“LA PRIMA DOSE NON SI SCORDA MAI”

( V-DAY PRIMO TEMPO)

di Cristina Battioni

Oggi è il Giorno. Oggi è Il ” V -DAY”, dove V sta per vaccino; l’ oggetto del desiderio, la materializzazione di una speranza faticosamente attesa dopo una gestazione di 365 giorni scanditi da solitudini, attenzioni, mascherine, disinfettanti, paure.

Finalmente oggi, 3 marzo 2021, alle ore 10.20 a.m., mio padre si appresta a ricevere la prima dose del vaccino Pfizer dispensata nel grande alveare “Pala Ponti”, 1500 metri quadri di un centro polisportivo convertito ad uso ambulatoriale con dieci celle sterilizzate, 106 api laureate in camice bianco ed ali di plexiglas preposte a pungere fino a 2400 miracolati al giorno, a gestire 12 ore di battaglia quotidiana, festivi inclusi.

Noi apparteniamo al primo turno di misericordia riservato ai “Grandi Anziani”, nati prima del 1936 ed ancora, teoricamente, autonomi. La nostra convocazione è stata fissata alle 10.20, “puntuale” e nel rispetto di quel “puntuale” sottolineato e di quell’ attesa che sembrava non dovesse finire mai, ci presentiamo all’ appuntamento con un discreto anticipo. Alle l’ alveare brulica in piena attività; grandi anziani più’ o meno stabili deambulano verso il check point in simbiosi con il parente o la badante che li accompagna. Guidati da api operose e variopinte attendono l’ accesso alle celle sterilizzate per farsi gioiosamente pungere ed ottenere quella dose di vaccino Pzifer che ha assunto, nell’ immaginario collettivo, le connotazioni mitiche di un elisir di lunga vita.

Comunque la si pensi, per persone nate prima del 1936, questa è la seconda guerra mondiale da cui tentano di uscire vive ed il momento del vaccino assume il valore di un evento storico; il 3 marzo come il 25 aprile 1945. La chiamavano liberazione, oggi la chiamano vaccinazione . Oggi come allora ci saranno altri strascichi, altri giorni in rosso, non si deporranno le armi perché il nemico non si è ritirato e non ha firmato nessun armistizio ma subisce il primo attacco da un corpo di fanteria claudicante.

Non c’ è allegria nell’ aria, nessun entusiasmo per un vaccino americano venuto a liberarci, uno ad uno, casa per casa, cella per cella. Non c’è aria di festa tra queste persone , più numerose di quanto si possa immaginare, persone intimidite che aspettano il loro turno, ogni dieci minuti, in fila e rispettando le distanze. Le mascherine nascondono i lineamenti stanchi ma non gli sguardi.

Gli sguardi ad un certo punto della vita diventano simili, chiari, quasi incolori. Gli occhi dei vecchi quando sono stanchi o tristi diventano trasparenti. Non è una fantasia, semplicemente la concentrazione di melanina nell’ iride diminuisce e anche il marrone diventa paglierino, mentre l’ azzurro diventa cielo.

Non sorridono queste decine di occhi trasparenti e stanchi, seguono le api, obbedienti e intimoriti. Hanno paura? Certo, e non delle possibili reazioni allergiche al vaccino ma, soprattutto, del tempo che dal 1945 in un battito di ciglia li ha consumati nelle cellule, nei muscoli, nelle ossa e negli affetti.

Sono tutti reduci, ultimi esponenti di una generazione cancellata dal virus, che aspettano il loro turno, non riconoscono il presente come un tempo di appartenenza; lo subiscono.

Il tempo digitale non è un galantuomo, non lo sarà mai. Paradossalmente, mentre ci accorcia la distanza dall’ orizzonte, permette all’ ombra lunga del passato di oscurare il presente. Tutti i richiamati alle armi qui riuniti cominciano a ricordare immagini, frasi, circostanze famigliari che nella loro età attiva avevano rimosso, messo via.

Oggi ognuno di loro si porta addosso un passato che sembra ieri , anche ciò che non era “bello” torna come un tesoro prezioso, la mente filtra e manipola, la nostalgia cura e candeggia le macchie. Quello che si legge nei loro sguardi, nel loro deambulare fiero ma incerto, nelle mani senza vigore è la corrosione che avvertono e che li rende fragili.

Il quadro è alleggerito dal ronzare delle api laureate in medicina, delle api infermiere specializzate, delle api multicolore volontarie che sanno rincuorare e trasmettere sicurezza, dal tono imperioso delle badanti che riescono a parlare a voce alta anche attraverso le mascherine, dalla falsa allegria dei figli o dei nipoti che devono sbrigare le formalità e ripetono, come da copione, la stessa frase che ho usato e consumato anch’ io :”Oh, ma come sono felice, andrà tutto bene… finalmente tocca a te, da oggi potrai essere più sereno”.

Più sereni? Andrà tutto bene? Ma come può essere serena una persona che fatica a camminare sulle proprie gambe o non cammina affatto, che non riesce ad ad ossigenare anche in assenza di Covid e che sa, pur avendo dimostrato di essere a lunga conservazione, di avvicinarsi ad una data di scadenza non prorogabile.

E dove andrà tutto bene? Non lo sa il grande anziano e non lo sa nessuno, ci si prova tutti a intuire almeno cosa succederà nelle prossime 24 ore, ma anche 24 ore non permettono più previsioni attendibili. Questi over 85 scelgono di vaccinarsi perché hanno paura, paura di essere ancora più soli di quanto non siano, paura di essere protagonisti di uno dei migliaia di drammi che ogni palinsesto, ogni trasmissione, ogni giornale hanno raccontato , ininterrottamente, per 365 giorni.

Hanno paura di trovarsi spogliati e spogli in una stanza d’ ospedale o in una terapia intensiva senza nessuno accanto, con la fame d’ aria, inermi e dimenticati. L’ utilizzo consueto dei tablets e delle videochiamate come trait d’ union affettivo non ha nulla di naturale o rassicurante per chi viene da così lontano, da prima del 1936.

Mentre mi oriento, rispettando il mio ruolo nella composta processione, ci avviciniamo al nostro punto di frontiera. Due api, gentilissime e sorridenti, circondano mio padre e, come solo chi è padrone del suo “mestiere” sa fare, lo tranquillizzano senza bisogno di grandi parole, trattandolo come una persona, non come un grande anziano d’ antiquariato. Io lascio i fogli compilati, sbrigo la procedura d’ accettazione e, come tutti gli accompagnatori, mi siedo in un angolo della celletta sterile sfornando l ‘ ennesima frase fatta della mattinata “Tranquillo papà, ah se potessi farlo anch’ io…”. A volte si dicono frasi di una stupidità sconcertante e, pur essendone coscienti, ci sembrano addirittura utili. Mentre parlo papà è già stato punto senza nemmeno essersene accorto.

Come da protocollo post vaccino ci parcheggiamo nell’ enorme palestra adibita ad astanteria ed aspettiamo il via libera di un’ ape infermiera.

Le attese sono sempre lunghe, non hanno un tempo digitale ma analogico. Dieci minuti si trasformano in un’ ora con un equazione temporale che sfugge ad ogni spiegazione logica. Nelle attese si consuma metà della nostra vita. Nella mia bolla sospesa canticchio una canzone di Ivano Fossati nel tentativo di dare una colonna sonora al film muto che stanno girando intorno a me.https://youtu.be/yy9Rk-F1M-o

Dalla mia prospettiva sospesa li vedo tutti, chi entra, chi esce , chi aspetta ; tutti diversi e contemporaneamente simili. Sono una generazione

Sei donne e quattro uomini sono i primi a lasciare il limbo di attesa insieme ai rispettivi accompagnatori sorridenti. Anche loro, i grandi anziani, sembrano sollevati, soprattutto di essere quasi fuori dall’ alveare operoso; ben sapendo di doverci tornare tra tre settimane, se sarà possibile, ovviamente.

Interrompo la mia colonna sonora per origliare dalla mia bolla il riassunto di una signora molto ristretta e leggermente sbilanciata in avanti ma perfettamente lucida come i suoi capelli bianchi acconciati a festa per l’ occasione.

Si rivolge al figlio , suppongo, scandendo bene le parole a voce alta , quasi pensasse, per la legge del contrappasso, che il figlio non ci senta bene. “Si, si possiamo andare, sentito niente , tutti gentili e svelti. Mi hanno detto che ci vediamo il 24… mah, non so mica, ho sentito che ne basta uno solo, anzi due fan male e poi non ci sono dosi per tutti.”

Ovviamente sarà il medesimo “dicono” a cui cercheranno di ancorarsi tutti i neo vaccinati per non tornare ma che verrà sistematicamente invalidato da precise e pazienti istruzioni parentali, ogni giorno , per 21 giorni, fino alla meta della seconda dose.

Sarà lo stesso dubbio che, insinuatosi in mio padre, dovrò cancellare e sostituire anche io ; sono preparata al contraddittorio ma, in effetti, non sono preparata per niente in materia, avrei voluto almeno imparare per spiegare con autorevolezza.

Nemmeno la scienza ha una risposta univoca da fornirmi in aiuto. Virologi, immunologi, scienziati, professori, primari da talk show, tutti dicono tutto e il contrario di tutto per poi confondersi tra di loro e rinegoziare tutto il giorno dopo. Anche se non si appartiene alla categoria grandi anziani, si fatica a capire esattamente la strategia di guerra intrapresa.

Quindi si naviga a vista, si decide di credere alla propria A.U.S.L di appartenenza , alle proprie paure e ci si adegua anche a tre richiami se resi necessari dalle “varianti”.

10.40 a.m., vedo mio padre in assetto di dimissioni, sgonfio e ripongo la mia bolla di osservazione per coordinarmi con il ritmo frusciante dell’ alveare ed accompagnarlo verso l’ uscita.

Ha gli occhi chiari, paglierini. Lo sapevo. Mi rincuoro; sembra star bene, ringagliardito dalla prova superata e desideroso di uscire in fretta da quello che lui ritiene un girone dantesco, il girone dei “vecchi vaccinati”.

Sì perché non c’è nulla che innervosisca o spaventi un anziano più’ del trovarsi circondato da un nutrito gruppo di coetanei. Ognuno di loro spera di non essere così fragile ed incerto come gli altri, non vuole guardarsi allo specchio né essere confuso con una categoria a cui non vorrebbe assolutamente appartenere. Come dargli torto?

Tutto cambia, nulla cambia ; 25 aprile 1945, 3marzo 2021; sempre in guerra siamo, sempre vittime di un tempo che ci consuma e ci corrode mentre noi crediamo di governarlo.

In una società in cui è severamente vietato invecchiare, perché il vecchio non serve e si butta via, o si nasconde, è difficile accettare la realtà per quello che è. Questo fa la vita alle persone; quando è gentile le invecchia poco a poco rendendo vani i nostri ostinati tentativi di fermarla; non c’è crema, non c’ è chirurgo, non c’è elisir o stile alimentare che possano ingannarla. Vivendo si invecchia, invecchiano le cellule, fuori e dentro, ma lo fanno come ladre silenziose ed impunite, di nascosto per anni ed anni… finché un giorno ti svegli e apprendi di non essere inserito nella categoria delle persone mature ma dei “Grandi Anziani” e, comprensibilmente, ti arrabbi perché la narrazione che ti hanno venduto ed hai introiettato era diversa.

“Vieni papa’, andiamo a casa”, gli dico nel tentativo di un abbraccio verbale. Ma non è quello che vorrei dire, vorrei solo dirgli “Vieni papà, andiamo dove vuoi, nel passato, nel futuro, dovunque tu possa sorridere e respirare la vita, anche per un istante”.

Andiamo dove vorresti essere tu, non il grande anziano, non un reduce dell’ esistenza ma una persona sicura, dove puoi essere quello che sei sempre stato e in cui ti riconosci, in guerra e in pace.

Buon V Day a tutti, comunque la pensiate.

Pubblicato da cristinabattioni

Scrivo per imparare la strada

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