L’ EDICOLA SOSPESA

di Cristina Battioni

Ogni mattina, prima della biancheria e dei vestiti, indosso la mia bolla di sospensione , la mia impalpabile vestaglia di indifferenza e comincio a galleggiare per casa senza nessun entusiasmo, qualche centimetro sopra il quotidiano che mi attende con l’ inquietudine di sapere già il prevedibile, nel bene e nel male.

La mia invisibile protezione si sveglia presto, prende il caffè con me, si appanna quando sospiro indolente, i sospiri e i respiri la gonfiano e la coibentano trasformandola in una capsula resiliente ma invisibile. Nonostante i miei tentativi di renderla resistente ma elastica ed impermeabile alle intemperie , lei regredisce allo stato fragile ed etereo di una “bolla di sapone” ogni giorno, per pochi minuti. Ogni giorno, di ogni stagione e di ogni mese diventava iridescente e vulnerabile nel momento esatto in cui la luce naturale si ritira.

Un tempo piccolo, minuscolo in inverno, attiva la sua metamorfosi in membrana permeabile, translucente e transeunte, come me. Il cambio di passo e di riflessi tra la luce ed il buio la attraversava mentre cerca di fuggire verso l’ alto, la deforma fino a farla scoppiare ed evaporare.

Lo so, lo temo e cerco di non espormi mai a al viraggio di colori dell’ imbrunire.

Io la chiamo “Saudade del crepuscolo”, il mio tallone d’ Achille, il mio fragile punto di rottura; faccio attenzione ma non sempre riesco ad evitarla. La saudade del crepuscolo , influenzata da troppe variabili, è inattendibile, non rispetta mai un orario preciso, non è mai puntuale, mai esattamente prevedibile nel tempo digitale.

Per evitare quei pochi minuti pericolosi posso solo non guardare, se mi trovo in un interno li precedo accendendo le luci ma quando Venere appare in uno spazio esterno i colori della sera mi attraversano l’ iride provocando la dissoluzione della membrana e lasciandomi sospesa ma senza supporto; nel breve intervallo di viraggio della luce diurna precipito in un capogiro che centrifuga immagini, profumi, vuoti , assenze e presenze intangibili.

“Sul far della sera cerca di non trovarti mai sola in strada”, diceva mia nonna; aveva ragione.

Sono solo le quattro del pomeriggio di una giornata di febbraio piena di luce, potrei continuare il mio lavoro qui in ufficio, in silenzio e con i neon già accesi anzi, dovrei, pur sapendo che non c’ è più molto da sistemare. Il caos ed il disordine hanno vinto la loro partita prima che io scendessi in campo. Potrei andare a fare la spesa, passare l’ aspirapolvere o semplicemente perdermi davanti ad uno schermo acceso o spento con un Campari in mano.

No, non oggi, non ancora. Voglio tornare al mio rifugio della Scala B prima che questo chiarore primaverile scompaia, voglio sentirmi in vacanza, dimenticare il tempo digitale almeno oggi. Non voglio sentir scoppiare la mia bolla di sapone al tramonto. Chiudo tutto, scollego tutto, mi infilo il cappotto e salgo in auto.

Guido piano nel poco traffico dei viali che portano verso il centro, svolto a sinistra per infilarmi nel grande parcheggio che definisce l’ inizio della zona pedonale, a pochi metri da Piazza Della Vittoria. Estraggo il biglietto d’ accesso e lo infilo in tasca insieme a qualche euro , pronti per il pagamento.

Attraverso un piccolo parco precocemente verde, i colori e l’ odore buono di una stagione nuova invadono anche la mia bolla e oltrepassano i filtri. La piazza è quasi deserta, qualche figura mascherata la attraversa velocemente. Bar, ristoranti, negozi chiusi sembrano vuoti a perdere mentre la vita si muove blindata negli uffici contingentati. In un anno di assenze anche i palazzi, la fontana e il teatro sembrano deteriorati, pallidi come esseri umani precocemente invecchiati. Un anno divenuto un’ epoca segnata dall’ esodo di una generazione ,in bilico tra ciò che era e ciò che forse sarà. Il presente non è pervenuto, e’ assente per malattia.

L’ edificio dello Studio notarile è rimasto immobile. Immagino che anche il notaio stia facendo esattamente le stesse cose di ieri e di prima e di prima ancora con lo sguardo ceruleo dolcemente segnato e rassegnato dal senso del dovere antico che lo costringe a ripetere metodicamente fino alla nausea lo stesso ruolo, nella stessa scena, per lo stesso pubblico indifferente.

Sono le 16.20, giusto in tempo, il sole e’ ancora alto sopra l’ orizzonte. Mi tolgo la mascherina sudata e tiro un sospiro di sollievo mentre l’ elevatore monoporzionato comincia a salire e a mettere una distanza fisica tra me e la città che resta sotto.

Ma un istinto irrazionale mi impedisce di distogliere lo sguardo dal tasto a forma di “T”, l’ unico della pulsantiera. Ho tre euro in tasca e voglia di aria silenziosa e pulita, lo premo.

La mia lista delle istruzioni non descriveva il piano T, lo indicava schematicamente come il piano dell’ “Edicola sospesa” con un piccolo giardino , un albero , una panchina e la capienza massima di due inquilini. L’ ascensore scende mentre un istintiva e dimenticata curiosità’ sale.

Il piano T è un terrazzo , un piano terra senza soffitto , un grande cubo aperto verso il cielo ma chiuso agli sguardi esterni da pareti ricoperte d’ edera rampicante e gelsomini in letargo.

Il pavimento è solo prato, verde scuro, rustico, nato da quel tipo di semente che sopravvive a tutto. Un acero alla mia destra sovrasta il muro, sembra aver rimosso il tetto per farsi spazio. I rami sono ancora spogli e assomigliano a braccia che si assottigliano in mani e poi in dita che cercano la luce. Al centro un chiosco esagonale, quasi una riproduzione in scala ridotta di un edicola, a fianco un cespuglio di Calicanto in fiore con il suo profumo che abbraccia l’ inverno per consolarlo. Intorno il silenzio.

Mi immergo in questo quadro perfetto senza indugiare, come se la bolla mi avesse lasciato al sicuro e senza scarpe a camminare sulla’ erba. Nella leggerezza inconsueta dell’ istante non mi accorgo di una presenza, prima sfuocata, poi sempre più’ nitida.

Dall’ interno del chiosco incrocio un riflesso paglierino e rassicurante , mettendo a fuoco mi accorgo che sorge da due occhi marroni, vissuti e avvolgenti. Mi avvicino all’ edicola; nessun giornale esposto, solo litografie di copertine del primo novecento e un cartello scritto a mano “Qui giornale sospeso”. Come affacciato alla finestra un mezzobusto mi sorride, mi appare come un giornalista intento ad intervistarmi in un talk show. Ha un viso affilato, zigomi alti e autorevoli sdrammatizzati da uno sguardo luminoso che sembra riflettere e trattenere l’ azzurro cinerino della sciarpa e il bianco dei capelli folti e spettinati . Mi accoglie con un tono inaspettatamente famigliare “Benarrivata mia cara, lei dev’ essere la nuova inquilina del quinto piano; non abbia paura e si tolga pure la mascherina, qui siamo impermeabili a tutto ciò che accade nel tempo parallelo, là fuori. Qui l’ aria è pulita, i respiri sono puliti.”

Senza bolla, senza orologio, con il contatto morbido dell’ erba sotto i piedi sono disorientata. La cortesia sorridente mi destabilizza sempre, è cosa rara e non sempre affidabile. Ma non importa, non qui e adesso. Ritrovo un modesto equilibrio e sottovoce gli domando se posso avere il “giornale sospeso”.

“Ma certo, glielo prendo subito, l’ avevo già preparato ,guardi..”. Mi allungo appena per sbirciare con finta discrezione e lo osservo mentre con leggerezza estrae il mio giornale da un’ anta di biblioteca con sei ripiani, quattro vuoti. Restano due giornali, il mio e un giornale con inserto nel sesto ripiano. “Eccolo, come sa è un quotidiano di ieri che ho salvato dal reso e dal macero. Aspettava lei. Lo può leggere qui se desidera o portarlo altrove, anche fuori di qui. Sono certo ci troverà qualcosa di interessante.” Gli faccio scivolare nel palmo della mano i 3 euro, come da istruzioni, e lo ringrazio. “Grazie e complimenti per l’ edicola, il giardino e l’ atmosfera .” Mi risponde allungando la mano forte ma elegante. ” Mi perdoni se non mi sono presentato, io sono Il Prof. Seppia , Seppia per tutti. Mi troverà sempre qui, per il giornale, per una boccata d’ aria o per qualsiasi informazione le occorra.”

Mi porge, come fosse una pagnotta ancora calda e preziosa, “La Stampa” del giorno prima. Profuma ancora di stampa, di nuovo.

Ringrazio e sorrido trattenendo la curiosità di fare domande, non sono più abituata e temo le risposte di convenienza.

Vinco anche l’ innegabile tentazione di sedermi sulla panchina ad annusare l’ aria ed il giornale. C’ è luce , una temperatura piacevole e forse qui l’ imbrunire non mi prenderebbe a pugni ma preferisco dosare ogni rapporto e ogni sensazione. Questa è piacevole, la voglio portare via con me con il giornale e con l’ aria ossigenata che mi fa sentire meno pallida.

“La ringrazio Dott. Seppia, sono stata felice di conoscerla, si sta bene qui , con questa luce, questi profumi e questo piacevole silenzio; tornerò presto ma ora devo andare, prima che finisca il giorno.”

Seppia si sistema la sciarpa ,la gira intorno fino agli zigomi , forse è la sua protezione personale o forse solo un indumento che non gli fa sentire freddo dentro. Coglie il mio attimo di esitazione e mi saluta con un insieme di parole calibrate, scelte, come un codice creato per me “Vada attraversando il giorno in punta di piedi come è arrivata qui, non tema le ombre della sera. Finché sarà qui non verra’ mai sera. Verrà solo quando sarà lei a chiamarla. A presto.”

L’ ascensore si apre , mi volto per salutare con la mano ma Seppia si è già ritirato nel suo chiosco e nei suoi archivi, avverto uno spostamento millimetrico verso l’ alto. Sono già nel corridoio, infilo la mia mascherina stropicciata e guardo l’ orologio, le 16 e ventuno minuti. Come speravo, come sapevo. Cammino leggera, ripeto a memoria ogni passo verso il parcheggio; cerco la cassa automatica , inserisco il biglietto e aspetto la comparsa dell’ importo dimenticando di non avere più’ le monete nella tasca. Importo nullo, la fessura mi rigetta il biglietto. Entrata 16.10, uscita 16.21, importo minimo non raggiunto. Non ci avevo pensato dopo la percezione di un pomeriggio trascorso al piano “T”, un minuto percepito come un’ ora, un’ anno come un’ epoca, una vita come un rapido transito di un viaggio troppo spesso subito.

Salgo in auto e appoggiando il mio giornale sospeso sul sedile passeggero ed inaspettatamente un biglietto bianco scivola fuori dal suo nascondiglio tra la prima e la seconda pagina:

"Ci muoviamo in un pulviscolo madreperlaceo che vibra,
in un barbaglio che invischia gli occhi e un poco ci sfibra."

Montale.. se non ricordo male. Il Prof Seppia deve aver letto molto ma soprattutto ha imparato a leggere le persone senza sfogliarle e senza spogliarle. Sorrido senza volerlo, c’è ancora luce davanti e dietro di me.

https://youtube.com/watch?v=u5f5wqll0-s&feature=share

Pubblicato da cristinabattioni

Scrivo per imparare la strada

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