“Ogni tempo ha il suo tempo”

(Anche in lockdown)

dI Cristina Battioni

Le 7 regole della Scala B non mi sorprendono, le trovo perfettamente adeguate al mio stato di sospensione, al mio bisogno di pausa e reset. Le imparo a memoria senza doverle rileggere, come se le avessi scritte io. Sono le regole di un lockdown privato.

I ” lockdown” esistevano molto prima ed indipendentemente dalle pandemie, dai comitati tecnico scientifici o dalle decisioni governative; talvolta si chiamavano isolamenti volontari, talvolta erano e sono separazioni causate da stati di fatto immodificabili. Questa parola così inflazionata nella nuova epoca virale indica la condizione di vita quotidiana di milioni di persone ieri, oggi e domani.

Certo, il temine anglofono ha maggior impatto , così come il “coprifuoco”; evocano periodi di guerra e di paure condivise. Con il “Lockdown” di Stato si chiude in casa una società abituata al dinamismo, alla fretta, alla produttività, le si impone una prigionia forzata ma necessitante.

Tuttavia la chiusura per necessità non è molto diversa, nel suo significato, dalla sospensione, dall’ isolamento in cui moltissime persone vivono giorni, mesi, anni, vite.

Entra in isolamento sociale un malato, anche asintomatico, nel momento in cui gli viene diagnosticata la malattia; la sua posizione nel tempo e nello spazio cambiano nell’ istante di una comunicazione .

Il sano è libero, il malato viene messo in pausa. Gli ospedali sono da sempre dei non luoghi, custodi di un tempo interno diverso da quello esterno, con i minuti e le ore dilatate , con esistenze ridotte all’ essenziale. Fuori tutto continua, dentro la vita delle persona diventa l’ attesa dei pazienti. Si e’ sospesi, nel corpo e nei pensieri.

Anche le Rsa di cui nessuno si occupava prima dell’ Evento “E” sono sempre stati luoghi sospesi, non di transito ma di stasi. Luoghi in cui il presente non ha più’ importanza, il meglio se n’ è andato e del futuro che resta è meglio non occuparsene. Si aspetta senza darlo a vedere, magari fingendo di giocare a carte , leggendo un giornale vecchio o utilizzando come unico scadenzario l’ ora dei pasti o delle visite, anche quando non viene mai nessuno. In isolamento sono tutte le persone non più abili, costrette a letto da un malfunzionamento delle componenti motorie, dalle chemioterapie, dalle patologie neurologiche. E per ognuno di loro c’ è un’ altra persona che, nel tentativo di averne cura, con loro si sospende e attende. Mentre fuori tutto continua velocemente, ripetitivamente nella rincorsa del tempo, nella paura di farsi sfuggire il tempo, quasi fosse un bene razionato e , nell’ illusione di non sprecarlo lo si consuma sovraccaricandolo con qualunque cosa. Qualunque cosa è preferibile ad un tempo sospeso che spaventa, disorienta, evoca la solitudine come uno stato di smarrimento che obbliga a convivere con se stessi.

E poi ci sono i sopravvissuti, quelli che di momenti chiusi e aperti ne hanno attraversati tanti, quelli che dopo aver corso e rincorso una meta mai definita si ritrovano al centro esatto di una spirale in cui fine ed inizio coincidono. Sono le persone stanche, nessuna malattia, nessuna patologia, solo un senso di spossatezza che si intensifica giorno dopo giorno. Si entra in questa anonima categoria senza volerlo, dopo una caduta, dopo aver intrapreso la strada sbagliata ad un bivio, dopo aver preso coscienza di aver corso troppo per afferrare il momento perfetto senza accorgersi che se n’ era già andato via prima, imperfetto e senza avvisare .

Il lockdown da stanchezza è solo una pausa, una sospensione momentanea in una bolla che permette di vivere un’apparente normalità condivisa con gli altri senza esserne partecipi. Dalla bolla si osserva al rallentatore, non si sentono i rumori, si selezionano le frasi, le parole che possono entrare.

Le 7 regole della scala B sono solo un prontuario da sconfinamento volontario, sono istruzioni per l’ uso, istruzioni per l’ uso di un tempo che non sfugge, non sfugge perché non sta scappando: è’ fermo e, per una volta, è tuo, ti corrisponde, ti aspetta.

La pausa autoconcessa è una terapia ed avrà la durata necessaria a coordinarsi con un ritmo che non e’ conosciuto e sperimentato; ieri e oggi sono paralleli e domani e’ gia inglobato. Il futuro è già in divenire e si sottrae alle progettazioni stereotipate e riutilizzate, e’ gia’ qui, ora e ovunque. Gli orologi digitali accumulano secondi, minuti , ore di ritardo perché il dopo non esiste , è semplicemente ciò che già sta accadendo oggi.

Inutile correre, riempire, svuotare, accelerare, prevedere. Il meccanismo ha preso un ritmo diverso e gli stanchi cercano di adeguarsi senza fuggire. Il cubo al quinto piano della Scala B è esattamente il contenitore della pausa e, non misurandone la durata, la consente.

La mia lettera di benvenuto mi ha consentito una decelerazione favorita dalla calligrafia allungata di un corsivo manoscritto in inchiostro blu senza sbavature, un dettaglio capace di annullare un possibile stato di urgenza e vertigine sostituendolo con una piacevole sensazione di calma. Un fermo immagine nel caos.

Ora devo solo attestarne la veridicità. Stando alle istruzioni uscendo dal mio monolocale, ritornando al crocevia delle scale condominiali dovrebbero essere le tre e dieci del pomeriggio, esattamente l’ ora che segnava il mio orologio quando sono entrata per il mio appuntamento dal Notaio. Mi alzo con calma, il mio orologio e’ fermo, scomparsi anche i numeri digitali sullo smartphone, sfioro le foto appese alle pareti fino a raggiungere con la punta delle dita la porta senza chiavi e serratura.

Avverte il mio tocco e si apre. Sono nell ascensore monoporzionato e, mentre osservo il tasto “T”, la porta scorrevole si riapre sul corridoio cieco, raggiungo il centro dell’ androne, svolto a destra verso la scala A e guardo l’ orologio; le tre e dieci.

Ho tempo, posso scegliere le scale, non sono stanca, ho riposato. Mi ero dimenticata come si fa.

La porta dello Studio notarile , tecnologica e di design, si apre automaticamente e una perfetta segretaria seminascosta da una mascherina sartoriale mi accoglie sottovoce..”Prego mi segua, la faccio attendere un minuto mentre il Notaio si libera. Lei è puntualissima.” Prima di lasciarmi a riflettere su quel ” puntualissima” fa marciaindietro e con affettata cortesia mi chiede se desidero un caffè. “No, la ringrazio, gentilissima, ma bevo caffè solo al mattino”. Ovviamente non aggiungo solo al mattino perché sono così stanca che anche tutto il caffè della Nespresso non riuscirebbe a ridarmi tono, mi agiterebbe con il risultato di trasformarmi in una trottola insonne.

La saletta d’ attesa sembra piuttosto una piccola sala di rappresentanza, bel tavolo in vetro ovale senza alcun tipo di alone, gel disinfettante al profumo di cedro, quattro sedie ergonomiche e comodissime, due quadri alle pareti, ampia finestra insonorizzata affacciata su Piazza Della Vittoria.

Tutto perfetto, lucido, armonico , freddo, ordinato e santificato. I passi veloci del notaio mi raggiungono prima di lui insieme ad un fruscio di carte. E’ un uomo alto, tra i 60 e i 70 anni presumo, sobriamente elegante, molto britannico con il suo incarnato pallido e gli occhi cerulei. La compostezza quasi innaturale del suo essere è tradita solo da un ciuffo di capelli che paiono posizionarsi autonomamente controcorrente .

Si siede con calma dalla parte opposta del tavolo, appoggia i fascicoli , guarda l’ orologio e , come per prassi , comincia ad accelerare i gesti e le parole . “Dunque noi oggi dovremmo rileggere tutto, cioè leggo io e lei mi ascolta, poi firmiamo e depositiamo.”

Mi permetto di obiettare ,”Dottore forse possiamo evitare la lettura, conosco bene l’ atto, la sua segretaria me l’ ha già mandato , è perfetto. Direi che possiamo limitarci alla firma”. La mia frase , che voleva essere semplificatoria, lo irrigidisce. Come di fronte ad un opzione imprevista si disorienta un istante . Più scompigliato e meno formale guarda i fogli, poi, alzando gli occhi cerulei, mi risponde “Mah, sì, si potrebbe se lei è sicura , magari qualche riga qua e là, per prassi…” . E tra qualche riga qua e là arriviamo rapidamente alla conclusione. Mi allunga un elegante Montblanc disinfettata , sicuramente di serie limitata, e abbozzando un sorriso, aggiunge ” Ecco, prego firmi qui in fondo, poi firmo io. Non sà che favore mi ha fatto .. “.

Che favore gli avrò mai fatto da scompigliarlo ? Me lo spiega lui abbandonando , inconsciamente, la sua sedimentata compostezza professionale.

“Mi creda oggi è una giornata infernale, sono pieno di appuntamenti , poi con le norme di sicurezza sono tutti infilati alla perfezione ma non ammettono sovrapposizioni involontarie , ho mangiato un panino in cinque minuti e dopo di lei ho una riunione per una cessione di ramo d’ azienda e temo d’ essere già in ritardo”. Vorrei dirgli che non è in ritardo, che è pallido e che, dopo tutta una vita così perfettamente incasellata e maledettamente uguale , avrebbe tutto il diritto di rallentare. Ma ognuno sceglie il suo lockdown, lo capisco perfettamente. Mi alzo ed accenno una saluto per accomiatarmi come da protocollo, ma mi rallenta”no , aspetti la accompagno io , devo spostarmi nella sala riunioni, venga”

Ci salutiamo sulla porta che la segretaria ha gia aperto con un telecomando dal suo bureau di controllo . “La ringrazio per la comprensione, spero di rivederla in circostanze migliori.. ah prenda l’ ascensore subito a destra, così non deve fare le scale.”

Sorrido e rispondo solo “Arrivederci e li lasci aspettare un po’, qualche volta è utile, ogni tempo ha il suo tempo, sopratutto questo “. Chissà se avrà capito o ascoltato.

Riprendo le mie scale in discesa, riguardo bene il crocevia e il corridoio cieco della Scala B e ritorno fuori. La luce comincia a diminuire, a gennaio il giorno fortunatamente fa degli sconti . Torno in modalità’ pilota automatico verso tutte le operazioni meccaniche che il mio scadenzario , volente o nolente , mi impone.

Ero come il Notaio, affannata in un labirinto sempre identico, senza uscita, senza motivazioni o convinzioni, ero come il Notaio che si ferma e si scompiglia di fronte ad una frase fuori copione. Forse tornerò ad essere così dopo questa sospensione. Ne dubito.

Se ogni tempo ha il “suo” tempo , spero che il mio trovi me al quinto piano della Scala B. Poi decideremo insieme con la stessa velocità di crociera, analogica.

Pubblicato da cristinabattioni

Scrivo per imparare la strada

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