvivono e anelano al “persempre”.

Pubblicato da cristinabattioni

Scrivo per imparare la strada

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