NON CHIAMATELO FEMMINICIDIO (s.v.p)

“IL PRIMO ARTICOLO DAL GIORNALE SOSPESO”

di Cristina Battioni

Sera finalmente, tra le mura del mio domicilio in mattoni e pareti da ritinteggiare, posso uscire dalla mia bolla di sospensione e lasciarla riposare.

Devo preparare la cena ma ho urgenza di una doccia che si porti via la polvere del giorno e il peso della testa sulle spalle. Appoggio borsa, giornale, occhiali alla rinfusa e mi impossesso della mia stanza preferita; il bagno. Via le scarpe, le calze e i vestiti, svito un flacone di bagnoschiuma da grande distribuzione che promette di avvolgermi in un giardino di zagare.

Apro la doccia in anticipo sapendo che l’ antica caldaia mi offrirà acqua calda e vapore con i suoi tempi rallentati. Aspetto avvolgendomi in un accappatoio marmorizzato dai troppi lavaggi senza ammorbidente, ha la rigidità di un cartonato ma e’ immenso e riesce ad avvolgermi completamente. Mentre il calore dal box doccia comincia ad occupare la stanza, mi siedo a terra con le gambe incrociate , sciolgo i capelli e allungo la schiena come un gatto stanco.

Un vapore simile ad un blocco di nebbia satura la stanza mentre il profumo dolciastro e nauseabondo delle zagare mi satura le narici. L’ acqua della doccia e’ bollente e lascio che la cascata da acquedotto si porti via tutta l’ aria sporca che sento aderire come una pellicola alla pelle. Pochi minuti di incoscienza in un bagno turco domestico mi dissociano, lascio scollegare pensieri e azioni mentre ascolto il gorgoglio del risucchio d’ acqua e schiuma sotto di me. La patina appiccicosa della giornata se n’ è andata, dissolta da un bagnoschiuma simile ad un detersivo profumato.

Quando esco dal box la stanza è invasa da nubi basse, lo specchio appannato, fatico a respirare. Apro leggermente la porta verso il corridoio ed intravedo il quotidiano sospeso e gli occhiali, mi allungo gocciolando in punta di piedi e li afferro.

Impossibile asciugarsi, continuo a sudare e a respirare fumenti di zagare. Apro la finestra per far uscire le nubi, indosso l’ accappatoio come un cappotto e mi siedo sul tappetino che sembra un tiragraffi rosa e sfilacciato.

Penso all’ edicola sospesa e all’ aria pulita del piano T, infilo gli occhiali e sbircio “La Stampa” del giorno prima, 21 febbraio. La prima pagina, come da copione, è sovraffollata da Draghi, governo che regge ma oggi gia’ scricchiola, dichiarazioni e controdichiarazioni, curve pandemiche , dati, regioni cangianti, categorie arrabbiate, ristori, ristoratori in piazza, immagini marziane e un bel editoriale che cerca di ordinare il caos circostante.

Vado oltre, sfoglio la seconda, la terza pagina con noncuranza fino ad una foto che mi ferma; focalizzo. Mi pare l’ immagine di una saracinesca abbassata per il lockdown in qualche zona rossa circondata da manifestanti…ma no, qualcosa è fuori squadra, ci sono fiori e nastri viola, i presenti non manifestano, sono distanziati e tengono la testa bassa come in preghiera. Leggo la didascalia: “Fiori davanti al negozio di Clara Ceccarelli, 69 anni, uccisa dall’ ex compagno”.

Non capisco , Clara e non Deborah..? Ma io sono certa di aver sentito un altro nome tra i titoli del telegiornale oggi…Clara, Deborah o Rossella? Sono la stessa vittima, la stessa persona? Sì, in un certo senso. Proseguo la lettura per cercare di capire; Clara Ceccarelli uccisa a coltellate dall’ ex compagno di 59 anni che aveva lasciato quando si era accorta di essere copiosamente derubata dalla cassa del suo negozio di pantofole. Clara non l’ aveva denunciato, ci aveva provato per poi ritirare la denuncia per persecuzione e, nel frattempo, si era organizzata il suo funerale, per non dare fastidio a nessuno.

Ma Deborah e Rossella, chi sono? Esco in accappatoio ancora gocciolante e accendo Sky TG 24, leggo i roll ed eccole Deborah Saltoni e Rossella Placani, entrambe vittime oggi , 22 febbraio, di femminicidio. Comincio a comporre i tasselli della strage, il quotidiano era di ieri , questo e’ oggi ed è peggio di ieri.

Ventiquattro ore dopo la morte della Signora Clara di Genova accoltellata nel suo negozio di pantofole , la strage si amplifica con altre due vittime di femminicidio.

Deborah Saltoni , 42 anni, e’ stata massacrata con un’ accetta in casa sua, in un tranquillo paesino attaccato a Trento. Unico indagato e ricercato il suo ex compagno che, teoricamente, avrebbe dovuto essere agli arresti domiciliari.

Da un paesino in provincia di Trento lo studio si collega con l’ inviata in un altro paesino, Bondeno , nel ferrarese dove in mattinata Rossella Placati, 50 anni e due figli, e’ stata uccisa dal suo ex compagno, un quarantacinquenne che aveva messo fuori casa.

Immobile ascolto le parole di commento che continuano a usurare e ripetere la parola “femminicidio”; uno ogni 5 giorni dall’ inizio del 2021, un’ escalation inarrestabile.

Ed e’ proprio l’ imporsi di un retaggio culturale legato alla parola “femmina” in una società teoricamente evoluta, liberale, democratica ed emancipata a lasciarmi perplessa. Non mi stupisce la violenza esercitata sulle donne , è sopravvissuta ai millenni, dalle caverne ai castelli, dalle eretiche bruciate al rogo alle donne sfregiate dall’ acido.

Mi fa paura, invece, il perpetuarsi di una malattia sociale la cui curva sale costantemente , più di quella pandemica , che sfugge al tracciamento e non avrà mai una cura se non si comincerà ad agire pragmaticamente sulla preparazione culturale e psicologica di un paio di generazioni.

Clara , Deborah, Rossella e tutte le altre prima di loro non erano femmine erano Donne. “Donna” al singolare ha un valore collettivo, rappresenta l’ intera componente femminile della società, la sua spina dorsale. Madri, nonne, sorelle, colleghe, medici, infermiere, insegnanti, badanti sono Donne non femmine.

Mi ritorna in mente una risposta data dalla Professoressa Montalcini ad un giornalista che probabilmente voleva invadere la sua sfera privata, gli disse solo :”Io sono il marito di me stessa.”

Questa frase andrebbe scritta a caratteri cubitali sulle lavagne in prima elementare, il concetto che veicola dovrebbe essere passato con il latte dalle madri alle figlie.

E’ la consapevolezza di bastare a se stesse che fortifica, la coscienza di essere forti perché appagate da quello che sappiamo fare e dare che rende autonome.

Non abbiamo imparato a memoria la lezione della Montalcini e nemmeno a proteggere la nostra autostima da cui trarre la forza di contare su noi stesse sempre e senza subire il disagio di quello che dicono “gli altri “. Non abbiamo capito che dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna ma dietro una grande donna può anche non esserci nessuno.

Non lo abbiamo imparato e rischiano di non imparalo le nuove donne perché nessuno glielo insegna, nemmeno nel XXI secolo. Ci deve essere in qualche meandro dell’ apprendimento un passaggio sbagliato, qualcosa che fa preferire la paura alla libertà, l’ accettazione alla presa di coscienza. Qualcosa che confonde il silenzio con la dignità, il dare con il ricevere, pericolosamente.

Sono quasi certa che nel giornale sospeso di domani o di dopodomani troverò un altro nome di donna, altre foto con fiori e scarpe rosse , tutte con il medesimo bel sottotitolo :”Ennesimo femminicidio”. Come non capire che anche le parole sono sassi; chi ha coniato questo termine maschilista “Femminicidio”?

Perfino l’ enciclopedia Treccani fatica a definirlo e prende in prestito proprio l’ uso che ne ha fatto Roberto Lodigiani, un giornalista de “La Stampa”, il giornale sospeso, che ho tra le mani. https://www.treccani.it/vocabolario/femminicidio_%28Neologismi%29/

Femminicidio è una manipolazione linguistica , sinonimo accattivante di omicidio con aggravanti di crudeltà, vessazioni persecutorie e psicologiche agito da un essere umano contro un altro essere umano a cui, spesso e purtroppo, era legato da un rapporto parentale o di condivisione. E’ una strage di Donne , non di femmine, una strage che distrugge vite, affetti, progetti, persone. Ora che il “delitto d’ onore” appare fastidiosamente antiquato chiamiamolo “Femminicidio” e diamo spazio a un’ altro fenomeno linguisticamente contemporaneo ma aberrante ed inquietante quanto il primo.

E a seguire decine di scarpette rosse postate dalle ” femmine” per solidarietà. Ma come scarpette rosse? Sostituitele con foto di manette, sentenze di ergastoli, corsi di difesa personale, lezioni di identità e di genere dalle elementari. Basterebbe scrivere sulla lavagna la frese della Professoressa Montalcini: ” Io sono il marito di me stessa”. A sei anni c’ è speranza che il messaggio arrivi forte e chiaro e si cementi come un solido sostegno di una vita più cosciente e sicura.

Una donna che lascia un uomo si salva, forse, solo se è realmente disposta a rinunciare a tutto, casa , figli, beni in comune, mantenimento.

Perché quello che nessuno scrive o dice è che in una società, non più basata sull’ onore ma sull’ economia, è il danno economico che una separazione può provocare all’ uomo ad innescare l’ ultima miccia verso l’ esplosione della crudeltà. Comunque la si pensi, esaminando ogni triste storia, è il danno complessivo che il maschio non riesce ad elaborare ed accettare. Abbandonato si, ma anche povero e senza casa no, piuttosto la follia, la violenza, la vendetta.

Rossella, Clara, Deborah e tutte le altre Donne sono state uccise perché con loro se ne andava non solo la compagna, la colf, la solidità, la crocerossina ma anche, a mio avviso, soprattutto perché con loro se ne andavano anche la casa di famiglia, i figli, il denaro per pagare gli avvocati, il denaro per il mantenimento, il denaro per consolarsi della perdita. Questa è la parte pragmatica e triste.

Alle donne bambine va spiegato, anche se precocemente, che l’ amore, la stima e la compagnia le devono trovare in loro stesse, in ciò che realizzano , in ciò che sanno fare ; che dovranno spesso essere madri, sorelle , figlie di loro stesse quando la vita lo renderà necessario , senza cercare un compagno che le accompagni.

Purtroppo anche la prevenzione al maschile sarà compito soprattutto delle Donne, delle madri, delle nonne, delle insegnanti, delle amiche. Respirare rispetto nella culla non garantisce miracoli ma certamente non nuoce.

Seppia sapeva che mi sarei fermata su questa foto, aveva intuito che io mi sono sposata con me stessa molti anni fa e non per ermetismo ma semplicemente perché mia nonna , una Donna di inizio novecento, me l’ aveva indicata come l’ unica via sicura, nel bene e nel male. Lei lo aveva capito; nella fretta di un tempo digitale scandito da micro solitudini, noi tutte rischiamo di dimenticarlo.

Abbiate estrema cura di voi e dei vostri sentimenti, fidatevi del vostro istinto e abbandonate definitivamente la bugia del “vissero felici e contenti”, era solo ed è un espediente narrativo, un artificio commerciale, banale e consolatorio. Ricordate che siete Donne , mai più solo femmine sacrificali.

Pubblicato da cristinabattioni

Scrivo per imparare la strada

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